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Poggio Imperiale, la Porta della Puglia e del Gargano.

Un poggio, un'altura,
un dolce declivio.
Un luogo privilegiato di osservazione
sul passato, presente e futuro.
Sul mondo intero.
(l.b.)
30
Lug

Termoli … mare, sole e il Borgo vecchio!

Una zuppa di pesce in uno dei suoi caratteristici ristoranti marinari o semplicemente una  passeggiata nei vicoli del Borgo vecchio tra locali e negozietti aperti fino a tardi, assaporando magari un gustoso gelato; questo (ed altro ancora) offre Termoli nelle sere d’estate, dopo una giornata di mare e di sole.

Arroccato su un piccolo promontorio roccioso, il Borgo vecchio di Termoli, che molti dicono ricordi la forma di un cuore ed altri di un pugno, si protende verso il mare Adriatico, dove verso est si intravede, nelle giornate limpide, il profilo dell’arcipelago delle isole Tremiti, raggiungibili in motonave o in aliscafo dal porto di Termoli.

Il Borgo vecchio risale al V secolo: la città visse tra le mura che recintano il Borgo vecchio fino al 1847, quando re Ferdinando Il di Borbone autorizzò i termolesi a costruire fuori dalle mura.

Il Borgo appare come un intricato labirinto di stradine strette e tortuose, tra cui il celebre Vico II Castello – tra i più stretti d’Europa – che si stringono attorno al Duomo (Cattedrale di San Basso patrono di Termoli), quasi a voler sfruttare ogni metro quadrato disponibile dell’esiguo spazio, ove l’azzurro del mare riempie di colore ogni suo scorcio.

La chiesa principale di Termoli è un insigne monumento di arte romanica con oltre 800 anni di storia, che ha mantenuto immutato nei secoli il suo splendore con i colori della pietra chiara con cui è stato costruito; ancora prima nello stesso posto sorgeva un’altra cattedrale piena di mosaici, presumibilmente costruita sulle rovine di un tempio romano.

Nel tempo, molte cose sono cambiate, soprattutto dopo che – ormai da diversi anni – è iniziato il recupero architettonico e la valorizzazione del Borgo vecchio, che appare oggi come uno scrigno in cui le casette rimodernate, ma (quasi) sempre in perfetto stile con l’originario impianto architettonico , custodiscono la storia di secoli.

Per entrare nel Borgo vecchio ci sono due ingressi, uno sul lato nord, ai piedi del Castello, e uno sul lato del porto, caratterizzato da una porta ad arco e dalla torretta del Belvedere dalla quale si ammira il panorama del porto gremito di colorate barche dondolanti e della spiaggia a sud di Termoli.

Dentro le mura del Borgo vecchio di Termoli le casette dei pescatori lasciano poco spazio alle stradine strette e attorcigliate, come si conviene a una cittadella fortificata che subiva l’assalto dei Turchi (e altri invasori) e doveva fare di ogni angolo un punto di difesa e di ogni strettoia un mortale agguato.

Fra scorci incantevoli e sprazzi di mare che guizzano sullo sfondo di un vicoletto, di tanto in tanto si schiudono piccole e graziose piazzette.

Nel dedalo di viuzze e stradine si apre inaspettata, quasi a sorpresa, una piazza più ampia, recintata da case basse colorate di bianco e d’ocra, e lì ad un angolo la Cattedrale di San Basso.

Continuando a passeggiare lungo il perimetro della cinta muraria si arriva al Faro che dialoga in silenzio con la luce del corrispondente Faro di Punta Penna sul promontorio di Vasto; a questo punto del percorso si staglia netta l’immagine del Castello Svevo, dal suo ingresso fino alla cima dove si trova la torretta meteorologica costruita dall’Aeronautica militare.

Il Castello caratterizza con il suo profilo l’immagine del Borgo vecchio. La sua struttura è semplice ed è costituita da una base tronco-piramidale munita di torrette cilindriche agli spigoli e sormontata da una torre parallelepipeda di minori dimensioni. Sul lato nord è visibile l’avancorpo dell’antico ponte levatoio, che fungeva da ingresso. La semplicità della struttura e le sue caratteristiche difensive fanno pensare che sia stato costruito in epoca normanna (XI secolo), nel luogo ove già esisteva un torrione di epoca longobarda.

Il Castello è comunemente definito Svevo, probabilmente in seguito alla ristrutturazione, databile intorno al 1247, che Federico II fece eseguire, come testimonia una lapide ritrovata all’interno di una delle torrette angolari. Tale intervento sarebbe stato attuato nel 1240, successivamente alla distruzione delle difese esistenti per opera della flotta veneziana, alleata di Papa Gregorio IX.

Nel corso dei secoli il Castello ha subito varie modifiche soprattutto dopo l’avvento delle armi da fuoco. Durante i recenti restauri sono stati ritrovati dei graffiti databili al secolo XVI, ed alcuni disegni al carbone lasciati sulle pareti della cisterna inferiore nel periodo in cui questa era adibita a carcere borbonico.

