Il Bargnolino
Borgo Val di Taro è la capitale del FUNGO PORCINO
Spesso chiamato Borgotaro, “Al Burgh” in dialetto locale, Borgo Val di Taro è un comune di 7.149 abitanti della provincia di Parma che si trova in una conca circondata da colline lungo il corso del fiume Taro.
La “Valtaro” è un angolo di terra emiliana tra Liguria e Toscana.
Fungo di “Borgotaro”
La zona di Borgo Val di Taro è rinomata per i suoi pregiati funghi porcini che si fregiano del marchio I.G.P. (indicazione geografica protetta) della Comunità Europea.
Fra le specialità gastronomiche locali, piatti a base di funghi, cinghiale e polenta.
Luoghi d’interesse
Visitando il Borgo si possono vedere: parte del castello (solo parte della torre), il monumento a Elisabetta Farnese, la chiesa parrocchiale di Sant’Antonino (1200 ca), la chiesa di San Domenico, la sede della Comunità Montana (nell’edificio che ospitava l’ospedale), l’arco di Porta Farnese, palazzo Boveri (che ospitò Elisabetta Farnese) ed il borgo medievale rimaneggiato in stile barocco.
Feste, fiere e sagre
• Carnevale di Borgotaro
• Fiera del Fungo Porcino
• Fiera della castagna
• Sagra della Madonna del Carmine
A Borgo Val di Taro abbiamo, nei giorni scorsi, scoperto (ed acquistato naturalmente) le “bacche” per preparare il “Bargnolino”.
Un piacevolissimo liquore locale, che ci hanno fatto assaggiare in un ristorante a fine pasto.
Sono le “bacche” del prunolo selvatico, arbusto tipico dell’appennino tosco-emiliano, detto anche pruno spino, in dialetto “bargnò”, che si raccolgono in ottobre.
Il “Bargnolino” è un liquore dall’alta gradazione alcolica, ottenuto dalla infusione delle bacche di prugnolo selvatico, un arbusto dalle foglie scure e dai frutti blu che maturano alla fine dell’estate.
Il “Bargnolino, che in dialetto prende il nome di “Bargnolein” è prodotto e commercializzato, in bottiglie di varie forme, da diverse aziende locali ed anche il suo consumo è molto diffuso.
Ma in tanti sono quelli che continuano a prepararlo ancora artigianalmente in casa, seguendo le vecchie tradizioni territoriali e le antiche ricette tramandate di generazione in generazione, dopo aver faticosamente raccolto i “bargnò” dai rovi spinosi nel periodo della loro giusta maturazione.
Anche noi siamo riusciti a strappare sul posto un’antica ricetta, segretamente conservata da vecchie famiglie del luogo, con la quale abbiamo già dato avvio alla preparazione di un infuso naturale e del tutto genuino.
Ma questo rappresenta solo la fase iniziale della preparazione del “Bargnolino”, essendo il procedimento molto più lungo; almeno tre mesi e mezzo per sorseggiare un buon “Bargnolein”.
Il Prugnolo (prunolo selvatico)
La pianta fa parte della famiglia delle rosacee, ed il suo arbusto può arrivare fino ad un’altezza di 3 metri. Della pianta, le parti che vengono utilizzate sono le foglie ed i frutti. Pur non essendo una pianta medicamentosa, alcune sue proprietà risultano interessanti I fiori esercitano un’azione depurativa e diuretica. Hanno un leggero ma efficace effetto lassativo seguito da un’azione rilassante. Sono molto indicati nella stitichezza I frutti, invece, hanno un’azione contraria ai fiori, ossia astringenti, e quindi utili in caso di diarrea . Contengono tannino, e vitamina C, stimolano il processo digestivo. Il consumo dei frutti provoca un aumento dell’appetito ed una sensazione rinfrescante. Si possono mangiare freschi, cotti, o sciroppati. Il suo liquido di cottura, è indicato per tamponi nasali in caso di emorragie, e può essere usato per fare degli sciacqui in caso di problemi gengivali. Và riposta la massima attenzione nei noccioli in quanto, contenendo acido cianitrico, sono altamente tossici; quindi và evitato lo schiacciamento ne tantomeno il mangiarli. Il suo uso è consigliato in caso di tamponi nasali, per gli infusi, i decotti, e lo sciroppo.
Solo nell’Appennino Tosco – Emiliano, grazie a un microclima particolare, all’azione dei venti e delle piogge abbondanti e all’opera nascosta e misteriosa degli umori vitali del suolo, germoglia il Prugnolo dal quale prende vita il Bargnolino.
RICETTA Bargnolino (“Bargnolein”, in dialetto)
Ingredienti per 2 litri circa di liquore
1 Kg. di bacche
1 litro di alcool puro
1 litro di vino bianco secco
1 Kg. di zucchero
Procedimento
Si mettono in infusione le “bacche” con alcool puro in un vaso di vetro ben tappato, avendo cura di agitarlo un paio di volte a settimana. Il recipiente va tenuto alla luce per tutto il tempo.
Dopo quaranta giorni, si procede a filtrare l’infuso così ottenuto.
A parte, si porta ad ebollizione vino bianco e zucchero fino a farlo sciogliere completamente e, una volta raffreddato, quest’ultimo composto viene anch’esso filtrato ed aggiunto al precedente infuso.
Si amalgama ben bene il tutto con un cucchiaio di legno e si lascia riposare per qualche ora.
Il liquore può ora essere imbottigliato e fatto maturare per almeno due mesi.
Ancora …complicazioni … sul “dissesto idrogeologico” di Lesina Marina.
E’ notizia dell’ ultima ora:
Le spese per le verifiche tecniche sulla condizione statica dei fabbricati e quelle per ottemperare all’ordinanza prefettizia, dovranno essere sostenute esclusivamente dai proprietari degli immobili interessati.
E, ciò, in base alla sentenza della Sezione 4 del Consiglio di Stato relativa al ricorso presentato dalla Prefettura di Foggia avverso alla sentenza del Tar del Lazio, che aveva invece stabilito che le spese per la trivellazione e per le indagini sulla situazione di pericolo dei fabbricati di Lesina Marina soggetti ad Ordinanza di Sgombero emessa dal Prefetto un anno fa dovevano far carico alle risorse pubbliche.
Con quest’ultima sentenza la posizione dei proprietari delle case di Lesina Marina si fa davvero critica.
Essi avranno infatti solo sessanta giorni di tempo per provvedere all’esecuzione delle verifiche tecniche richieste e, in caso di inadempimento, le palazzine verranno immediatamente sgomberate e sigillate dalle Forze dell’ Ordine.
Medesima sorte subiranno gli immobili i cui esiti dovessero risultare negativi.
