La corsa dei “carrucci” a Poggio Imperiale
La sera di martedì 11 agosto si è svolta a Poggio Imperiale la tradizionale “corsa dei carrucci”,giunta alla sua sesta edizione.
Anche quest’anno la manifestazione è stata inserita tra i vari eventi che caratterizzano la programmazione dell’Estate 2009 in piazza Imperiale.
Diverse squadre si fronteggiano per vincere il trofeo “CARRUCCI GRANPRIX” assegnato al “carruccio” e relativa squadra che taglia per prima il traguardo dopo una corsa che si disputa intorno alla Piazza e lungo il viale principale del paese per quattro giri ed un percorso totale di oltre due chilometri.
La particolarità di questa gara è che la spinta è fatta a staffetta dai restanti nove concorrenti che compongono la squadra oltre al pilota.
Molto ambita è anche la targa del “PREMIO COSTRUTTORI” assegnato al “carruccio” meglio costruito e da quest’anno anche la targa del “PREMIO COREOGRAFIA” assegnata alla squadra che ha organizzato al meglio anche la scenografia ed i costumi dell’intero staff.
Il “carruccio” da antica tradizione, non solo di Poggio Imperiale ma di tutti i paesi limitrofi, è un elementare attrezzo semovente costruito con una tavola e due assi perpendicolari: uno posteriore e l’altro anteriore. Alle estremità di quello posteriore venivano montate due ruote generalmente costituite da vecchi cuscinetti a sfera racimolati tra gli scarti dei fabbri.
L’asse anteriore invece era sterzante e doveva essere più largo della tavola per consentire l’appoggio dei piedi per le sterzate.
Sotto il perno di fissaggio dell’asse anteriore veniva fissato un terzo cuscinetto a sfera e l’abilità consisteva nel renderlo resistente agli scossoni delle buche che disseminavano quasi tutte le strade del paese.
Generalmente si giocava in coppia, uno seduto a fare da guidatore e l’altro a spingere fino a quando non concordavano il cambio. Così alternandosi nei ruoli si passavano le migliori ore del giorno a fare baccano con i cuscinetti che rotolando sulle strade per lo più pavimentate in pietra creavano l’ira delle persone che abitavano la strada.
C’era anche la possibilità di correre da soli ma in discesa con il grosso handicap che per risalire bisognava caricarsi del “carruccio” che certo non era un compito semplice per il suo peso anche in rapporto all’età del giocatore.
La “CORSA DEI CARRUCCI” da subito ha assunto una connotazione specifica alla quale si è data la denominazione di CARRUCCIO GRAN PRIX® provvedendo a registrarne denominazione e marchio “”.
Nota: Il testo virgolettato è stato tratto da www.capitanata.it del 10/08/2009
La Luna quarant’anni fa!
Quarant’anni orsono, il 20 luglio del 1969, avevo ventiquattro anni e ricordo ancora oggi la grande emozione con la quale uomini e donne, giovani e meno giovani, ragazzi e bambini di tutto il mondo, con il fiato sospeso davanti ai televisori in bianco e nero dell’epoca, ci ritrovammo uniti in un abbraccio comune per seguire lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Ore interminabili di cronaca televisiva del bravo Tito Stagno in collegamento con Ruggero Orlando, nostro inviato a Houston, e minuti che, nei momenti topici, duravano un’eternità. Lo “Speciale Luna” durò complessivamente trenta ore.
Che spettacolo vedere l’americano Neil Armstrong che compiva i primi passi sul suolo lunare!
Si stima che almeno cinquecento milioni di telespettatori abbiano potuto assistere alla storica passeggiata.
Sono veramente felice di poter dire che fra di loro c’ero anch’io!
E sono ancora più soddisfatto di aver potuto toccare, quarant’anni dopo, e più precisamente alla fine dello scorso mese di aprile, negli Stati Uniti d’America, a Washington, presso il “National Air and Space Museum”, un autentico “pezzetto di Luna”; un frammento di roccia lunare, un basalto, raccolto da quegli eroici astronauti che ne calcarono il suolo.
E, non solo; presso il Museo sono conservate navicelle spaziali, moduli, razzi, aerei e tutto quanto ha caratterizzato l’evoluzione aerospaziale, dai primordi ai nostri giorni, compreso anche quell’Apollo 11 del primo “allunaggio”.
Neil Armostrong, al comando della missione Apollo 11, fu il primo uomo a calcare il suolo lunare, alle ore 4,50, seguito a breve distanza da Edwin “Buzz” Aldrin, alle ore 4.57, mentre il pilota del modulo di comando Mike Collins restò in orbita.
Dopo un viaggio di centodieci ore – con soli trentanove secondi di ritardo sui piani – alle ore 22.17’40” il Lem “Eagle” (Aquila) si era posato sulla Luna.
Gli astronauti hanno atteso sei ore prima di uscire per la passeggiata.
“Un piccolo passo per l’uomo, un balzo per l’umanità”: queste furono le parole pronunciate dal comandante Neil Armstrong.
Armstrong e Aldrin trasmisero alla Terra dati sui “venti”, movimenti sismici ed altre informazioni e raccolsero 21,4 chilogrammi di campioni lunari nel raggio di sessanta metri, mentre a 380 mila chilometri di distanza, sulla Terra, arrivavano immagini surreali.
Tornarono nel Lem dopo 2 ore e 10’ e, qualche ora più tardi, il Lem si alzò per raggiungere il modulo di comando che ruotava in orbita pilotato da Mike Collins.
Un “aggangio” perfetto…e via sulla rotta di ritorno a casa sulla Terra.
Fu il coronamento di un sogno!
San Placido Martire anche nel Santuario di Vicoforte nel cuneese.
San Placido Martire è il patrono di Poggio Imperiale ed Alfonso Chiaromonte ha dedicato al Santo il suo recente libro “San Placido Martire patrono di Poggio Imperiale” – Edizioni del Poggio, 2008; un’opera molto interessante che mette in luce aspetti della vita, del martirio e del culto del Santo, venerato non solo a Poggio Imperiale ma anche in Sicilia, a Messina, a Biancavilla (Catania) e a Castel di Lucio (Messina) , oltre che a Montecarotto, nelle Marche, tra Senigallia e Jesi, e a San Benedetto Belbo in provincia di Cuneo, un borgo delle Langhe.