Dal 1885 il Castello di Termoli è stato annoverato tra i monumenti nazionali e designato quale museo storico regionale.

La festa di San Basso patrono di Termoli

La festa religiosa di San Basso ricorre il 5 dicembre, giorno in cui nella cattedrale romanica, dove sono conservate le reliquie, il vescovo celebra una solenne Messa in onore del Santo alla presenza di autorità, associazioni, marinai e gente devota. Ma i festeggiamenti veri e propri si tengono in estate tra il 3 ed il 4 agosto. La mattina del 3 agosto, dopo la S. Messa in cattedrale, si procede con la tipica e suggestiva “processione per mare”, durante la quale la statua di San Basso viene portata a bordo del motopeschereccio della flotta termolese, estratto a sorte giorni prima, addobbato per l’occasione. Le altre imbarcazioni seguono l’imbarcazione del Santo cariche di gente, formando così un corteo molto suggestivo. A metà percorso, dal battello col Santo viene gettata in acqua una corona di fiori in onore del protettore ed in segno di legame con il mare: un’antica leggenda narra, infatti, che furono proprio dei pescatori termolesi a ritrovare a largo il sarcofago con le reliquie del vescovo San Basso. A mezzogiorno circa il corteo rientra in porto e la festa prosegue in serata quando la statua viene portata a spalla in processione per le stradine del Borgo fino al mercato ittico dove viene venerata fino al mattino successivo. Alle 6 del mattino del 4 agosto, dopo la veglia notturna, viene celebrata una Messa dinanzi allo stesso mercato che conclude la permanenza della statua del santo negli ambienti dei marinai. La sera alle 19,00 viene celebrata un’altra Messa, stavolta nella piazza antistante la Cattedrale, e a seguire l’ultima processione, la più partecipata, stavolta per le vie cittadine. La festa prosegue poi tra bancarelle, noccioline, giostre e gli immancabili spettacolari fuochi pirotecnici che salutano rimandando l’appuntamento all’anno successivo.


14
Lug

Le tradizioni popolari

Nei giorni scorsi, contestualmente all’uscita della sua ultima opera letteraria, il Dott. Alfonso Chiaromonte ha attivato anche il nuovo ed interessante sito internet  http://tradizioni.sitonline.it , nella scia del consolidato filone storico – tradizionale che ormai lo contraddistingue da anni nel nostro territorio di Capitanata.

« Poggio Imperiale: le tradizioni », questo è il titolo di questo nuovo sito e «far conoscere il nostro folclore ed il suo significato vero ed originale, la spontaneità … » sono le sue finalità.

Quanto alla pubblicazione del nuovo libro dell’amico Alfonso, si tratta di un testo di facile e piacevole lettura, dal titolo: “Le tradizioni popolari, tra il sacro e il profano nella Capitanata”, Edizioni del Poggio.

Dalla quarta di copertina:

” L’idea di questo breve testo sulle tradizioni popolari è nata dal proposito di porre un qualche rimedio all’assoluta non conoscenza da parte dei più giovani del nostro folclore e del suo significato vero ed originale, la spontanea espressione, cioè, della vitalità spirituale ed umana della nostra gente.

L’autore ha tentato di sintetizzare il più possibile questo vastissimo patrimonio e far comprendere che esso non è un bagaglio ingombrante, fatto di stravaganze ridicole ed inutili, ma è la nostra storia, la nostra comune radice culturale fatta di linguaggio, usanze, principi etici e religiosi, credenze, espressioni artistiche, conoscenze, trasmesso per millenni da padre in figlio mediante tradizione orale”.

Per tutte le pubblicazioni del Dott. Alfonso Chiaromonte, si invita a visitare il sito internet sopra citato.


13
Lug

Ma cosa succede a San Nazario?

Una nuova diatriba tra Lesina e Poggio Imperiale dopo circa 120 anni di calma apparente?

Siamo forse in presenza di una nuova disputa tra Lesina e Poggio Imperiale sul “diritto di proprietà” di San Nazario Martire e del relativo Santuario, come avvenne nel mese di aprile del lontano 1894, quando alcuni facinorosi abitanti di Lesina asportarono la statua del Santo dalla Cappella ad esso dedicata, provocando pericolosi tumulti che richiesero anche l’intervento della forza pubblica.

Oppure si tratta, chissà, di una trovata di natura puramente commerciale finalizzata a sfruttare la ricorrenza del 28 luglio, dedicata alla festa di San Nazario Martire, il cui Santuario è affidato alle cure del parroco di Poggio Imperiale, soltanto per coinvolgere Lesina e Lesina Marina in festeggiamenti di inizio della stagione turistica estiva.