Da : Newsgargano.com Lesina Marina
Una lettera di Damone all’assessore Amati Scritto da Ufficio Stampa Francesco Damone
Lunedì 13 Settembre 2010 14:22 Marina di Lesina –
Il capogruppo consiliare de “La Puglia Prima di Tutto”, Francesco Damone, ha inviato una lettera all’assessore alle Opere pubbliche, Fabiano Amati, sulle problematiche dei proprietari di case a Lesina Marina. “La notizia delle decisioni contrastanti del Consiglio di Stato sulla condizione idrogeologica di Lesina Marina ha determinato nei proprietari interessati al fenomeno un allarme sociale che può non creare preoccupazioni e difficoltà agli utenti. D’altra parte il prefetto di Foggia, commissario per conto della Protezione civile, non può che adempiere alle sentenze degli organismi istituzionali. Di fronte alle difficoltà e ai danni gravissimi che ricadrebbero sulle spalle dei proprietari, non si può richiedere l’intervento della Prefettura perché incompetente nel caso di specie. L’Autorità di Bacino da diversi anni, su incarico dell’assessorato regionale ai Lavori pubblici, ha proceduto e sta procedendo a verifiche geomorfologiche del territorio ma, ad oggi, non si ha nessuna relazione ufficiale sulla situazione generale del territorio di Lesina Marina nonché sul consuntivo delle somme spese con relativa relazione tecnica dei lavori eseguiti, né si ha alcuna notizia sulla proposta di ripristino del canale ‘Acquarotta’ suggerito, da diverso tempo, dalla Protezione civile nazionale. L’assessorato regionale, quindi, è chiamato a fare chiarezza sia sull’utilizzo dei fondi preesistenti, circa tremilioni e mezzo di euro assegnati al Comune di Lesina, sia sui fondi che l’assessore del tempo, Onofrio Introna, con grande sensibilità, ha provveduto ad assegnare a quelle località marine. Essendo da poco terminata la stagione estiva, si presume che tali adempimenti e relazioni avrebbero avuto tutto il tempo per poter avere una prospettiva. Oggi, invece, i termini imposti dal Consiglio di Stato, richiedono una risposta immediata dell’assessore stabilendo un tavolo di incontro presso la Prefettura di Foggia tra la Regione Puglia, l’Autorità di Bacino, il prefetto di Foggia, il sindaco di Lesina e una rappresentanza dei proprietari. La invito assessore Amati a sposare, con la Sua nota sensibilità, la problematica evidenziata. In attesa di provvedimenti conseguenti, cordialmente La saluto”.
Foto di Lorenzo Bove – 2010
“Il Viandante” il nuovo libro di Giacomo Fina
“Il Viandante – I Sogni Il Suono Le Parole”.
E’ questo il titolo della nuova raccolta di poesie di Giacomo Fina; un libro che fa seguito al “Viaggio d’autunno” dello scorso anno e al “Dialogo postumo” del 2007 dello stesso autore poggioimperialese.
La sera di sabato 7 agosto 2010, presso la Scuola Elementare “Edmondo De Amicis” di Poggio Imperiale, si è svolta la cerimonia di presentazione.
Folta la partecipazione di pubblico all’evento patrocinato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Poggio Imperiale.
Relatori:
– Oriana Fidanza, scrittrice
– Giucar Marcone, giornalista e scrittore
– Giacomo Fina, autore del libro
– Fabio Gemo, attore e regista teatrale, che ha deliziato i presenti con alcune “letture poetiche” tratte dal libro di Giacomo Fina “Il Viandante”
Dalla Prefazione di Giucar Marcone:
« Ho letto con particolare attenzione questa nuova raccolta di poesie di Giacomo Fina che, con scrittura piacevole, chiara e accattivante, ancora una volta, dopo “Dialogo postumo” e “Viaggio d’autunno”, riesce a coinvolgerci emotivamente portandoci in una realtà dove il suono e le parole addolciscono i sogni che ci accompagnano “dall’alba al tramonto” (E’ Settembre).
“Il viandante – I sogni il suono le parole” […] comprende quattro sezioni: poesie inedite, poesie in vernacolo, alcune composizioni tratte da “Dialogo postumo” (opera prima del nostro poeta), e un poemetto, “Dialogo in dispensa”, dedicato ai prodotti della terra, esaltazione della tradizione e condanna del consumismo imperante. In queste composizioni c’è tutto Fina che si commuobe, si emoziona, gioisce, sorride in uno “zibaldone” di versi, di pensieri, di sogni e realtà, che s’immerge in un caleidoscopio di sensazioni, di rimpianti nel gioco non smpre prevedibile della vita …».
In quarta di copertina:
E’ Settembre
Nuvole nere lontane.
L’estate forse è finita.
Nello spazio ogni cosa
ha il suo tempo.
Le stagioni s’inseguono
come le onde del mare.
Ma per noi una è l’estate,
una la primavera.
Così tutte le stagioni.
Noi siamo solo viandanti,
dall’alba al tramonto.
IL VIANDANTE
I SOGNI IL SUONO LE PAROLE
Edizioni del Poggio
Collana “Emozioni” diretta da Giucar Marcone
Foto di repertorio di Lorenzo Bove
“Barivecchia”, lo straordinario borgo antico di Bari.
Un dedalo di viuzze bianche a ridosso del mare, fino a non troppo tempo fa difficilmente percorso dai turisti a causa della microcriminalità locale, rappresenta oggi il regno della “movida pugliese” anche grazie al boom di ristoranti e locali aperti proprio in questi suggestivi vicoli.
E’ lo straordinario centro storico di Bari, un tempo chiamato “barivecchia” e oggi denominato “borgo antico”.
Un quartiere con una sua storia antichissima e con una quotidianità attuale.
Un luogo che merita veramente di essere riscoperto e vissuto.
La città vecchia di Bari o meglio Bari Vecchia, come dicono i baresi, è la parte più antica della città di Bari, all’interno delle antiche mura, così denominata, a partire dal XIX secolo, in contrapposizione alla città nuova (la cui edificazione è iniziata a partire dal 1813 sotto il regno di Gioacchino Murat).
Bari Vecchia è situata nella penisola racchiusa tra i due porti di Bari (il porto vecchio e il porto nuovo), delimitata a sud da Corso Vittorio Emanuele, mentre la città nuova si estende tra la ferrovia e la costa, con strade a reticolo ortogonale. Insieme formano l’odierno centro urbano della città di Bari e sono riuniti nella IX circoscrizione denominata quartiere Murat, che è il centro pulsante della città capoluogo pugliese.
La città antica (la così detta “barivecchia”) fra i porti nuovo e vecchio è chiusa a est dalle mura che la separano dal lungomare ed è caratterizzata da un impianto urbanistico tipicamente medievale. Il centro storico, che sorge su di una piccola penisola laddove originariamente si sarebbero sviluppati i primi insediamenti preistorici, rappresenta quella porzione di Bari più folcloristica, ancora legata ad antiche tradizioni: essa appare infatti depositaria di memorie e costumi che nella città moderna sempre più si è propensi ad abbandonare. Si trovano nella Bari antica notevoli monumenti romanici, tra cui la Basilica di San Nicola (XII secolo), capolavoro dell’architettura romanico pugliese.