Ma, evidentemente, statue, effigi e simulacri del Santo sono presenti in tante altre Chiese sia in Italia che in giro per il mondo.
Santuario di Vicoforte
Basilica della Natività di Maria
Regina Montis Regalis
Ne ho scoperta una, recentemente, nell’interno del Santuario di Vicoforte, in provincia di Cuneo, e non escludo che proprio la vicinanza dell’insediamento benedettino di San Benedetto Belbo abbia potuto influenzare la scelta di realizzare a suo tempo, nell’ambito del Santuario, fra le tante belle cappelle, anche una dedicata a San Benedetto, nell’interno della quale è presente una statua di San Placido Martire.
Il collegamento con San Benedetto sicuramente è dovuto al fatto che Placido venne da fanciullo affidato dal padre proprio a questi, perché fosse istruito nelle varie discipline e soprattutto perché fosse guidato nella via delle virtù e della perfezione cristiana, alla stessa stregua dell’altro martire Mauro, che salvò peraltro Placido dall’annegamento in un fiume mentre attingeva l’acqua per Benedetto, ed i figli di altri nobili patrizi romani dell’epoca.
Il Santuario di Vicoforte, situato nell’omonimo comune della provincia di Cuneo, è una chiesa monumentale tra le più importanti del Piemonte; la sua cupola ellittica è la più grande di tale forma nel mondo.
Il complesso trae le sue origini da un santuario medievale, composto da un modesto pilone decorato da un affresco quattrocentesco raffigurante la Madonna col Bambino.
Intorno al 1590, durante una battuta di caccia, un cacciatore colpì per sbaglio l’immagine della Vergine, che secondo la leggenda sanguinò. La realtà vede invece il cacciatore pentito che appende il suo archibugio al pilone e inizia una grande raccolta di fondi per riparare il danno ed espiare così il suo peccato.
Ancora oggi l’archibugio è conservato in una cappella del Santuario, accanto all’affresco deturpato.
Nel giro di pochi anni questo luogo divenne meta di pellegrinaggi ed attirò anche il Duca Carlo Emanuele 1° di Savoia, che nel 1596 commissionò la costruzione di un grande santuario all’architetto di corte Ascanio Vitozzi. La morte del Duca (che volle essere seppellito nel Santuario) e dell’architetto però pose un freno alla costruzione, la quale venne ripresa solo nel Settecento allorché Francesco Gallo costruí la grande cupola ellittica, alta 74 metri e di diametri pari a 25 e 36 metri.
Si narra che dovette andare lui stesso a togliere le impalcature, perché nessuno pensava che una struttura di quel tipo potesse reggere.
Le decorazioni in affresco degli oltre seimila metri quadrati di superficie furono poi completate nel 1752 da Mattia Bortoloni e Felice Biella; nel 1709 lo scultore Giuseppe Gagini assunse l’incarico di realizzare il monumento con la statua di Margherita di Savoia, figlia del Duca, terminato nel 1714.
Il Santuario assunse la forma attuale nel 1884, quando vennero costruiti i campanili e le tre facciate.
All’interno, tra le tante magnificenze, la cappella di San Benedetto è la prima a destra ed ospita, sul lato destro, il mausoleo di Margherita di Savoia, figlia del Duca Carlo Emanuele 1°, con la bella statua opera dello scultore genovese Giuseppe Gagini (1709) così come le quattro statue d’angolo rappresentanti Santa Geltrude, San Mauro, San Placido e Santa Cunegonda.
Stuatua di San Placido Martire
Particolare della statua di San Placido Martire
Quindi i martiri Placido e Mauro ancora insieme nella cappella di San Benedetto, il loro maestro.
Per maggiori approfondimenti su San Placido Martire si rimanda alla lettura del libro citato di Alfonso Chiaromonte.
Buona lettura !
La Porziuncola di Assisi e Los Angeles
Suscita sempre un certo fascino ritornare ad Assisi e visitare la tomba e i luoghi di san Francesco.
Ma forse i momenti più toccanti si rivivono alla “Porziuncola” e alla “Cappella del Transito”, nell’interno della Basilica di santa Maria degli Angeli, a valle, nella piana che si estende ai piedi della zona montagnosa ove sorge l’imponente complesso delle Basiliche dedicate al Santo.
La Porziuncola
La cappella, situata in una zona denominata “Portiuncula”, era rimasta per lungo tempo in stato di abbandono, fin tanto che venne poi restaurata da san Francesco.
Egli qui comprese chiaramente la sua vocazione e qui fondò l’Ordine dei Frati Minori nel 1209, affidandolo alla protezione della Vergine Madre di Cristo, cui la chiesina è dedicata.
Francesco ottenne in dono dai Benedettini il luogo e la cappella per farne il centro della sua nuova Istituzione.
Il 28 marzo 1211, Chiara di Favarone di Offreduccio (la futura santa Chiara) vi ricevette dal Santo l’abito religioso, dando inizio all’Ordine delle Povere Dame (Clarisse).
Nel 1216, in una visione, Francesco ottenne da Gesù stesso l’Indulgenza conosciuta come “Indulgenza della Porziuncola” o “Perdono di Assisi”, approvata dal Papa Onorio III.
Alla Porziuncola, che fu ed è il centro del francescanesimo, il Poverello radunava ogni anno i suoi frati nei Capitoli (adunanze generali), per discutere la Regola, per ritrovare di nuovo il fervore e ripartire per annunciare il Vangelo nel mondo intero.
Il Transito
Si tratta di un semplice vano in pietra in cui era situata l’infermeria del primitivo convento.
San Francesco trascorse qui gli ultimi giorni della sua vita e, deposto nudo sulla nuda terra, vi morì la sera del 3 ottobre 1226, dopo aver aggiunto gli ultimi versi al suo Cantico delle creature: “Laudato sii mi’ Signore, per sora nostra morte corporale da la quale nullo homo vivente po skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntate, ka la morte secunda nol farrà male.”