Fatto sta che da qualche giorno circolano sulle spiagge e nei paesi limitrofi volantini con i quali viene annunciato: “Lesina in festa: festeggiamenti per San Nazario Martire” con tanto di programma per mercoledi 27 luglio (ore 20,00 partenza della compagnia dei pellegrini lesinesi per il Santuario di San Nazario) e per giovedi 28 luglio (ore 8,00 sparo mortaretti; mattinata per le vie di Lesina con anguilla alla brace e passeggiate in laguna con catamarani e barche; pomeriggio bande musicali e majorettes; ore 21,00 spettacolo di opera musicale in piazza Umberto 1°; ore 23,30 fuochi pirotecnici). Lesina è tappezzata di manifesti che divulgano l’evento e si sente nell’aria che i preparativi alla festa fervono.

Don Luca De Rosa, Parroco di Poggio Imperiale, ha voluto puntualizzare, a margine della messa serale delle 19,30 di domenica scorsa, l’estemporaneità dell’iniziativa intrapresa da soggetti estranei, a quanto pare, alla Parrocchia di Poggio Imperiale sotto la cui giurisdizione ricade il Santuario, con parole di biasimo verso chi intenderebbe distogliere strumentalmente il momento di culto, di raccoglimento e di festeggiamenti che da anni si perpetua presso il Santuario di San Nazario Martire la sera e la notte del 27 luglio ed il successivo giorno 28, con l’arrivo di numerosi pellegrini provenienti da tutta la zona sub garganica della Capitanata.

Un po’ di storia del Santuario di San Nazario Martire

(dal sito internet: http://web.tiscali.it/anlacr/Il%20Santuario.htm)