La Basilica di San Nicola nel cuore della città vecchia di Bari, è uno dei più fulgidi esempi di architettura del romanico pugliese. In stile romanica fu costruita tra il 1089 e il 1197, durante la dominazione normanna. La tradizione vuole che la Basilica sia stata eretta a seguito dell’arrivo a Bari di un gruppo di marinai baresi (partiti alla volta di Myra in Turchia) in possesso delle spoglie di San Nicola. La realizzazione della Chiesa è legata alla volontà di ospitare e custodire le reliquie del Santo (depositate in una abbazia benedettina il 9 maggio 1087) la cui venerazione riguarda anche la dimensione ortodossa. Leggende narrano che in realtà la basilica fu costruita per celare il Sacro Graal, il calice dal quale Cristo bevve nel giorno dell’Ultima Cena con gli apostoli. A fondamento di questa leggenda Bari era il porto dal quale crociati e gente di ventura partiva per la terra santa, quindi era ritenuta una città ai margini dell’impero, ma nello stesso tempo pregna di sacralità. San Nicola di Myra è uno dei Santi a cui i cristiani ortodossi, in special modo russi, riservano una devozione particolare.
La Basilica ogni giovedì, giorno dedicato al culto del santo, rappresenta uno dei pochi punti frequentati contestualmente da appartenenti dalla Chiesa d’ Occidente e dalla Chiesa d’ Oriente.
Con la caduta del blocco sovietico e la conseguente apertura dei paesi dell’est Europa sul fronte occidentale, la Basilica ha rappresentato e rappresenta tuttora, vivamente, uno dei punti più importanti del turismo legato ai pellegrinaggi religiosi. Il suo essere meta privilegiata delle due Chiese segna l’incontro tra la cultura greco-ortodossa – che ha condizionato fortemente l’intera regione nel corso della sua storia – e quella cattolico-romana.
A suggello dell’amorevole e fruttuoso scambio ecumenico le celebrazioni in rito ortodosso che ogni giorno dell’anno si tengono nella cripta della Basilica, accanto al simulacro del santo. Il flusso secolare dei pellegrini ha permesso la costituzione di un “tesoro”, composto dai doni (spesso in materiali preziosi) che essi portavano in Basilica come segno di devozione per il santo che vi si venerava.
Altro edificio da ammirare insieme alla sua bellissima Cripta è la Cattedrale di San Sabino (1170-1178), nei cui archivi è conservato un celebre Exultet (codice miniato) databile attorno al 1025. Sorta tra il XII e il XIII secolo, probabilmente verso l’ultimo trentennio del 1100, su un più antico luogo di culto, ossia sulle rovine del Duomo bizantino distrutto da Gugliemo I detto il Malo (1156); a destra del transetto è possibile osservare tracce del pavimento originario che si estende sotto la navata centrale. La presenza della Diocesi nella Cattedrale di Bari, infatti, risale al Vescovo Concordio, che fu presente al Concilio Romano del 465. L’antica chiesa episcopale è databile perlomeno al VI secolo. Sotto la navata centrale si trovano i resti di una antica chiesa, risalente ad un periodo precedente al primo millennio. Questa è strutturata in un ambiente a tre navate, con pilastri quadrati, volte a crociera costruite con blocchi di pietra posti a spina di pesce. Inoltre sono state trovate fondazioni che indicano la presenza di un edificio absidato il cui asse doveva essere dispostato leggermente obliquo rispetto a quello dell’attuale cattedrale. Su uno dei mosaici pavimentali un’iscrizione in cui compare il nome del Vescovo Andrea (758 – 761), fa pensare che si trattasse della prima cattedrale distrutta nell’IX – X secolo. Al posto di questa chiesa sorge la cripta della cattedrale attuale, l’episcopio di Santa Maria, che probabilmente è l’edificio in questione. Nella prima metà dell’XI secolo l’arcivescovo di Bisanzio (1025 – 1035) fece costruire una nuova chiesa terminata poi da Nicola I (1035 – 1061) e Andrea II (1061 – 1068), suoi successori. Questa chiesa fu poi distrutta da Guglielmo il Malo, durante la distuzione dell’intera città (fu risparmiata solo la Basilica di San Nicola) che egli compì nel 1156. L’arcivescovo Rainaldo alla fine del XII secolo iniziò la ricostruzione dell’edificio. Nella cripta sono conservate le reliquie di San Sabino, vescovo di Canosa, nell’altare maggiore. Trasportato il busto argenteo di San Sabino nell’archivio capitolare, oggi è venerata l’icona della Madonna Odegitria secondo la tradizione giunta dall’Oriente nel VIII secolo, ma in realtà più tarda e dal culto molto antico. Nelle absidi minori vi sono due sarcofagi: uno contiene le reliquie di Santa Colomba, di recente restaurate, e l’altro reliquiari vari. Nella sagrestia di destra è collocato un altare con un dipinto raffigurante, probabilmente, San Mauro, ritenuto primo vescovo d Bari. L’attuale Cattedrale è quindi il risultato di lavori iniziati subito dopo la distruzione operata da Guglielmo il Malo. Per l’opera furono usati materiali provenienti dalla chiesa precedente e da altri edifici distrutti. Consacrata il 4 ottobre 1292, la chiesa si rifà allo stile della Basilica di San Nicola. L’edificio ha poi subito una serie di rifacimenti, demolizioni ed aggiunte a partire dal XVIII secolo. Durante il XVIII secolo la facciata, l’interno delle navate, l’interno della Trulla (l’antico battistero del XII secolo, oggi sacrestia) e la cripta furono rifatte in forme barocche su progetto di Domenico Antonio Vaccaro. L’arredo interno fu invece riportato alle antiche fattezze romaniche negli anni cinquanta del XX secolo.
Nel centro storico sono presenti altri monumenti come il celebre Castello Normanno-Svevo fatto edificare, perlomeno nel suo nucleo principale a noi pervenuto, da Federico II di Svevia sul sito di precedenti fortificazioni normanne e bizantine. Particolare nota merita il ritrovamento al suo interno, durante gli scavi condotti all’inizio degli anni ottanta, della pianta completa di una chiesetta protocristiana con l’abside canonicamente orientata ad est, cioè verso il punto in cui sorge il sole, il cui impianto, completo di fonte battesimale e recante nel piano fondale diverse sepolture, è visitabile seguendo il percorso attrezzato in uscita dal fondo della sala che ospita la Gipsoteca. Ampliato nel XVI secolo, quando divenne dimora di Isabella d’Aragona e in seguito dalla di lei figlia Regina Bona Sforza di Polonia, fu poi adibito nel XIX secolo dapprima a prigione e successivamente a caserma. Le principali modifiche riguardarono, in epoche diverse, le torri e successivamente i loro bastioni che si ergono imponenti dal fondo del fossato che circondava l’intero edificio.
Altro edificio celebre di Bari antica è il Fortino di Sant’Antonio Abate, eretto per scopi difensivi nel XIV secolo dal Principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, demolito dagli stessi baresi nel 1463 ed in seguito ricostruito nel XVI secolo. Da non trascurare i percorsi pedonali che da Piazza del Ferrarese portano, attraverso l’antica Piazza Mercantile all’intrigo di vicoli della città vecchia, con i suoi profumi e gli scorci di improvvisa bellezza, ed attraverso la rampa che conduce al Fortino su citato, alla suggestiva passeggiata lungo la Muraglia che termina in prossimità del complesso di Santa Scolastica, nei pressi dell’accesso principale all’area portuale.
Nota:
I dati sopra riportati sono tratti da guide turistiche, depliants, siti internet, ecc., mentre le foto sono di Lorenzo Bove.
La “Notte delle Spighe”: le motivazioni dei Premi 2010.