Ogni anno, il 3 ottobre, verso il tramonto, si celebra qui solennemente la Commemorazione Nazionale del Transito del Santo, Patrono d’Italia.
Basilica di S. Maria degli Angeli
Per volere del Papa san Pio V (1566-1572), al fine di custodire le cappelle della Porziuncola, del Transito e del Roseto e altri luoghi resi sacri dalla memoria di san Francesco, e accogliere i tanti pellegrini che da ogni luogo si recano a visitarli, tra il 1569 e il 1679 venne edificata la grande Basilica di S. Maria degli Angeli.
La città statunitense di Los Angeles, prende il nome proprio da quest’ultima Basilica.
Los Angeles
Il nome originario di Los Angeles è “Ciudad de la Iglesia de Nuestra Senora de Los Ángeles sobre la Porziúncola de Asis”, che significa “Città della Chiesa della Nostra Signora degli Angeli della Porziuncola di Assisi.
E’ la più grande città della California e la seconda di tutti gli Stati Uniti d’America; insieme a New York e Chicago è una delle tre metropoli più importanti del paese ed è un centro economico, culturale e scientifico di rilevanza mondiale.
Diventata città il 4 aprile 1850 (cinque mesi prima che la California diventasse il trentesimo stato dell’Unione), è il capoluogo dell’omonima contea.
L’area costiera dove sarebbe sorta Los Angeles venne abitata per millenni da popolazioni native, come i Tongva (o Gabrielenos), i Chumash e altri gruppi etnici, anche più antichi.
Gli spagnoli arrivarono nel 1542, quando Juan Cabrillo esplorò la zona. Nel 1769, Gaspar de Portola guidò una spedizione nella California meridionale assieme ai francescani Junipero Serra e Juan Crespi. Gaspar de Portola chiamò un fiume che avevano scoperto “El Río de Nuestra Senora la Reina de los Ángeles de Porciúncula”.
Lungo il fiume, fratel Crespi aveva notato un luogo adatto per costruire una missione, ma nel 1771 fratel Serra ne fondò una a Whittier Narrows.
Dopo un’inondazione nel 1776, la missione fu trasferita a San Gabriel. Il 4 settembre 1781, 44 coloni messicani uscirono dalla missione di San Gabriel per fondare un nuovo insediamento nel sito vicino al fiume che era stato individuato da fratel Crespi.
La città, chiamata El Pueblo de Nuestra Senora la Reina de los Ángeles sobre El Río Porciúncula, rimase un piccolo centro agricolo per decenni. Oggi i caratteri generali del Pueblo sono conservati in un piccolo quartiere storico, denominato anche “Olvera Street”.
Niagara Falls: uno spettacolo davvero unico!
Niagara Falls: uno spettacolo davvero unico che, da solo, vale tutto il viaggio in nordamerica!
E’ questa la sensazione che abbiamo provato io e mia moglie qualche settimana fa.
Le cascate del Niagara (in inglese: Niagara Falls), situate nel nord-est dell’America, a cavallo tra USA e Canada, sono per la loro vastità tra i più famosi salti d’acqua del mondo. La loro fama è certamente legata alla spettacolarità dello scenario, dovuto al loro vasto fronte d’acqua e all’imponente portata, stimabile in oltre 168.000 m3 al minuto nel regime di piena e circa 110.000 m3 come media.
Le cascate del Niagara viste dal lato canadese, si trovano nell’Ontario, all’interno della regione denominata “Niagara Peninsula”, a poca distanza dalla città di St. Catharines e a circa un’ora e mezza da Toronto e, dal lato statunitense, a circa mezz’ora di macchina dalla città di Buffalo e a 600 Km da New York.
Si tratta di un complesso di tre cascate distinte, anche se originate dal medesimo fiume, il Niagara. Iniziano dal versante canadese con le “Horseshoe Falls” (ferro di cavallo, per la forma semicircolare), dette talvolta anche “Canadian Falls”, separate dalle “American Falls”, sul lato statunitense, dalla “Goat Island” (Isola delle Capre), e finiscono sempre nel suolo statunitense con le più piccole “Bridal Veil Falls” (cascate a velo nuziale o velo di sposa).
Le cascate del Niagara sono famose per la loro bellezza, oltre che per la produzione di energia elettrica. Grande notorietà fu data a questo luogo dal film “Niagara” girato nel 1953 dal regista Henry Hathaway e con Marilyn Monroe come protagonista.
Esse sono, da sempre, meta tradizionale di viaggio (di nozze) per molti americani ma anche per gente d’oltreoceano: un sito turistico fra i più famosi al mondo da oltre un secolo; una meraviglia della natura che unisce, in un unico abbraccio, le città gemelle ed omonime di “Niagara Falls” nell’Ontario (Canada) e “Niagara Falls” nello Stato di New York (Stati Uniti d’America). Con qualche piccolo fastidio per il turista che, ogni volta, quando si passa da una parte all’altra, deve sottoporsi alle operazioni doganali e di controllo di frontiera USA/Canada e viceversa.
Le cascate hanno un salto di circa 52 metri, anche se quelle americane cadono su delle rocce situate ad appena 21 metri dal bordo della cascata. Ciò a causa di un massiccio movimento franoso occorso nel 1954. La grande cascata canadese è larga circa 800 metri mentre la cascata americana ha un fronte di 323 metri.
Il nome Niagara ha origine dal termine in lingua “irochese” (pellerossa d’America), “Onguiaahra”, che significa “acque tuonanti”. Gli antichi abitanti della regione erano gli “Ongiara”, una tribù “irochese” chiamata “Neutrale” da un gruppo di coloni francesi che beneficiarono della loro mediazione per risolvere alcune dispute con altre tribù locali.
Una leggenda della zona narra di ”Lelawala”, una bella ragazza obbligata dal padre a fidanzarsi con un ragazzo che ella disprezzava.; piuttosto che sposarsi, “Lelawala” scelse di sacrificare se stessa al suo vero amore “He-No”, il “Dio Tuono”, che dimorava in una caverna dietro la “Cascata a Ferro di cavallo”. Ella “pagaiò” sulla sua canoa nelle veloci correnti del fiume Niagara e precipitò dal bordo della cascata. “He-No” la raccolse mentre precipitava ed i loro spiriti, secondo la leggenda, vivono uniti per l’eternità, nel santuario del “Dio Tuono” sotto le cascate.