« Alle pendici dei monti del Gargano, a poca distanza dal Lago di Lesina e dal Mare Adriatico, sul confine di quattro Comuni (Poggio Imperiale, Lesina, Apricena, Sannicandro Garganico), sorge l’antico eremo dedicato al martire San Nazario. Stando alla descrizione dei luoghi dell’antica Daunia fatta da Strabone nel 6° libro del “gheografika”, con molta probabilita’ la Chiesa-Santuario di San Nazario, in territorio di Poggio Imperiale, potrebbe essere la sovrapposizione cristiana ad un antico tempio pagano dedicato al taumaturgo Podalirio (ritenuto dagli studiosi ubicato in prossimita dell’altro consacrato al culto dell’indovino Calcante, ove oggi sorge il Santuario di S. Michele Arcangelo), situato presso un corso idrico (il Caldoli) le cui acque erano dotate di particolari proprieta’, di universale rimedio a tutte le malattie degli animali. Tale tesi parrebbe verosimile dal momento che la religione cristiana e’ subentrata quasi dappertutto negli stessi luoghi anteriormente sacri a divinita’ mitologiche, dopo che un editto dell’imperatore Teodosio II, concedeva ai cristiani tutti i templi pagani per mutarli in Chiese. La rustica cappella, situata in una zona fortemente malarica, si differenziava dagli altri fabbricati rurali per il piccolo campanile ad archetto e per la croce che sovrastava il tetto coperto ad embrici. All’interno vi era un altare, nel muro di fronte alla porta, con sopra la nicchia, la statua del giovane Santo e sulle pareti imbiancate a calce gli ex voto di cera ed i quadri, rappresentanti le grazie che il Santo aveva concesso ai suoi devoti. Davanti all’altare una pietra su cui, secondo la tradizione popolare, si era seduto San Nazario di passaggio durante le sue interminabili peregrinazioni apostoliche, per riposarsi e curarsi con le acque miracolose le piaghe di cui aveva infette le gambe. Dietro la chiesetta vi era un pozzo, alle cui acque si attribuivano salutari virtu’. Poco distante dalla chiesa, verso est, la sorgente di acqua fumante, 2 gradi piu’ calda dell’ambiente, sgorga accanto a ruderi forse di terme e di altri edifici antichissimi. Vi erano capitelli, frontoni in pezzi, scalini di pietra e laterizi di epoca romana. L’epoca di erezione della Cappella e da ascriversi al periodo che va dall’anno 1077 al 1220 e la sua storia e’ legata strettamente a quella del Monastero di San Giovanni in Piano,in territorio di Apricena (FG). Il Clero chiamato ad officiarvi era quello lesinese in quanto l’edificio era situato nel territorio di Lesina (FG). Durante tutti i secoli del medioevo e fino a qualche anno fa la Cappella di San Nazario fu affidata alle cure di un Eremita, responsabile del decoro di quel sacro luogo. La Cappella di San Nazario continuo’ a far parte del Comune di Lesina fino al 1815 quando, essendo stato ufficialmente costituito il Comune di Poggio Imperiale, il territorio con la Cappella fu distaccato dall’agro lesinese ed assegnato dall’Intendente di Molise e Commissario del Re per la divisione dei demani Biase Zurlo (a cui e’ intitolata una via del paese), al Comune di nuova istituzione. Fino al 1893 la cura delle anime fu affidata in Lesina ed in Poggio Imperiale al Clero di Lesina. A Poggio Imperiale vi era un Vicario Economo-Curato, dipendente dal Parroco di Lesina che provvedeva alla registrazione sui libri parrocchiali dei battesimi, dei matrimoni e dei defunti. “Nel 1893 il Cardinale D. Camillo Siciliano di Rende, visto che la popolazione (di Poggio Imperiale) si era abbastanza ingrandita, da superare quasi quella di Lesina e considerato che la chiesa faceva tutto da se’, indipendentemente dalla Matrice di Lesina, la eresse a Parrocchia autonoma di libera collocazione dell’Ordinario con decreto 16 Luglio dello stesso anno” (da un manoscritto di Don Giovanni Giuliani senior – gia’ Parroco di Poggio Imperiale). Eretta a Poggio Imperiale una parrocchia autonoma, non fu piu’ il Clero di Lesina ad avere giurisdizione sui territori del nuovo Comune e su tutte le Cappelle ed Oratori in esso compresi; pertanto anche la Cappella rurale di San Nazario passo’ sotto la giurisdizione del Parroco di Poggio Imperiale perche’ il territorio nel quale era situata apparteneva, appunto, a tale Comune. Molti malcontenti serpeggiarono in Lesina. I Lesinesi pretendevano infatti l’amministrazione della Cappella. Nel mese di aprile del 1894 alcuni facinorosi asportarono dalla sacra edicola la statua del Santo provocando pericolosi tumulti. Intervenne la forza pubblica ed i rappresentanti del Comune di Poggio Imperiale dichiararono di non contestare ai lesinesi il diritto di proprieta’ della Cappella. In seguito a cio’ il sindaco di Lesina invio’ a San Nazario il Segretario comunale ed un Brigadiere delle guardie municipali e fece chiudere con un nuovo catenaccio la porta della Cappella, sotraendola ai ministri del culto che legittimamente dovevano officiarvi. Il Vicario foraneo di Poggio Imperiale don Brunone Leone adiva l’Autorita’ Giudiziaria la quale, con sentenze del 15 giugno e del 22 luglio 1894, decideva che la chiave dovesse ritornare al Vicario foraneo. Anche il Clero di Lesina non si manifestava contento del nuovo stato di cose; voleva, infatti, ad ogni costo sottrarre al sacerdote di Poggio Imperiale la direzione spirituale della Cappella. Ma in data 23 luglio 1897 il Vicario Capitolare di Benevento ordino’ tassativamente ai sacerdoti lesinesi di non intromettersi oltre nell’andamento delle cose della Cappella di San Nazario. § Speciale devozione nutre per questo Santo la popolazione pedegarganica. A migliaia si riversano in questo luogo, tra il 27 ed il 28 luglio di ogni anno, i devoti dei paesi circostanti. Si deve all’infatigabile impegno profuso dal defunto don Giovanni Giuliani junior – don Nannino -, gia Parroco di Poggio Imperiale e Vicario Generale della Diocesi di San Severo, se il vecchio e cadente oratorio (gia’ ampliato nel 1904) e stato demolito ed al suo posto, auspice il Vescovo diocesano protempore, S.E. Mons. Valentino Vailati, si e’ eretto, dal mese di luglio 1967 ai primi mesi del 1970, un nuovo monumentale tempio, cosicche’ il Santuario di San Nazario e’ oggi un luogo degno di culto e tradizione. Il nuovo tempio sorge nello stesso luogo del vecchio oratorio ed il masso lo si puo’ notare davanti al nuovo Altare maggiore. Il disegno della Chiesa e’ opera dell’artista sanseverese comm. Antonio D’Amico, scultore di fama ed allievo di Vincenzo Gemito. Sua e’ pure la volta a quinte di legno di douglas. Lo stesso artista ha pure eseguito la nicchia per la nuova statua del Santo in legno teak australiano. La nuova statua del Santo e’ molto bella ed artistica. E’ stata eseguita ad Ortisei e scolpita in legno di Cirmolo alpestre. § Dal 1° ottobre 1996 al 31 agosto 2003 l’amministrazione del Santuario e’ stata affidata al Sacerdote don F. Paolo Lombardi, mentre dal 1° settembre 2003, e’ affidata alle cure del Sacerdote don Luca De Rosa, neo Parroco di Poggio Imperiale Le notizie sul Santuario di San Nazario sono state tratte da: Alfonso Chiaromonte: Da Fattoria a Poggio Imperiale – Tip. Scepi – Lucera, 1997 e da Mario A. Fiore: Profilo storico del Santuario di San Nazzario – Stab. Tip. Cav. L. Cappetta & F. – Foggia, 1970 ».  