L’Associazione Culturale Terra Nostra Onlus di Poggio Imperiale ha pubblicato sul proprio Sito: http://www.terranostraonlus.eu/ le motivazioni dei tre premi conferiti nella 3ª Edizione del Premio “Spiga d’oro 2010” del 26 giugno 2010, che vengono di seguito riportate.
“Premio Nazionale “Spiga d’Oro”
DELIO ROSSI
Allenatore del Palermo Calcio
Con la seguente motivazione:
“Professionista competente e geniale. Sa organizzare ed amalgamare i giocatori delle squadre da lui gestite, inculcando in essi il rispetto delle regole ed il rigore sportivo. Lungimirante e rapido nelle decisioni, perspicace ed efficiente nell’attuare le tecniche ed i sistemi di gioco e nel salvaguardare le capacità professionali proprie e degli atleti sotto la sua tutela. Sa affrontare le varie problematiche e sa gestire con moderne tecniche le gare e i vari incontri sportivi, dimostrando di possedere senso del dovere e grande professionalità. Grazie alle scelte serie e rigorose, all’orgoglio equilibrato e fiero, rappresenta una solida realtà nello sport italiano”.
” Premio “Spiga d’Oro Capitanata”
SERGIO DE NICOLA
Giornalista RAI Regione (Puglia)
Con la seguente motivazione:
“Giornalista professionista, corrispondente della Rai per la Capitanata, ha dato voce ai problemi e alle notizie del nostro territorio. Informa nel rispetto della verità, mettendosi con piena lealtà al servizio del pubblico. Varie e significative le sue esperienze professionali, come conduttore, come coordinatore, come scrittore, come docente, a livello universitario, di Scienze della Comunicazione, Giornalismo e Comunicazione di massa. Si pone come tramite tra la notizia ed il pubblico, elargendo un’informazione corretta e persuasiva. Con eleganza e sobrietà, evita gli artifici che condizionano la genuinità della notizia e violano il requisito della civile esposizione dei fatti”.
” Premio “Spiga d’Argento Terra Nostra”
LORENZO BOVE
Ex Dirigente RFI (Gruppo Ferrovie dello Stato)
Con la seguente motivazione:
“Esperto ed autorevole funzionario dalla personalità poliedrica. Ha occupato posti dirigenziali di alto profilo progettuale ed intellettuale. Si è sempre distinto per le sue doti di negoziatore lungimirante ed esperto comunicatore. Terranovese verace. Pur avendo lasciato la sua terra nativa per attuare i suoi progetti di vita, ha sempre mantenuto uno stretto legame con essa, mostrandosi leale e disponibile con i suoi compaesani. Non ha mai dimenticato il dialetto terranovese e lo ha valorizzato, tramandando detti e proverbi, perché il tempo non li cancelli.”
Le foto sono tratte dalle immagini di repertorio della manifestazione tenutasi a Poggio Imperiale la sera del 26 giugno 2010 e pubblicate dall’Associazione Culturale Terra Nostra Onlus sul proprio Sito http://www.terranostraonlus.eu/ .
www.paginedipoggio.com … un vero successo!
Il Sito/Blog www.paginedipoggio.com compie il suo secondo anno di vita!
Gli argomenti finora trattati sono quelli ripartiti nelle seguenti “sezioni”:
Curiosità (3)
Ddummànne a l’acquarùle se l’acqu’è fréscijche (9)
Divagazioni (10)
Eventi (19)
Fatti & Misfatti (1)
Ricorrenze (4)
Storia (7)
Viaggi (12)
Work in progress (1)
Questa la classifica degli articoli più “cliccati”:
Lo “sciroppo d’acero” canadese (pubblicato in Viaggi, linkato 1658 volte)
YAD VASHEM IL MUSEO DELL’OLOCAUSTO DI GERUSALEMME: la didascalia contestata. (pubblicato in Viaggi, linkato 1277 volte)
A Milano “folgorati” dalla “Conversione di Saulo” del Caravaggio. (pubblicato in Eventi, linkato 968 volte)
MASADA, la fortezza erodiana: il mistero del suicidio collettivo (pubblicato in Viaggi, linkato 813 volte)
La stella di Betlemme (pubblicato in Viaggi, linkato 748 volte)
L’ORO DELL’ANIMA – Antiche “Icone Russe” esposte per la prima volta in Italia e in Europa (pubblicato in Eventi, linkato 650 volte)
Liquori di agrumi del Gargano: il “LIMOLIVO” e il “LIMONCELLO”. (pubblicato in Divagazioni, linkato 641 volte)
Ma cosa sta succedendo a “Torre Fortore – Lesina Marina“ e a “Torre Mileto” ? (pubblicato in Divagazioni, linkato 627 volte)
QUMRAN: IL MISTERO DEI ROTOLI DEL MAR MORTO (pubblicato in Viaggi, linkato 611 volte)
Perché a Milano il Carnevale…continua anche dopo il martedi grasso? (pubblicato in Eventi, linkato 537 volte)
^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
Con una punta di “1658 linkate" … ci si può ritenere davvero soddisfatti!
Un grazie di cuore a tutti i lettori.
^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^
Le “Perseidi”
Alla lettera, le “Perseidi” – chiamate anche "Lacrime di San Lorenzo" – sono lo “Sciame meteorico radiante della Costellazione di Perseo, che si può osservare, di notte, tra il 9 e l’11 agosto” [Il Nuovo Zingarelli, Zanichelli Editore].
La notte del 10 agosto, ogni anno, gli occhi degli italiani nel mondo si rivolgono speranzosi al cielo, per cogliere al volo una stella cadente.
Se scientificamente la caduta delle stelle è da imputarsi al passaggio, all’interno dell’orbita visiva terrestre, degli asteroidi della costellazione Perseo (detti appunto Perseidi), culturalmente la pioggia di stelle è stata elaborata in modo più poetico.
Questa notte è infatti, da tempi immemori, dedicata al martirio di San Lorenzo, dal III secolo sepolto nell’omonima basilica a Roma, e le stelle cadenti sono le lacrime versate dal santo durante il suo supplizio, che vagano eternamente nei cieli, e scendono sulla terra solo il giorno in cui Lorenzo morì, creando un’atmosfera magica e carica di speranza.
In questa notte, infatti, si crede si possano avverare i desideri di tutti coloro che si soffermino a ricordare il dolore di San Lorenzo, e ad ogni stella cadente si pronuncia la filastrocca "Stella, mia bella stella, desidero che…", e si aspetta l’evento desiderato durante l’anno.
Nella tradizione popolare, le stelle del 10 agosto sono anche chiamate "fuochi di San Lorenzo", poiché ricordano le scintille provenienti dalla graticola infuocata su cui fu ucciso il martire, poi volate in cielo.
Anche se in realtà San Lorenzo non morì bruciato, ma decapitato, nell’immaginario popolare l’idea dei lapilli volati in cielo ha preso piede, tanto che ancora oggi in Veneto un proverbio recita "San Lorenzo dei martiri innocenti, casca dal ciel carboni ardenti".
Questa tradizione è così radicata e evocativa che anche il grande poeta Giovanni Pascoli vi dedicò un canto, chiamato X agosto, in cui rievocò la morte del padre ucciso in un’imboscata proprio quel giorno.