Nel 1848 iniziò la costruzione di un ponte sul fiume Niagara per unire la sponda americana del fiume a quella canadese. Con l’incremento del traffico stradale, nel 1886, venne sostituito il vecchio ponte in pietra e legno con uno in ferro ancora in uso, completato nel 1897; conosciuto come il ponte Whirlpool consente il passaggio di veicoli, treni e pedoni, dal Canada agli Stati Uniti, e si trova a valle delle cascate. Nel 1941 venne poi costruito il ponte dell’arcobaleno (in inglese: Rainbow Bridge), nelle immediate vicinanze della cascata, adibito al passaggio di veicoli e pedoni; da esso si ha una spettacolare visione delle cascate nella loro interezza e dell’arcobaleno che vi si forma.
Lo spettacolo offerto da questa attrattiva naturale, porta qui annualmente circa 14 milioni di visitatori.
A questo scopo, negli anni novanta, è stata realizzata un’area turistica comprendente decine di grandi alberghi, bar, ristoranti ed anche dei Casinò, che hanno trasformato questa città in una sorta di “Las Vegas” canadese.
Fra le attrazioni del posto, è interessante il “Maid of the Mist” (alla lettera: la fanciulla nella nebbia); un Battello turistico che consente di effettuare uno stravolgente giro sotto le cascate. Ai passeggeri viene fornito un apposito impermeabile con cappuccio per proteggersi dalla schizzi di acqua.
Il nome del battello si riferisce verosimilmente alla leggenda di ”Lelawala”, la bella ragazza che scelse di sacrificarsi al “Dio Tuono”. Perché… “nella nebbia”? Perché il salto d’acqua delle cascate crea un effetto nebbia.
Interessante anche una visita alla “Skylon Tower”; la torre (a forma di fungo) con in cima un “ristorante girevole”, dal quale si può godere una vista mozzafiato delle cascate illuminate di notte, mentre si consuma una deliziosa cena a lume di candela (noi abbiamo gustato dell’ottimo salmone canadese!)
La maggior parte delle aree adiacenti alle cascate fanno parte del Parco della Regina Vittoria, sotto il controllo della “Niagara Park Commission”, dove sono state create varie attrazioni legate all’ambiente naturale.
La penisola di Niagara è anche luogo di produzione di vini per cui sono stati realizzati percorsi e visite guidate alle cantine della zona.
Lo “sciroppo d’acero” canadese
Ho avuto l’opportunità di assaporare nei giorni scorsi nell’Ontario, in Canada, durante un viaggio nell’America settentrionale con mia moglie, uno sciroppo d’acero veramente squisito; una delizia che può essere gustata in tanti modi diversi.
Una natura sconfinata, tra il verde sfolgorante delle conifere e laghi, fiumi ed acqua che si susseguono senza interruzione dietro ogni curva: questo è il Canada.
Colpisce la vastità degli spazi, degli ambienti ancora incontaminati ed apprezzabile è il modo in cui tutto questo è rispettato e conservato; molti sono gli scorci che ricordano paesaggi europei, ma la differenza la fa l’estensione.
Il Canada offre molto, soprattutto per chi ama la natura ed il contatto con essa, nella sconfinatezza e nella pace.
Già gli indiani irochesi del Canada conoscevano la lavorazione della linfa estratta dalla corteccia del tronco dell’albero di acero.
In origine veniva trattata in modo da ottenerne cristalli che fungevano da surrogato dello zucchero di canna.
Solo in seguito si scoprì la possibilità di ricavarne sciroppo.
Lo sciroppo d’acero viene oggi prodotto dalle province orientali del Canada ed in alcune zone degli Stati Uniti.
La linfa viene raccolta all’inizio della primavera (in genere in marzo o aprile) quando l’acero è in stato quiescente, in aree di coltivazione note come sugarbush o sugarwoods.
La linfa ha sostanza solida di circa il 3-5%, in gran parte costituita da saccarosio. È inoltre composta da acido malico, potassio, calcio, ferro, vitamine e componenti fenoliche.
Lo sciroppo deriva dal processo di concentrazione della linfa, che si effettua in costruzioni ad hoc chiamate sugarshacks o cabanes à sucre; può essere classificato in base al grado di raffinazione (per esempio dal più al meno raffinato: fancy, grade A, grade B).
Lo sciroppo d’acero è un liquido zuccherino ottenuto dalla bollitura della linfa dell’acero da zucchero e dell’acero nero. È il dolcificante naturale meno calorico (circa 250 calorie per cento grammi) dopo la melassa; ha un alto contenuto di sali minerali.
Oltre ad essere utilizzato nei paesi freddi , per le elevate calorie e proprieta’ nutrizionali, lo sciroppo d’acero e’ famoso per le sue proprieta’ depurative oltre che energizzanti.
Per ottenere 1 litro di sciroppo ci vogliono 40 litri di linfa d’acero. In Canada si produce ben oltre l’80% della produzione mondiale; la provincia del Québec è il principale produttore mondiale, con il 75% dello sciroppo d’acero prodotto ogni anno.
Nel New England, nel Québec ed in parti dell’Ontario, il processo di fabbricazione dello sciroppo è divenuto parte della cultura popolare: residenti delle regioni metropolitane visitano almeno una volta l’anno gli sugarshacks, dove piatti a base di sciroppo d’acero sono serviti in un’atmosfera rustica e casareccia.
La maple taffee (letteralmente: caramella d’acero) o tire sur la neige è preparata versando una specie di caramello, ottenuto concentrando ulteriormente lo sciroppo, caldissimo nella neve fredda; la caramella così realizzata viene quindi mangiata su bastoncini a mo’ di lecca-lecca.
Questo succo dorato e dolcissimo è apprezzato in tutti gli Stati Uniti (e non solo). Non può mancare in nessuna cucina e su nessuna tavola della prima colazione.
Gli alberi di acero da zucchero (Acer saccharinum) crescono soprattutto in Canada e America settentrionale ed il succo, raccolto per qualche settimana, viene fatto addensare sotto effetto del calore.