 

La foto ritrae la Cappella del “Santuario di San Nazario Martire” – Poggio Imperiale – Puglia (Italy)

Photo by : Alfonso Chiaromonte


2
Lug

Il Groppello di Revò, vitigno autoctono.

Di tanto in tanto, in vari territori nazionali vengono riscoperti vecchi vitigni risalenti a centinaia di anni orsono, con risultati rilevanti per quanto riguarda la qualità del vino che si riesce poi a produrre.

Un esempio, tra i tanti altri, è il “Groppello di Revò”; un vino rosso del Trentino qualificato come vitigno autoctono di sottozona DOC del Trentino stesso.

Un vino spesso confuso con i più conosciuti “Groppelli” della sponda bresciana del lago di Garda, ma che ha, invece, una storia antica, documentata in modo certo nelle cronache cinquecentesche.

Un passato illustre, che negli ultimi anni di appartenenza del territorio all’Impero Austro-Ungarico aveva visto una produzione di quasi 50 mila ettolitri di vino, e un presente fatto di 400 ettolitri esistenti solo per la appassionata tenacia di un pugno di “irriducibili”, grazie al recente riconoscimento questa varietà incontra un rinnovato interesse che si è concretizzato, tra l’ altro, nella messa a dimora di 5 mila metri quadrati di nuovo vigneto: una superficie significativa se vista nella realtà delle micro aziende della zona.

Il vitigno è stato riconosciuto a rischio di estinzione e perciò proposto per il programma nazionale per la tutela della biodiversità.

Il Groppello di Revò (noto anche con i sinonimi di Groppello anaune, della Val di Non, e della Terza sponda) prende il nome dal paese di Revò, che è il centro più importante di quella zona dell’ alta Val di Non (in provincia di Trento) detta Terza sponda, con riferimento al grande bacino idroelettrico del lago di Santa Giustina.

Proprio a Revò sorse, nel 1893, la terza cantina sociale del Trentino. Poi la peronospora, la fillossera, il passaggio nel 1918 della regione all ‘Italia ed infine la diffusione della frutticoltura intensiva specializzata, hanno confinato il Groppello in pochi appezzamenti amatoriali, siti nei comuni di Cagnò, Revò e Romallo, con concreto rischio di definitiva estinzione.

Gli “irriducibili”, una ventina di appassionati che hanno dato vita recentemente all’ associazione “Amici del Groppello”, capeggiati da Augusto Zadra che con una produzione annua di 4.000-4.500 bottiglie è il maggior produttore, hanno resistito ed ora sono soddisfatti di aver difeso un vitigno che appartiene a tutti gli effetti alla tradizione enologica e paesaggistica della Val di Non e dello stesso Trentino, e che finalmente ha ricevuto importanti riconoscimenti sul piano scientifico e normativo.

Il progetto “Groppello di Revò”, redatto dall ‘Istituto agrario di San Michele all’ Adige (Trentino) in riferimento alla tutela della biodiversità, prevede una serie di interventi che partendo dal censimento delle risorse esistenti arrivano alle azioni di salvaguardia del vitigno, con passaggi intermedi che coinvolgono le tecniche di biologia molecolare, la selezione clonale e le indagini analitiche sui vini.

Il vino Trentino Groppello di Revò rappresenta un patrimonio genetico di tutto rispetto, se si pensa che le vigne possono raggiungere anche gli 80-100 anni di età. E’ sempre l’ Istituto di San Michele ad attestare che il Groppello di Revò è una varietà autoctona locale, perché presenta caratteristiche genetiche originali, diverse dagli altri Groppelli diffusi nella zona del Garda.

La famiglia dei vitigni autoctoni del Trentino, dunque, cresce: al Teroldego, Marzemino e Nosiola (questo a bacca bianca) va ad aggiungersi il Groppello di Revò; un poker d’ assi che potrà favorire le partite dei vini trentini sui tavoli dei grandi mercati.


27
Giu

La notte delle spighe 2011 senza la “tradizionale” pioggia

La notte delle spighe, organizzata dall’ Associazione culturale Terra Nostra Onlus di Poggio Imperiale in collaborazione della Regione Puglia, Provincia di Foggia e Comune di Poggio Imperiale e con il patrocinio dei Comuni di San Severo, Torremaggiore, Apricena e Lesina, è giunta alla sua quarta Edizione.

Queste le spighe 2011 assegnate a Poggio Imperiale lo scorso sabato 25 giugno:

Premio Nazionale Spiga d’oro

all’ing. Luca Montrone Presidente dell’emittente televisiva pugliese Telenorba

Premio Spiga d’oro Capitanata

alla sanseverese Stefania Irmici, Tenente pilota dell’Aeronautica Militare, la prima donna “top gun” italiana alla guida di velivoli da combattimento

Premio Spiga d’argento Terra Nostra

al concittadino Michele Guidone Atleta della Podistica Sannicandro

Una serata senza pioggia, finalmente, dopo che, per tre anni di fila, un bel nubifragio ha sempre “allietato” la serata.