X AGOSTO
di Giovanni Pascoli
San Lorenzo,
io lo so perché tanto di stelle
per l’aria tranquilla arde e cade,
perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.
Ora è là, come in croce,
che tende quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra,
che attende, che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano invano:
egli immobile, attonito,
addita le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi sereni,
infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
Il fenomeno delle stelle cadenti è legato alla notte di San Lorenzo perché nel XIX secolo la pioggia delle stelle raggiungeva il suo massimo sviluppo proprio il 10 agosto, giorno dedicato alla festività del Santo.
Tuttavia, per ragioni astronomiche, quest’anno l’appuntamento è scivolato di un paio di giorni e la notte più favorevole sarà quella del 12 agosto.
Siamo anche fortunati: la Luna non è ancora al primo quarto e quindi non disturberà con la sua luce lo spettacolo, rendendo più facile l’intercettazione delle stelle cadenti.
Non resta che alzare gli occhi al cielo ed esprimere, come sempre, un desiderio!
Processione della Madonna del Carmine
Il giorno 16 di luglio di ogni anno viene festeggiata a Poggio Imperiale la ricorrenza della festività della Beata Vergine del Carmelo, detta anche Madonna del Carmine.
Una devozione che risale al “tempo dei tempi” e che trova le sue radici nel culto della Madonna “protettrice dei muratori”, ma che coinvolge da sempre l’intera popolazione.
I festeggiamenti si svolgono in forma solenne con la celebrazione della Santa Messa seguita da una processione per le vie del paese con la statua della Madonna portata a spalle da squadre di “muratori” che, a turno, si danno il cambio.
Numerosi i fuochi di artificio che accompagnano la processione lungo tutto il percorso.
In serata, il consueto intrattenimento musicale in piazza e puntualmente a mezzanotte lo spettacolo di fuochi pirotecnici all’interno del campo sportivo comunale.
Le processioni
<< L’usanza di uscire per le strade portando in processione le icone e le statue di Maria e dei Santi scaturisce dal sentimento religioso popolare, che vuole esternare la propria devozione verso i “celesti patroni” e mettere sotto la loro protezione il paese, il quartiere o l’intera città. Mentre una mentalità razionalista ritiene le processione come “residuo di usi barbarici”, il “Direttorio su pietà popolare e liturgia”, pubblicato nel 2002 dalla Congregazione per il culto divino, la considera “espressione culturale di carattere universale e di molteplice valenza religiosa e sociale”. Riempite di contenuti cristiani, le processioni sono entrate fin dall’antichità nella liturgia. Per esempio, nel VII secolo il Papa Sergio I stabili per le quattro feste della Candelora, dell’Annunciazione, dell’Assunta e della Natività una processione notturna dal Foro Romano a Santa Maria Maggiore, dove si celebrava l’Eucaristia. Altre processioni sono entrate nel ciclo liturgico annuale, tra le più importanti quelle della Domenica delle Palme e del Corpus Domini. Mentre le processioni liturgiche sono in se stesse orientate all’incontro sacramentale con Cristo, quelle popolari in onore di Maria e dei Santi sono a rischio di apparire “mero spettacolo o parata puramente folkloristica”. Perciò il Direttorio invita a rendere la processione un’autentica “manifestazione di fede”: un segno della condizione pellegrinante della Chiesa, un percorso verso la mensa eucaristica, un “cammino compiuto insieme” nella preghiera e nella solidarietà >>. [Stefano De Flores, Mariologo, La Domenica, Periodico religioso n. 3 – 2010 Edizioni Periodici San Paolo s.r.l.].
Il Monte del Carmelo
<< In Terra Santa, nello stato di Israele, nello scenario ridente e poetico della Galilea, in un piccolo promontorio sopra il Mare mediterraneo, si eleva il Monte Carmelo, rifugio di molti virtuosi Santi che, nell’Antico Testamento, si ritiravano in quel luogo solitario per pregare per la venuta del Divino Salvatore. Ma nessuno di loro, tuttavia, impregnò di tante virtù quelle rocce benedette quanto Sant’Elia. Quando il profeta delle zelo ardente si ritirò lassù, verso il IX secolo prima dell’Incarnazione del Figlio di Dio, erano tre anni che un’implacabile siccità chiudeva i cieli della Palestina, castigando l’infedeltà degli ebrei verso Dio. Mentre pregava con fervore, chiedendo che il castigo fosse alleviato per i meriti di Quel Redentore che sarebbe dovuto venire, Elia mandò un servo sulla vetta del monte, ordinandogli: “Vai e guarda del lato del mare”. Ma il servo non vide niente. E, scendendo, disse: “Non c’è nulla”. Fiducioso, il profeta gli fece fare sette volte l’infruttuosa scalata. Alla fine il servo ritornò, dicendo: “Ecco, una nuvoletta come una mano d’uomo, sale dal mare”. Difatti, la nube era tanto piccola e diafana che sembrava destinata a scomparire al primo soffio dell’infuocato vento del deserto. Ma a poco a poco crebbe, si allargò nel cielo fino a coprire tutto l’orizzonte e precipitò sulla terra sotto forma di abbondante acqua. La piccola nuvola era una “figura dell’umile Maria”, i cui meriti e virtù avrebbero superato quelli di tutto il genere umano, attraendo il perdono e la Redenzione per i peccatori. Il Profeta Elia aveva scorto nella sua contemplazione il ruolo di mediatrice della Madre del Messia atteso. Fu, per così dire, il suo primo devoto. Una bella tradizione ci dice che, sull’esempio di Sant’Elia, vi furono sempre sul Monte Carmelo eremiti che lassù vissero e pregarono, recuperando e trasmet¬tendo ad altri lo spirito “eliatico”. E quel luogo santificato da uomini contemplativi richiamava altri contemplativi. Verso il secolo IV, quando cominciarono ad apparire i primi monaci solitari dell’Oriente, le pendici rocciose del Monte Carmelo accolsero una cappella, nello stile delle comunità bizantine, le cui tracce si vedono ancor oggi. Più tardi, verso il secolo XII, un gruppo di nuove vocazioni, questa volta venute dall’Occidente unita¬mente alle Crociate, aggiunse nuovo fervore all’antico movimento. Subito venne edificata una piccola chiesa dove la comunità si dedicava alla vita di preghiera, sempre animata dallo spirito di Elia. La piccola “nuvoletta” cresceva sempre di più. La crescita del numero dei fratelli della Madonna del Monte Carmelo rendeva necessaria un’organizzazione più perfezionata. Nel 1225 una delegazione dell’Ordine si diresse a Roma per richiedere alla Santa Sede l’approvazione di Una Regola, effettivamente concessa dal Papa Onofrio III nel 1226. Con l’invasione dei “luoghi santi” da parte dei musulmani, il superiore del Monte Carmelo diede il permesso ai religiosi di trasferirsi in occidente dove fondarono nuove comunità. In Europa i frati del Carmelo cominciarono ad andare vagando come membri di un Ordine quasi sconosciuto, malvisto e sull’orlo della scomparsa. La famiglia religiosa di Elia sembrava un tronco secco e vecchio, destinato in poco tempo al disfacimento. Era il momento atteso della Madonna per far rifiorire, sull’alto della verga disseccata, un fiore: San Simone Stock. Questo inglese di riconosciute virtù, pur eletto all’incarico di Generale dell’Ordine, non esercitava un’effettiva autorità sopra i suoi fratelli, poichè il Carmelo non possedeva ancora una struttura giuridica coesa e uniforme, capace di conservare uno spirito, promuoverlo e trasmetterlo alla posterità. La virtù compensava, però, la mancanza di autorità. Pregando la Madonna con molto fervore, San Simone La implorò che non permettesse la scomparsa dell’Ordine Carmelitano. In questa desolante situazio¬ne, la Santissima Vergine apparve al suo buon servitore (nel 1251) e gli consegnò lo “Scapolare”, perchè fosse usato sopra le vesti. In quell’epoca i servi usavano una tunica come abito civile. Sopra di essa indossavano una tunica più piccola, che indicava, per il colore e per le caratteristi¬che peculiari, l’identità del suo padrone. Lo Scapolare del Carmelo era simile a questa piccola tunica. La Madonna consegnava, quindi, a San Simone Stock una livrea propria dei suoi servi, affinchè fosse usata da tutti i carmelitani, e prometteva: “Ricevi, figlio dilettissimo, lo Scapolare del tuo Ordine, segno della mia fraterna amicizia, privilegio per te e per tutti i carmelitani >>.