Con questo procedimento in un anno si ricavano da un albero circa 40 litri di succo che, però, una volta addensato si riduce, come si è detto, ad un solo litro di sciroppo.
Esistono diverse qualità di sciroppo, a seconda del luogo di raccolta e del tipo di lavorazione. Più è chiaro, più risulta aromatico e prelibato. Il colore ambrato più chiaro e l’aroma più dolce derivano dal succo, trattato con molta attenzione, del primo giorno di raccolta primaverile.
Le qualità più economiche possono essere marrone chiaro e avere un forte gusto di caramello che copre quasi del tutto il delicato aroma dello sciroppo d’acero. Queste qualità sono tipiche dei raccolti più tardivi, addensati sotto l’effetto di un forte calore.
Negli anni, i tanti film americani hanno diffuso nel mondo l’immagine delle famiglie nordamericane raccolte per la prima colazione intorno a tavoli ove abbondano caffè, latte, cereali, pancakes, muffins e altri dolci accompagnati (naturalmente) dallo sciroppo d’acero.
Ma lo sciroppo d’acero viene usato anche in accompagnamento ai formaggi o al classico tacchino e a tante altre pietanze, oltre che per esaltare il sapore del burro fuso su pancake caldo, uova e bacon.
Ottimo anche con il gelato.
Sotto alcuni aspetti, lo sciroppo d’acero, con il suo leggero e vellutato retrogusto di caramello, è senz’altro un’ottima alternativa alle confetture di frutta e al miele.
Leonardo da Vinci di casa in America…con Ginevra de’ Benci!
Solitamente pensiamo a “Monna Lisa” quando il nostro pensiero è rivolto alle opere di Leonardo da Vinci all’estero.
In particolare ci riferiamo alla famosa “Gioconda” esposta al Museo del Louvre di Parigi, che raffigura la fiorentina Lisa Gherardini, Monna Lisa Gherardini per la precisione.
Molto probabilmente sfugge ai più che il nostro amato Leonardo da Vinci è presente anche negli Stati Uniti d’America presso la prestigiosa “National Gallery of Art” di Washington (DC) – [Washington District of Columbia] -, con un’opera che nulla ha da invidiare alla Gioconda: si tratta del ritratto di Ginevra Benci, che ho avuto l’opportunità di apprezzare nei giorni scorsi in occasione di una mia visita al predetto museo americano, nel corso di un viaggio negli Stati Uniti con mia moglie.
La “National Gallery of Art” si trova in Constitution Avenue a Washington (DC) negli Stati Uniti ed è un museo di arte antica, arte moderna, bronzi ed arti decorative. Il museo espone opere di: Georges Braque, Mary Cassatt, Paul Cézanne, Giorgio De Chirico, Edgar Degas, Leonardo, fra Filippo Lippi, Amedeo Modigliani, Claude Monet, Pablo Picasso, Camille Pissarro, Jackson Pollock, Raffaello, Rembrandt, Pieter Paul Rubens, Vincent Van Gogh, Jan Vermeer, ecc.
La National Gallery of Art di Washington (DC) è una galleria di arte antica, arte moderna, e di arti decorative, costituita da opere di proprietà della nazione americana.
Venne istituita nel 1937 per decreto del Congresso degli Stati Uniti. Ma la sua collezione trae origine sostanzialmente da donazioni private. Tra esse spiccano per importanza quelle di Andrew F. Mellon, Peter A.B. Widener, Samuel H. Kress e Chester Dale.
La collezione di dipinti antichi della National Gallery of Art di Washington (DC) è la più vasta e completa degli USA ed una delle più importanti al mondo. Stupenda è anche quella di impressionismo e post-impressionismo, dove figurano grandi capolavori di Edouard Manet e innumerevoli opere di Claude Monet, Pierre Auguste Renoir, Camille Pissarro, Paul Cézanne, Vincent van Gogh e Paul Gauguin. Meno estesa, ma in ogni caso di grande qualità, è quella di pittura e scultura del ‘900. Per l’importanza delle opere si possono citare i nomi di Pablo Picasso, Henri Matisse, André Derain, Georges Braque, Amedeo Modigliani, Giorgio De Chirico. Splendida anche la selezione di arte americana del dopoguerra, in particolare Jackson Pollock, Mark Rothko, Morris Louis, Alexander Calder, ecc. Su tutte svettano capolavori, come Famiglia di saltimbanchi (1905) di Pablo Picasso e Number 1 (1950) di Jackson Pollock.
La splendida collezione della National Gallery of Art ha sede in due edifici, che si ergono al centro del Mall (1). Un corridoio sotterraneo, comprendente vari servizi, li collega l’uno all’altro. Il più antico dei due, inaugurato nel 1941, è stato progettato da John Russell Pope. Ha l’aspetto di un grande complesso neoclassico, imponente ma elegante, nel suo rivestimento in marmo rosa del Tennessee.
Il Ritratto di Ginevra de’ Benci di Leonardo da Vinci.
Il Ritratto di Ginevra de’ Benci è un dipinto di Leonardo da Vinci, a tempera ed olio su tavola (38,8 x 36,7 cm), realizzato tra il 1474 ed il 1478. Le mani dovevano essere in una posizione emblematica, come nei più famosi ritratti di Leonardo, e secondo alcune testimonianze dell’epoca dovevano assomigliare nella posa a quelle della Dama del mazzolino di Verrocchio.
Fonti antiche documentano il rapporto fra Leonardo e Giovanni Benci, marito di Ginevra, ma forse intercedette anche Tommaso Benci, poeta discepolo di Marsilio Ficino ed amico di Leonardo.
La donna rappresentata, fra le più aggraziate della Firenze del tempo, non viene solo descritta con inoppugnabile abilità pittorica, ma anche esaltata come esempio di virtù.
Il retro del dipinto riporta, infatti, la scritta “VIRTVTEM FORMA DECORAT” (La forma decora la virtù), concetto di chiara ascendenza neoplatonica, già citato nella botticelliana “Primavera”, secondo cui la bellezza del corpo rispecchia quella dello spirito.