L’edizione di quest’anno è stata dedicata al 150° anniversario dell’Unità d’Italia e, in tale contesto, sono stati premiati tutti i militari di Poggio Imperiale che prestano servizio in ogni luogo d’Italia o in missioni all’estero.

La serata, condotta ancora da Monia Palmieri e Stefano Bucci, direttore artistico dell’evento, ha visto la presenza, come sempre, di artisti di fama che hanno allietato la serata offrendo momenti di spettacolo straordinari.

La manifestazione si è aperta venerdi 24 giugno con gli stand gastronomici in Piazza Imperiale e il concerto della cover band degli AbbaMania.


19
Giu

A Sesto San Giovanni ritornano a suonare a distesa le campane della Basilica di Santo Stefano.

A causa dell’inceppamento dell’impianto meccanico e degli ulteriori problemi di sicurezza insorti, negli ultimi anni l’utilizzo delle stupende campane della Basilica di Santo Stefano di Sesto San Giovanni era ridotto allo stremo, fino al loro recente blocco totale che è durato diversi mesi.

Finalmente, lo scorso sabato 11 giugno, dopo la messa delle ore 18,30 le campane sono ritornate nuovamente a suonare a distesa, grazie alla generosità dei parrocchiani che ne hanno consentito il completo restauro, ma soprattutto grazie all’iniziativa assunta al riguardo dal Prevosto Don Giovanni Brigatti.

Dalla relazione tecnica del lavoro fatto:

La Basilica di Santo Stefano dispone di un concerto di campane composto da otto bronzi, intonati in scala diatonica maggiore in la bemolle 2, fusi dalla Fonderia vescovile Cavadini di Verona , nel 1937: si tratta di un concerto ambrosiano tra i più grandi a livello europeo. Le campane hanno ciascuna una dedica; tra le più significative: la campana n. 1, la più grande, è dedicata a Cristo; la campana n. 2, media-grande, è dedicata a San Clemente; la n. 3, la media, è dedicata a San Giovanni Battista; la n. 4, media-piccola alla Madonna Addolorata, ecc. L’opera di ristrutturazione, iniziata a metà marzo 2011, è terminata nelle seconda settimana di maggio 2011. Tale opera si è resa necessaria perché erano stati evidenziati molti problemi di carattere strutturale e meccanico, che hanno compromesso gravemente la sicurezza. Il lavoro di ristrutturazione ha richiesto lo smontaggio delle campane, la loro rotazione sull’asse verticale centrale al fine di avere un nuovo punto di battuta, perché il precedente risultava deformato e infossato, con il rischio di una grave incrinatura delle campane stesse. I battagli sono stati completamente sostituiti con altri, utilizzando una lega ferrosa più morbida in modo da ridurre il consumo e la conseguente infossatura del punto di battuta; i battagli sono stati muniti di un sistema di sicurezza composto da corde in acciaio antiruggine, passati in opportuni anelli di sicurezza , che non ne permettono la caduta in caso di rottura del battaglio. I ceppi e i contrappesi di ogni campana sono stati completamente revisionati, puliti al loro interno dalla zavorra; al posto della zavorra sono state inserite delle piastre di acciaio inox. I cuscinetti sono stati tutti sostituiti; sono stati applicati i sistemi di paracadute, prima mancanti, ai supporti dei cuscinetti, che in caso di rottura dei perni, impediscono la caduta della campana. I perni di rotazione delle campane sono stati revisionati e trattati opportunamente: le ruote che comandano la rotazione delle campane, con un sistema a motore, sono state sostituite. Un altro grosso intervento ha interessato i telai di sostegno: parecchie parti logore sono state sostituite. Sono stati applicati particolari sistemi antivibranti, che mancavano, posizionati alla base del telaio di ogni campana, allo scopo di ridurre le vibrazioni prodotte dal movimento durante il suono: questa soluzione risulta importante per evitare pericolose sollecitazioni alla struttura del campanile.

Il giudizio di un esperto:

Il concerto di otto campane della Basilica di Santo Stefano di Sesto San Giovanni risulta tra i più interessanti della Lombardia. Le campane sono caratterizzate da una quantità di suono particolarmente raffinato, armonioso, pulito e interessante sia dal punto di vista tecnico che acustico. Le caratteristiche delle singole campane e l’estetica musicale dell’insieme consentono di classificare, senza alcun dubbio, il concerto della Basilica di Santo Stefano come uno dei più interessanti della Lombardia.

 

Le informazioni sopra riportate sono tratte dal periodico “NOTIZIE” della Parrocchia di Santo Stefano di Sesto San Giovanni (Milano) – Giugno 2011- n. 63.


17
Giu

Modellismo: a Trento dei bellisimi ed unici trenini elettrici!