Lo “Scapolare” della Madonna del Carmelo
<< Nelle apparizioni della Madonna a Fatima, nel 1917, sono state confermate le due principali devozioni mariane che hanno resistito alla prova del tempo: quella del Rosario e quella dello Scapolare. Donate agli uomini durante il Medioevo, queste devozioni concedono privilegi inestimabili in relazione alla perseveranza, alla salvezza dell’anima e alla conversione del mondo. Esse furono sempre importanti e attuali, ma con le rivelazioni di Fatima sono diventate ancor più necessarie e urgenti. Alla conclusione delle apparizioni, il giorno 13 ottobre, mentre avveniva il grande miracolo del Sole, visto da più di cinquantamila persone, la Madre di Dio si mostrò ai tre pastorelli nelle vesti della Madonna del Monte Carmelo, presentando nelle loro mani, lo Scapolare. E’ certo che, avve¬nendo in concomitanza con il fenomeno più alto fra tutti quelli accaduti nella “Cova da Iria”, la presentazione dello Scapolare durante quest’apparizione finale non fu un dettaglio senza importanza. Si può affermare che i privilegi inestimabili legati allo Scapolare sono parte integrante del Messaggio che ci ha lasciato la Madre di Dio a Fatima, unitamente al Rosario ed alla devozione al Cuore Immacolato di Maria. Infatti, i riferimenti all’Inferno e al Purgatorio, la necessità della penitenza e l’intercessione di Nostra Signora contenuti nel Messaggio sono in assoluta consonanza con le promesse collegate allo Scapolare >>.
Nota
Le informazioni sono frutto di ricerche eseguite su vari Siti Internet italiani e stranieri che trattano più dettagliatamente la materia di cui trattasi.
Un giro in Basilicata tra arte e borghi antichi.
Mi sono avventurato con mia moglie, nei giorni scorsi, alla ricerca della Basilicata Antica, della Storia e dell’Archeologia, in una terra i cui uomini risultano affini per cultura alla gente di Puglia.
VENOSA (la città di Orazio)
Sorge su uno sperone di origine vulcanica, a valle del monte Vulture; cittadina dalle antiche origini e dagli illustri testimoni, fonte di grande fascino per le lunghe vicende storiche che l’hanno segnata e per i suoi monumenti densi di mistero. Secoli di storia, racchiusi in uno splendido borgo, patria del grande Orazio, uno dei maggiori poeti dell’epoca romana, e di Carlo Gesualdo Principe di Venosa del periodo rinascimentale. “Città del vino” per la produzione del noto “Aglianico”, Venosa è annoverata tra i “Borghi più belli d’Italia”.
L’itinerario archeologico
Si parte dal “Parco Archeologico” dove sono visibili le terme, la”domus”, il complesso episcopale e i resti dell’Anfiteatro, testimonianza di una continua occupazione dalla fase repubblicana romana all’età medioevale inoltrata. Accanto al parco archeologico si sviluppa il “complesso della SS. Trinità”, uno tra i più interessanti monumenti dell’Italia meridionale che ospita la tomba di Roberto il Guiscardo, dei suoi fratelli e della prima moglie Aberada. La chiesa vecchia, sorta in età paleocristiana su tempio pagano e ampliata a partire dell’ultimo quarto dell’XI secolo con la chiesa nuova – rimasta incompiuta – è un capolavoro dell’architettura benedettina. Nelle vicinanze, si trovano le Catacombe ebraico-cristiane, scoperte nel 1853, ma già conosciute nel IX secolo, articolate in vari nuclei di notevole interesse storico e archeologico. Infine a nove chilometri dall’abitato, è possibile visitare il Sito Paleolitico di Notarchirico, costituito da un’area museale coperta con numerose testimonianze della presenza umana in epoca preistorica e, sulla strada di ritorno verso la città, la Tomba di Marco Claudio Marcello.
L’itinerario storico religioso
La Venosa antica comincia dalla fontana angioina o dei “Pilieri”, antica porta cittadina da cui si raggiunge il maestoso “Castello Ducale Pirro del Balzo”, che ospita il Museo Archeologico Nazionale con reperti dell’epoca pre-romana fino al tardo impero e ai normanni. Da lì, si può proseguire verso le “antiche fornaci” per giungere alla fontana detta la “Romanesca” e risalire poi fino alla Piazza Orazio Flacco, che ospita il monumento al poeta latino. A seguire “Palazzo Calvini” e la Cattedrale di S. Andrea per arrivare, infine, a quella che la tradizione indica come la “Casa di Orazio”.
MELFI (la città delle Costituzioni)
Cittadina medioevale, nota per essere stata la sede amministrativa dell’imperatore Federico II di Svevia, da cui emanò le famose Costituzioni, si erge maestosa su di una collina raccolta da una cinta muraria unica nell’Italia meridionale.
L’abitato è dominato dal bellissimo Castello normanno-svevo, risultato di interventi a più riprese nel corso dei secoli. Costruito dapprima dai normanni, fu ampliato da Federico II di Svevia; Carlo D’Angiò vi aggiunse poi alcune torri, quindi i Caracciolo e poi i Doria lasciarono la loro impronta. L’ingresso attuale del castello, che si apre sulla città sul versante orientale, era dotato i ponte levatoio. Le torri sono dieci, di cui sette rettangolari e tre pentagonali. Nel corpo centrale è stato istituito il “Museo Archeologico Nazionale del Vulture Melfese” con ricca collezione di reperti rinvenuti nell’area del Vulture. Di rilievo lo stupendo sarcofago del II secolo d.C., ritrovato a Rapolla nel 1866.
Nel borgo
Dalla “Porta Venosina”, una delle sei porte di Melfi ancora esistenti, è possibile ammirare una piccola parte delle antiche mura della città e l’affascinante panorama del Vulture. Dell’edificio normanno della Cattedrale dedicata all’Assunta, edificato nel 1153, è rimasto solo il campanile, mentre il corpo dell’edificio fu quasi interamente rifatto nel XVIII secolo in stile barocco. Accanto alla Cattedrale il monumentale complesso del “Palazzo Vescovile”, uno dei più belli d’Italia, opera del secolo XVIII.