La Benci è pure esempio di purezza, come suggerisce il ginepro che le fa da sfondo. L’ombra del ginepro esalta il chiarore espressivo del volto della donna, il colore della cui pelle evolve poi in quello dell’acconciatura e, successivamente, in quello della veste e dello sfondo paesaggistico, secondo un continuum cromatico che testimonia la capacità vinciana nell’uso del timbro bruno-castano in varie tonalità.
La National Gallery of Art di Washington (DC) è un museo molto frequentato, non solo dagli statunitensi ma da visitatori provenienti da tutto il mondo, e quindi l’opera di Leonardo da Vinci ben rappresenta l’Italia in maniera universale.
(1) Il “National Mall” è un ampio viale monumentale di Washington (D.C.), che si estende per circa 3 chilometri in direzione est-ovest dal Campidoglio al Lincoln Memorial. È fiancheggiato a nord dalla Constitution Avenue e a sud dalla Indipendence Avenue. Fa parte del “National Mall & Memorial Parks”, un parco amministrato dal National Park Service, un ente governativo che gestisce tutti i Parchi nazionali degli Stati Uniti. Al suo interno, circa 1800 metri a ovest del Campidoglio, svetta il Washington Monument, un’obelisco rivestito di granito alto oltre 169 metri. Poco a nord del Washington Monument si trova la Casa Bianca. L’idea di realizzare un viale monumentale nel cuore di Washington spetta all’architetto francese Pierre Charles L’Enfant, che ne delineò un progetto nel 1791. Tuttavia la sua effettiva esecuzione risale all’inizio del XX secolo da parte della Commissione McMillan, che tra l’altro fece spostare la stazione ferroviaria principale della città, la Union Station, da un’area lungo l’attuale viale ad una nuova posizione lungo la Massachusetts Avenue.
“Malafemmena”: Ma l’ha scritta veramente Totò?
La musicalità della canzone “Malafemmena” di Totò (Antonio De Curtis) ha conquistato, con il passare degli anni, sempre maggiori schiere di estimatori, e non solo tra napoletani ed italiani in genere, confluendo ormai nel novero di quelle canzoni che illustrano ed identificano l’Italia nel mondo, come “O sole mio”, “Volare”, e tante altre.
Una canzone che è peraltro entrata nel repertorio di molti grandi artisti, anche di musica classica.
Totò non fu soltanto il grande attore che tutti conosciamo; fu anche un grande poeta dialettale ed un ottimo compositore di liriche per canzoni di grande successo.
“Malafemmena” è una canzone senza tempo, con una melodia penetrante, coinvolgente e profonda al tempo stesso; al punto che il reale significato delle parole del testo sembra svanire nel nulla.
Proprio così!
Un testo pesante; molto pesante anche per l’epoca in cui essa fu scritta da Totò.
Sono un grande ammiratore ed estimatore di Totò i cui film, poesie e canzoni hanno sicuramente contribuito alla formazione di noi ragazzi del tempo.
Sono nato nell’immediato dopoguerra e sono stato un assiduo frequentatore del “Cinema Imperiale” di Poggio Imperiale in provincia di Foggia, ove i film di Totò sono passati davvero tutti, sia quelli in bianco e nero, sia quelli a colori successivamente.
Totò non è nuovo a “battute pesanti” ovvero ad “insulti ed improperi”.
Ciò, tuttavia, sempre in contesti caratterizzati da situazioni ironiche-sarcastiche, tragicomiche od altro.
I versi della canzone “Malafemmena” trascendono invece verso un livello di “volgarità”, gratuita, se vogliamo, nei quali è veramente difficile riconoscere come autore proprio Totò.
Totò, che gli uomini li ha sempre “sckjfati”, amava le donne!
Quelle “bbone” (diceva lui) ed in verità un po’… “sckjfava” le “racchie” (diceva sempre lui).
Proprio non lo vedo Totò che apostrofa il gentil sesso con il termine “donnaccia” o che dice: “”Se tu avessi fatto ad un altro quello che hai fatto a me, quest’uomo ti avrebbe ammazzata, tu vuoi sapere perché? Perché su questa terra, donne come te non devono esistere per un uomo onesto come me””.
Ed ancora: “”Ma Dio non te lo perdona, quello che hai fatto a me!””.
Riporto, qui di seguito, l’intero testo della canzone napoletana, con la traduzione in italiano riportata tra parentesi.
Malafemmena (Donnaccia)
Si avisse fatto a n’ato
(Se tu avessi fatto ad un altro)
chello ch’e fatto a mme
(quello che hai fatto a me)
st’ommo t’avesse acciso,
(quest’uomo ti avrebbe ammazzata)
tu vuò sapé pecché?
(tu vuoi sapere perché?)
Pecché ‘ncopp’a sta terra
(Perché su questa terra)
femmene comme a te
(donne come te)
non ce hanna sta pé n’ommo
(non devono esistere per un uomo)
onesto comme a me!…
(onesto come me)
Femmena
(Donna)
Tu si na malafemmena
(Tu sei una donnaccia)
Chist’uocchie ‘e fatto chiagnere..
(Questi occhi hai fatto piangere..)
Lacreme e ‘nfamità.
(Lacrime di infamità)
Femmena,
(Donna,)
Si tu peggio ‘e na vipera,
(Sei tu peggiore di una vipera,)
m’e ‘ntussecata l’anema,
(mi hai avvelenato l’anima)
nun pozzo cchiù campà.
(non posso più vivere).
Femmena
(Donna)
Si ddoce comme ‘o zucchero
(Sei dolce come lo zucchero)
però sta faccia d’angelo
(però questa faccia d’angelo)
te serve pe ‘ngannà…
(ti serve per ingannare…)
Femmena,
(Donna,)
tu si ‘a cchiù bella femmena,
(tu sei la più bella delle donne,)
te voglio bene e t’odio
(ti voglio bene e ti odio nel contempo)
nun te pozzo scurdà…
(non posso dimenticarti…)
Te voglio ancora bene
(Ti voglio ancora bene)
Ma tu nun saie pecchè
(Ma tu non sai perché)
pecchè l’unico ammore
(perché l’unico amore)
si stata tu pe me…
(sei stata tu per me…)
E tu pe nu capriccio
(E tu per un capriccio)
tutto ‘e distrutto,ojnè,
(hai distrutto tutto, purtroppo,)
Ma Dio nun t’o perdone
(Ma Dio non te lo perdona)
chello ch’e fatto a mme!…
(quello che hai fatto a me!…)
Né è possibile dare credito alla versione che si è andata accreditando da tempo, secondo la quale la canzone sarebbe stata dedicata da Totò alla giovanissima e bella Silvana Pampanini, che lo aveva rifiutato.