Di trenini elettrici ce ne sono sicuramente tanti, in giro in Italia e per il mondo, ma quelli realizzati dal Gruppo Fermodellistico Pocher di Trento hanno forse qualcosa di speciale.

Sarà per la particolarità del materiale rotabile miniaturizzato di fattura singolare, o sarà per la unicità del plastico nel cui contesto i trenini si muovono, fermandosi e ripartendo, in un panorama tipico della valle dell’Adige fedelmente ricostruito; certo è che si tratta di qualcosa di veramente avvincente.

E ciò nella Sala Mazzoni della Stazione FS di Trento ove il grande plastico è operativo dal 1996.

Il tutto è da farsi risalire ad uno sparuto gruppo di amici che il 28 febbraio 1992 hanno dato vita al Gruppo Fermodellistico Feramatoriale, quale sezione del Dopolavoro Ferroviario FS di Trento, la cui denominazione è poi stata modificata, in data 16 marzo 1997, in Autonoma Associazione Culturale, allo scopo di « … unire gli appassionati di ferrovie e di modellismo ferroviario per favorire lo sviluppo della comune passione, lo scambio di esperienze con l’amicizia fra i soci e le rispettive famiglie ed avvicinare al mondo della rotaia gli appassionati non ferrovieri…». Il Gruppo ha aderito successivamente alla F.I.M.F. (Federazione Italiana Modellisti Ferroviari) che riunisce circa 30 gruppi su tutto il territorio nazionale, con circa 1.000 aderenti. Il 4 marzo 1994 il Gruppo, per decisione unanime dell’Assemblea, è stato intitolato alla memoria del maestro modellista Arnaldo Pocher di origine trentina, pioniere del fermodellismo in Italia.

L’Associazione porta dunque il nome di Arnaldo Pocher, figura di primo piano del panorama modellistico nazionale ed internazionale nato il 22 settembre 1911 a Trento, in cui vive l’infanzia e la prima giovinezza, frequenta l’istituto tecnico ed alcuni laboratori di oreficeria.

Nel 1932 si trasferisce a Torino per svolgere l’attività di incisore. Nei primi anni del dopoguerra si avvicina al modellismo ferroviario e nel 1949 inizia la sua produzione modellistica: alcuni accessori per un negozio torinese.

Nel 1951 in società con il Sig. Muratore (che si occuperà della parte amministrativa e commerciale) fonda la “Pocher Micromeccanica S.N.C.”: binari, scambi e segnali, prodotti secondo tecniche costruttive innovative, costituiscono le prime rilevanti produzioni. Nel 1953 escono le prime riproduzioni di carrozze e carri ferroviari.

Fra il 1955 ed il 1963 si assiste al periodo d’oro della produzione Pocher: sempre nuovi e più numerosi modelli arricchiscono il catalogo. Dalla produzione familiare del 1951 (la moglie Maria Pia è la prima collaboratrice del maestro) si passa ad una produzione che coinvolgerà oltre 30 dipendenti. La produzione manterrà sempre caratteristiche di artigianato industriale: nelle sue realizzazioni Arnaldo Pocher opererà con spirito d’artista e artigiano sempre alla ricerca di nuove soluzioni, materiali innovativi e criteri di realizzazione per ricreare nei suoi modelli la magia ed il fascino del treno e della ferrovia.

I coloratissimi carri privati svedesi e danesi, le mitiche vetture CIWL (Compagnia Internazionale Vagoni Letto), la storica carrozza ristorante “dell’Armistizio” Franco-Tedesco, la carrozza del presidente Lincoln, la coloratissima carrozza del circo Barnum sono alcuni dei modelli riprodotti dal Maestro. Alcuni fregi sono vere e proprie opere di finissima arte incisoria, altre decorazioni rivelano un’altra grande passione e dote di Arnaldo Pocher: la pittura.

Nel 1963 produce due capolavori di arte e tecnica: la riproduzione del locomotore francese CC 7107 che nel 1955 raggiunse i 331 Km/h e il modello dorato della locomotiva “Bayard” della prima ferrovia italiana (1839), la Napoli – Portici. Sempre nel 1963 la Pocher si trasforma in S.p.A. e vede l’ingresso nel capitale sociale della RIVAROSSI. La produzione in pochi anni si adeguerà agli standard industriali e commerciali di quest’ultima. Dopo la realizzazione dei bellissimi modelli delle locomotive che fecero l’epopea del West (Genoa – Reno – Bowker) Arnaldo Pocher nel 1968 lascia definitivamente la Società (“Pocher” è attualmente un marchio della Rivarossi).

Il Maestro intraprende altre attività nel campo del giocattolo ma non dimentica i treni: collabora alla realizzazione dei modelli in scala N (1/160) della torinese TIBIDABO. Nel 1972 con il marchio ARPO (ARnaldo POcher) produce accessori sempre in scala N. Nel 1975 il grande rientro. Sempre con il marchio ARPO, Arnaldo Pocher realizza, per la casa svizzera METROPOLITAN stupendi modelli in scala H0.