Nei dintorni
A circa tre chilometri da Melfi, si trova la “Cripta di Santa Margherita”, la più importante chiesa rupestre del melfese, interamente scavata nel tufo, risalente al XIII secolo. L’interno della grotta è ricoperto di affreschi dove misticità ed arte si fondono nella rappresentazione di una moltitudine di santi raffigurati in stile bizantino e in stile catalano. Sulla parete dell’altare centrale un ciclo di pitture racconta la vita e il martirio di Santa Margherita. La bellezza e la ricchezza delle pitture rupestri all’interno della cripta trovano il loro punto focale in un dipinto alquanto particolare, “Il monito dei morti”, dove tre personaggi dividono la parete con due scheletri minuziosamente ritratti in una “danza macabra”, una sorta di “monito ai vivi” riguardo al loro inesorabile destino. Solo di recente, dopo diverse ipotesi, gli studiosi hanno stabilito l’identità di quelle figure che sembra rappresentino l’Imperatore Federico II con il figlio Corradino e la sua terza moglie, Isabella d’Inghilterra.
Ulteriori visite interessanti in zona a RIONERO, città delle famose “acque minerali”, ed ai Laghi di Monticchio.
ACERENZA (la città “Cattedrale”)
Posta su una rupe di olre 800 metrinell’alta valle del Bradano, viene definita “Città Cattedrale” poiché si raccoglie intorno al suo splendido Duomo, simbolo della cittadina e monumento dichiarato di interesse nazionale. Le sue origini sono antichissime, dal neolitico fino all’epoca romana, attraverso la dominazione dei Goti, Longobardi e Bizantini. Nel 1059 durante il Concilio di Melfi, il vescovo Godano fu insignito della dignità di arcivescovo metropolita con giurisdizione su tutta l’antica Lucania, avendo posto i buoni uffici tra i Normanni e il Papato. L’Arcivescovo Arnaldo poi con i finanziamenti di Roberto il Guiscardo fece erigere la maestosa Cattedrale. Fu governata in successione da svevi, angioini, aragonesi per divenire infine cittadina feudale. Il centro medioevale è stato inserito tra i “Borghi più belli d’Italia”. Acerenza è anche “Città del vino” per la produzione del’ottimo vino Aglianico del Vulture.
La Cattedrale, simbolo della città
La Cattedrale, dedicata a S. Maria Assunta e a S. Canio, è uno dei monumenti più importanti della Basilicata. Fu costruita nell’undicesimo secolo sull’area della chiesa paleocristiana, a sua volta sorta su un tempio pagano dedicato a Ercole Acheruntino. La realizzazione voluta dall’arcivescovo Arnaldo già abate dell’abbazia di Cluny fu costruita sotto la direzione di architetti francesi che si ispirarono al monastero benedettino francese. Nella cripta, realizzata sotto il presbitero nel 1524, uno degli esempi più interessanti del Rinascimento nel Mezzogiorno d’Italia, si conserva un pregevole sarcofago dei conti Ferillo, un’antica acquasantiera e gli affreschi cinquecenteschi attribuiti a Giovanni Todisco di Abriola.
Il borgo
Il caratteristico centro storico conserva quasi intatta la struttura medioevale fatta di viuzze che si intersecano tra loro. A fianco della Cattedrale si può ammirare il palazzo cinquecentesco, ex sede della Pretura e , lungo i vicoli del borgo, diversi palazzi gentilizi settecenteschi con portali in pietra che riportano spesso lo stemma delle antiche famiglie. Ne è un esempio il Palazzo Gaia, nei pressi di Porta San Canio. Nei locali restaurati del castello medioevale si può visitare il museo diocesano, con reperti archeologici di epoca greca e romana, tre cui il busto dell’imperatore romano Giuliano l’Apostata, e una ricca collezione di oggetti d’arte sacra. Altra tappa è il museo dei legni intagliati, una collezione di 3000 pezzi dell’artigianato contadino e pastorale, sito nel monastero del XV secolo. In via delle Cantine, la visita alle antiche grotte per la lavorazione e conservazione del vino Aglianico, tutte interamente scavate nella roccia.
Inoltre, nei paraggi di Acerenza, è ancora visibile un antico insediamento denominato “La città dei Palmenti”, ove sono presenti innumerevoli grotte che un tempo assolvevano alle identiche funzioni, in prossimità dei vigneti.
IL VALLO DI DIANO – PADULA – LA CERTOSA DI SAN LORENZO
Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano preserva nei suoi 181.048 ettari di territorio protetto, un patrimonio di inestimabile valore, frutto dell’armonica integrazione tra ambienti naturali e opera dell’uomo, incessante ma per fortuna equilibrata.
Nel cuore del Vallo di Diano sorge la cittadina di Padula, che pur ricadendo nel territorio campano della provincia di Salerno, mostra molte affinità con la confinante terra di Basilicata.
La “Certosa di San Lorenzo”, conosciuta in tutta Europa per la sua magnificenza architettonica, spicca maestosa a valle dell’insediamento urbano di Padula, che si presenta abbarbicata su uno sperone roccioso, in un dedalo di viuzze lastricate di scale e scalini. In una di quelle case, su in cima nel vecchio borgo, è nato nel 1869 Joe Petrosino, il poliziotto americano che sfidò per primo la mafia italo – americana e che nel 1909 venne barbaramente ammazzato a Palermo, in Sicilia. La visita guidata della casa – museo di Joe Petrosino è davvero interessante.