Traspare piuttosto la “rabbia” e il “livore” dell’uomo tradito dalla sua donna amata (…e tu per un capriccio hai distrutto tutto purtroppo…).
Così dice Silvana Pampanini (si riporta integralmente il testo pubblicato su vari Siti Internet):
“” Totò era veramente un gentleman dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi, era un professionista favoloso, molto signore, molto gentile e molto bravo. Totò non era bravo soltanto come attore comico, Totò era un grandissimo attore drammatico, anche se è stato sfruttato in film troppo facili, film commerciali di qua, film commerciali di la. La comicità vera è quando tu con niente fai ridere e interpreti veramente e non son soltanto facendo delle battute, la comicità non è soltanto questo. Con lui ho fatto tra l’altro 47 morto che parla, che era poi L’avaro di Molière. In 47 morto che parla c’è dentro questa beffa, c’è la satira, c’è dentro la comicità, in fondo c’è dentro un pò di tutto, non è il filmettino così. Totò aveva un’ammirazione immensa per me, certo ero molto giovane, ma con una discrezione tale, con una signorilità tale. Mi faceva capire che mi voleva molto bene, che mi voleva sposare, ne aveva parlato con papà che però gli diceva: “Totò, guardi, Silvana è una ragazzina, non ci pensa proprio a queste cose”. Era sempre molto gentile e carino, nel camerino mi faceva trovare i mazzolini di fiori, quelli tutti montati con il pizzo sotto delicatissimo, il profumo, i cioccolatini. Un giorno venne da me per dirmi: “Silvana, ci pensi”. Allora a me uscì quella frase che avrei voluto riprendere ma non si poteva più, ormai era detta: “Totò, io ti voglio molto bene, ma come a un padre”. Ecco. Lui però ha capito e ha continuato a volermi molto bene, siamo rimasti sempre amici. Ci siamo incontrati tante volte e anzi lui mi adorava ancora di più proprio pensando che ero una ragazza a posto e che non avevo approfittato di questa situazione “”.
Via Crucis vivente a Poggio Imperiale – Terra Santa – Santa Croce in Gerusalemme a Roma
Ho appreso con molto piacere che l’Azione Cattolica di Poggio Imperiale in collaborazione con la Parrocchia S. Placido Martire e con il patrocinio del Comune di Poggio Imperiale ha organizzato la VIA CRUCIS VIVENTE che si è tenuta la sera della Domenica delle Palme lungo la via Vittorio Veneto.
Il gruppo dei giovani ha inteso riproporre così, dopo 13 anni, l’analoga manifestazione organizzata dalla Confraternita del Sacro Cuore nel 1993.
Sono state circa quaranta le comparse, la maggior parte delle quali giovani, ma tanti anche gli adulti, di cui alcuni presenti già nella precedente esperienza del 1993.
Ripercorrere la drammaticità degli ultimi giorni di Gesù rappresenta sempre un momento di profonda riflessione, che si amplifica notevolmente se si ha l’opportunità di visitare a Gerusalemme, in Terra Santa, i luoghi ove duemila anni fa la “passione di Cristo” si è realmente consumata.
Ho personalmente vissuto nella primavera di due anni or sono, con mia moglie, questa indimenticabile avventura, lungo tutto il percorso della vita del Nazareno, a partire da Betlemme, luogo dalla nascita, Nazareth e Galilea dove è vissuto ed infine Gerusalemme dove è stato crocefisso, è morto e fu sepolto e, poi, il terzo giorno è risuscitato da morte ed è salito al cielo.
Ma anche in Italia, a Roma per la precisione, esistono preziose testimonianze collegate alla crocefissione di Gesù, nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, detta anche “Basilica Sessoriana”.
Nella prima metà del III secolo d.C. l’area dove oggi sorge la Basilica era occupata da una villa imperiale iniziata da Settimio Severo e conclusa da Elagabalo, che comprendeva il palazzo imperiale Sessonarium, residenza nel secolo successivo dell’imperatrice Elena, madre di Costantino. Nella metà del 400 un atrio di questo palazzo fu trasformato in basilica cristiana, prendendo il nome di Basilica Eleniana o Sessoriana.
Si ritiene sulla base di una « tradizione antichissima che una parte della “Croce” del Signore sia stata portata a Roma e collocata nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Ne danno conferma gli antichi rituali medievali delle funzioni papali, che fissano la Stazione del Venerdì Santo proprio a S. Croce. In quell’occasione il Pontefice in persona procedeva scalzo dalla Basilica Lateranense e processionalmente, con il clero e il popolo, andava alla “Hierusalem” romana per adorarvi il “Legno” della vera Croce. Ulteriore prova di quanto fosse radicata la convinzione che in quest’antica basilica romana vi fosse la vera Reliquia della Croce sono gli svariati frammenti del Sacro Legno prelevati dalla Reliquia Sessoriana per essere donati dai Pontefici a personalità e santuari. S. Gregorio Magno ne mandò una particella in dono a Reccaredo, re dei Visigoti; Leone X ne fece estrarre una parte per donarla a Francesco I, re di Francia (1515); Urbano VIII (1623-1644) volle donarne una parte alla Basilica Vaticana; anche Pio VI, Pio VII e Pio IX fecero prelevare altre particelle.
Anche per quanto riguarda il “Chiodo” la tradizione è antichissima e costante. Molti storici del IV sec, infatti, narrano che S. Elena trovò anche i chiodi con i quali Gesù era stato crocifisso e che ne fece mettere uno nel freno del cavallo di Costantino e un altro nella corona. Infine, uno lo portò con sé a Roma dove è anticamente annoverato tra le Reliquie Sessoriane.