La Certosa di San Lorenzo
Ubicata sotto la collina dove sorge il paese di Padula, è uno dei monasteri più grandi nel mondo e tra quelli di maggior interesse in Europa per magnificenza architettonica e copiosità di tesori artistici. L’edificio originario su cui sarà costruita la Certosa, la Grancia di San Lorenzo dell’Abbazia di Montevergine, già appartenuta ai monaci Basiliani, fu donata nel 1306 dal conte di Marsico e signore del Vallo di Diano, il normanno Tommaso Sanseverino, ai Certosini: ordine religioso fondato nel 1084 da San Brunone in Francia, a Chartreuse. Sulla decisione del conte Tommaso di fondare la Certosa pesò senz’altro la volontà di porre un sigillo al vincolo di fedeltà che lo legava alla dinastia francese degli angioini, i quali nutrivano una particolare benevolenza in favore dell’ordine dei certosini: in tal modo rafforzò l’appoggio angioino alla sua posizione di signore del Vallo di Diano che, naturalmente, egli svolgeva per contraccambio in funzione anti aragonese; il Vallo di Diano, infatti, era cruciale territorio di collegamento fra la Campania e la Calabria, quest’ultima sotto il controllo della dinastia aragonese. In secondo luogo, inoltre, Tommaso Sanseverino potè contare sulla preziosa opera di bonifica che i Certosini svolsero nella valle invasa dalle paludi, a causa delle piene del fiume Tanagro, non più adeguatamente governate per secoli dopo la caduta dell’impero romano. La Certosa di San Lorenzo fu progettata secondo la struttura tipica delle certose, che rispecchiava la vita religiosa e pratica dell’ordine. L’organizzazione degli spazi seguiva la distinzione tra una parte alta, dove alloggiavano i padri certosini, conducendovi una vita intimamente religiosa ed ascetica; e una parte bassa, cioè gli ambienti che, per la loro collocazione bassa, per l’appunto, erano adatti all’esercizio delle attività mondane. Qui stavano i conversi, che avevano il compito di curare i rapporti con le comunità residenti nel territorio circostante, di amministrare i beni delll’ordine, di sovrintendere alle attività agricole ed artigianali. Un muro molto esteso, pensato a scopo di difesa, circonda il monastero. Immediatamente dietro le mura vi erano gli orti. Dopo Avere varcato il portale d’ingresso si potevano osservare i depositi, le stalle ed il ricovero per i pellegrini. Anche la chiesa era divisa tra una parte alta, riservata ai padri, e una parte bassa, per i conversi. La Certosa, pur avendo subito profonde trasformazioni nel corso dei secoli, ha conservato la sua struttura delle origini. Per quanto riguarda i particolari, invece, rimangono soltanto le volte della chiesa ed elementi architettonici vari trasferiti dalla loro ubicazione originaria per essere riutilizzati in altri ambienti. La porta della chiesa è del ‘300. Al ‘400 risalgono il bassorilievo in pietra al lato delle scale che conducono alla foresteria e, probabilmente, la bella scala a chiocciola che porta alla biblioteca. Nel ‘500 furono costruiti, in particolare, i due cori della chiesa, una riservata ai padri e l’altra ai conversi, e il chiostro della foresteria. I lavori per la ristrutturazione e l’ampliamento del chiostro grande si protrassero oltre la metà del ‘600. In questo secolo la chiesa fu impreziosita con arredi sacri in argento. Nel corso del ‘700 fu edificato il refettorio attuale, mentre i vari ambienti furono abbelliti con decorazioni in stucco. Passato il Regno di Napoli sotto il dominio della Francia di Napoleone Bonaparte, gli ordini religiosi furono soppressi, e così la Certosa di Padula cadde in disgrazia: essa fu spogliata del suo patrimonio di libri, d’archivi e d’arte, dei suoi tesori in oro ed argento, del Tabernacolo in bronzo, oggi nuovamente collocato nella sagrestia del Convento. Cessata la dominazione francese, i certosini poterono tornare nel monastero. L’antica magnificenza rimase però soltanto un ricordo nostalgico d’altri tempi e, anzi, vi fu una progressiva decadenza che portò nel 1866 alla soppressione del monastero. Nel 1882 la Certosa fu dichiarata monumento nazionale e affidata alle cure del Ministero dell’Istruzione Pubblica. Ciò nonostante non seguirono interventi concreti di recupero, così il peggioramento del suo stato proseguì. Solo a partire dal 1982, quando il monastero fu affidato alla Soprintendenza dei Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici di Salerno, furono avviati lavori importanti di restauro e promosse iniziative di valorizzazione.
Oggi la Certosa, divenuto centro vitale d’iniziative culturali d’ampio respiro, ospita il Museo Archeologico della Lucania Occidentale e laboratori di restauro altamente qualificati.
Dal 1998 il monumento è stato dichiarato dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”.
Nel surreale paesaggio dei giardini della monumentale Certosa di San Lorenzo, si è tenuta anche quest’anno, per la quarta volta, nei giorni 23, 24 e 25 luglio 2010, la trentesima edizione del Concorso Ippico Internazionale.
Nota:
Molte delle informazioni riportate sono tratte da depliant, brochure e materiale vario pubblicati dall’Agenzia di Promozione Territoriale di Basilicata.
“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche” SECONDA EDIZIONE
“Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche”, il libro di Lorenzo Bove sui “Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse”, è giunto alla sua “Seconda Edizione”.
Il volume è stato ristampato nel mese di luglio 2010 da Greco e Greco – Milano per conto di Edizioni del Poggio ed è ora nuovamente disponibile presso il medesimo Editore a Poggio Imperiale, via Marconi, 32/a – Tel. 0882/996033 – Fax 199449200 – Mail:info@edizionidelpoggio.com
PREFAZIONE alla SECONDA EDIZIONE
Nel corso delle vacanze estive 2009 trascorse a Poggio Imperiale, durante una delle tante chiacchierate mattutine scambiate all’atto dell’acquisto del mio consueto quotidiano, l’Editore mi informava che le copie del mio libro “Ddummànn’a l’acquarúle se l’acqu’è frésceke. Detti, motti, proverbi, e modi di dire Tarnuíse”, pubblicato nel mese di luglio dell’anno precedente, erano ormai agli sgoccioli e che bisognava pensare quindi ad una nuova tiratura.
A dire il vero, non sono rimasto sorpreso dal fatto che le copie del libro fossero così rapidamente volate via, e questo perché ero certo, sin dall’inizio, che i “Detti, motti, proverbi, e modi di dire Tarnuíse” avrebbero certamente suscitato l’interesse non solo dei tarnuíse residenti a Poggio Imperiale, ma anche di quelli che si sono trasferiti per motivi professionali, di lavoro, di studio o di famiglia in altre parti dell’Italia e del mondo, e che d’estate fanno solitamente ritorno in paese.
Forse proprio questi ultimi sentono più forte il legame alle radici; quel legame che la lontananza rinforza ed esalta …” in un quadro fantastico dal quale traspare la magia dei ricordi, degli odori e dei sapori della nostra terra”.
Attraverso i “Detti, motti, proverbi, e modi di dire Tarnuíse”, ho cercato di interpretare e dare corpo, per quanto possibile, a tali sensazioni, ricavandone una rappresentazione di ”saggezza della nostra terra che si alimenta alla fonte dei ricordi”.
E, dunque, con questa seconda edizione del libro “Ddummànn’a l’acquarúle se l’acqu’è frésceke. Detti, motti, proverbi, e modi di dire Tarnuíse”, è mio desiderio continuare a trasmettere quelle emozioni che ho personalmente provato nel raccogliere, conservare, ordinare e scrivere … “di un tempo che non c’è più ma che forte mantiene la propria presenza nell’intimo di ogni tarnuèse”, giovane o meno giovane che sia, e chissà se non anche di tante altre persone che tarnuèse non sono, ma che amano comunque apprezzare e valorizzare le tradizioni come patrimonio universale di conoscenza.
E tutto ciò, grazie anche all’Editore che mi ha offerto l’opportunità di poterlo fare. Un Editore, il Dott. Giuseppe Tozzi, che per passione e per amore della cultura promuove iniziative editoriali di tutto rilievo, visto il livello di affermazione conseguito in campo nazionale.
Ultima creatura delle Edizioni del Poggio:
“Pianeta Cultura”
Rivista bimestrale del Sapere diretta dallo scrittore e giornalista Giucar Marcone
Buona lettura!
Lorenzo Bove
Post scriptum
In questa seconda edizione sono stati eliminati gli inevitabili refusi della prima edizione, operando – laddove necessario – anche qualche integrazione per rendere più agevole la lettura del libro.
Per completezza di trattazione, si è ritenuto di dare rilievo, in apposita appendice, anche alla fase di presentazione del libro, avvenuta a Poggio Imperiale il 12 agosto 2008.