Per la reliquia del “Titolo” – la tavoletta di legno che riportava l’imputazione formulata da Pilato nei confronti di Gesù in tre lingue – ebraico, greco e latino – la tradizione ad un certo punto lascia il passo alla storia. Stefano Infessura nel suo “Diario”, in data 1 febbraio 1492, racconta che questa reliquia fu casualmente ritrovata durante dei lavori di restauro in Basilica voluti dal card. Mendoza. Chiusa in una cassettina con il sigillo del card. Caccianemici – titolare di S. Croce e poi papa col nome di Lucio II (1144-45) – era stata murata “ab antiquo” nell’arco che separa il transetto dalla navata centrale. Nell’antichità le reliquie venivano spesso messe in alto nelle chiese per preservarle dai furti, ma nel caso del “Titolo” pare se ne fosse poi persa memoria, poiché erano cadute le lettere musive che ne indicavano la collocazione. Ad ogni modo la notizia del ritrovamento fece molto scalpore all’epoca, anche perché coincise con la riconquista spagnola di Granada, ultima roccaforte degli Arabi in Occidente. Papa Alessandro VI il 29/7/1496 emise la bolla “Admirabile sacramentum” con cui autenticava il ritrovamento del “Titolo” e concedeva l’indulgenza plenaria a coloro che avessero visitato S. Croce l’ultima domenica di gennaio.
Inoltre, a S. Croce sono custodite anche “due Spine” che si ritiene provengano dalla Corona che cinse il capo di Gesù. La tradizione non attribuisce a S. Elena il ritrovamento della Corona di Spine. Di questa reliquia si sa però che era venerata a Costantinopoli già ai tempi di Giustiniano. Durante l’Impero Latino d’Oriente (1204-1261) ne vennero in possesso i Veneziani. Nel 1238, poi, l’ebbe S. Luigi Re di Francia, che la pose nella Cappella del Palazzo Reale. Successivamente passò alla chiesa abbaziale di S. Dionigi (1791) e infine nel 1806 fu trasferita a Notre Dame, dove è conservata tuttora.
Nel corso dei secoli S. Croce si è arricchita di “altre reliquie”, quali i “frammenti” della grotta di Betlemme, del S. Sepolcro e della colonna della Flagellazione, il “patibulum” del Buon Ladrone e la “falange” del dito di S. Tommaso…».
Da “Basilica di Santa Croce in Gerusalemme” Le Reliquie Sessoriane (a cura di E. Stolfi) http://www.basilicasantacroce.com/basilica_reliquie.aspx
L’ORO DELL’ANIMA – Antiche “Icone Russe” esposte per la prima volta in Italia e in Europa
Sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, il Palazzo della Provincia di Bergamo ospita presso il suggestivo “Spazio Viterbi”, tra antiche capriate e travi a vista, un’esposizione rappresentativa e articolata delle straordinarie icone del Museo Tretyakov di Mosca.
Per la prima volta in Italia e in Europa un imperdibile appuntamento con la grande arte delle antiche icone russe.
Il Museo Tretyakov è un simbolo del patrimonio nazionale russo, alla stregua del Cremlino e del teatro Bolscioj di Mosca nonchè dell’Ermitage e del teatro Mariinskij di San Pietroburgo.
Un appassionante viaggio alla scoperta della cultura e della spiritualità russa che ho avuto l’opportunità di fare domenica 22 marzo con mia moglie a Bergamo.
Contemplare le antiche icone russe è come aprire “finestre sull’anima”.
E’ un’esperienza unica, carica di emozione, uno strumento di autentica elevazione spirituale, oltre che un piacere, per lo sguardo e per la mente.
Il linguaggio delle antiche icone russe, oscillando fra figurazione, simbolismo, astrazione, ha rappresentato un’insostituibile fonte di ispirazione per i più grandi artisti russi moderni.
Il titolo della mostra, “L’oro dell’Anima”, intende sottolineare lo spessore di una ricerca in grado di ricondurre a una profonda lettura spirituale attraverso i dati culturali e stilistici che le icone rendono immediatamente percepibili.
Oltre alla indiscussa qualità delle opere esposte, l’originalità della mostra consiste nel fatto che essa non si limita a presentare un percorso monotematico (come fu per quella bellissima in Svizzera nel 1997-’98, dedicata all’iconografia dei santi) ma è stata progettata su diverse possibilità di approfondimento.
I percorsi tematici
Il comitato scientifico, presieduto dal Direttore Generale del Museo Tretyakov di Mosca, Valentin Rodionov, ha predisposto diversi “percorsi di lettura”:
• uno “cronologico” (dal sec. XIV al XIX, definibile come l’età dell’oro della produzione del genere);
• uno “geografico” (con opere di Novgorod, Pskov, Mosca, Tver’, Nord della Russia, Rostov, Jaroslavl’);
• uno “storico” (con la rivelazione di eventi storici che si sono svolti in concomitanza con la realizzazione delle icone);
• uno “tematico” (la Vita di Cristo, le Storie dei Santi, l’Immagine di Maria Vergine, le Feste);
• uno “autorale” (con l’individuazione di alcune personalità artistiche operanti nella scia dei grandi maestri);
• uno “compositivo” (con particolare attenzione al contesto costruttivo e strutturale delle icone).
“… L’occasione di questa mostra… [ sottolinea il Presidente della Provincia di Bergamo nella brochure di presentazione dell’evento] … con una selezione di opere di così alta qualità e di così intensa rappresentatività, si pone a conclusione dei costruttivi rapporti intrattenuti dalla Provincia di Bergamo con la Federazione Russa da diversi anni, per mezzo di relazioni articolate nei più vari settori dal culturale, al turistico, a iniziative di reciproca conoscenza e valorizzazione … ].
La mostra, aperta il 15 marzo, proseguirà fino a tutto il 14 giugno 2009.
Un appuntamento con la storia da non perdere!
Informazioni tratte dalla brochure della mostra:
L’Oro dell’Anima
Icone Russe
Dal XIV al XIX Secolo
Del Museo Tretyakov di Mosca
Bergamo, 15 marzo – 14 giugno 2009