Nel 1976 viene nominato “maestro modellista” dalla FIMF, (Federazione Italiana Modellisti Ferroviari) a riconoscimento della sua attività. Pocher nel 1952 fu tra i fondatori della FIMF ed opera sua è il distintivo che ancor oggi contraddistingue questa Federazione. Cessata nei primi anni 80 la collaborazione con la ditta elvetica, riprende l’attività nel 1985, coinvolgendo il genero signor Adelmo Canali: accessori in H0 e piccole serie di carri merce FS, di squisita fattura, in lega di metallo nobile e legno. I carichi di questi carri sono piccole opere d’arte: stupenda è la testa di cavallo in metallo realizzata dal Maestro, che riproduce in scala una parte di un monumento equestre in bronzo. Nel 1987/88, sempre come ARPO, per la svizzera MCA di Lugano, realizza in fusione di peltro altri tre capolavori: il diesel “Truman” utilizzato dagli americani in Europa nel secondo conflitto mondiale, l’autoblindo ferroviaria (Panzer Triebwagen) dell’esercito tedesco ed il tram di Zurigo tipo 1930.

Nel 1989 in occasione del 150° anniversario delle Ferrovie Italiane, annuncia la riproduzione in ottone della locomotiva FS E454, ma un tragico incidente stradale nel dicembre dello stesso anno ferma per sempre la mano ed il cuore di Arnaldo Pocher.

Ora, Socio onorario del Gruppo è la vedova del maestro Signora Maria Pia e numerosi appassionati di ogni età formano il corpo sociale.

Il 4 marzo 1995 l’Assemblea ordinaria annuale ha ufficializzato il “gemellaggio” con l’attivissimo Gruppo Modellismo Ferroviario Val Fiemme di Predazzo “G. M. F. V. F.”, con il quale sono state concordate iniziative comuni, nell’intento di far nascere la passione per il fermodellismo e far crescere l’interesse per la ferrovia soprattutto da parte dei giovani. L’attività sociale, completamente autofinanziata, punta soprattutto ad offrire ai soci la possibilità di sviluppare assieme, con spirito di collaborazione, la propria passione. Ogni ultimo venerdì del mese si tiene una riunione per discutere ed approfondire, anche con proiezioni di video e diapositive, varie tematiche ferroviarie e fermodellistiche. Le gite sociali offrono l’occasione di scoprire, sia in Italia che all’estero, realtà ferroviarie particolari, musei ferroviari e di incontrare altri Gruppi di appassionati. I soci hanno a disposizione una fornita biblioteca, dove sono raccolti libri e riviste, italiane ed estere, a tema ferroviario (alcuni anche rari e non più reperibili sul mercato). Una circolare “Comunicazione semplice” informa regolarmente tutti gli iscritti delle novità che riguardano l’attività del Gruppo. Si sono costituiti “gruppi di lavoro” tra soci accomunati da particolari interessi, come i plastici, i video, la storia, l’attività espositiva. Alcuni di loro collaborarono al restauro della locomotiva monumento Gr 625.011, visibile a Trento nel lato nord (marciapiede 2), della stazione F.S. Altri soci si dedicano alla realizzazione di video sulla realtà ferroviaria della  provincia di Trento, specie in relazione a particolari occasioni (treni speciali a vapore, manifestazioni e importanti ricorrenze ferroviarie, ecc.).

Oggi la mostra fermodellistica permanente allestita dal Gruppo “Arnaldo Pocher” presso la Sala Mazzoni della stazione FS di Trento è finalizzata ad offrire, ai giovani in particolare, l’occasione di avvicinarsi ad un hobby affascinante, distensivo ed istruttivo al tempo stesso, e permettere così di scoprire un pezzo della storia dei nostri trasporti, con una visione sul futuro in un’ottica di sostenibilità ambientale. Questa iniziativa espositiva è stata a suo tempo inserita nella “Guida ai Musei ed Esposizioni del Trentino” edita dall’A.P.T. con il patrocinio della P.A.T. (Provincia Autonoma di Trento). La mostra viene periodicamente rinnovata dedicandola ogni volta a “temi” specifici, specie in occasione della manifestazione “Natale in Stazione” che vede la regolare apertura al pubblico durante tutto il periodo natalizio. Nel corso dell’anno, inoltre, sono programmate aperture mensili, pubblicizzate di volta in volta dalla stampa locale, mentre è sempre possibile visitare la mostra, su appuntamento, da parte di scuole e gruppi associativi.

 


13
Giu

Il “Musée d’Orsay” al “Mart” di Rovereto

I capolavori del Musée d’Orsay di Parigi esposti in Italia al Mart di Rovereto.

“La rivoluzione dello sguardo. Capolavori impressionisti e post-impressionisti dal Musée d’Orsay”: questo è il titolo della eccezionale mostra che si tiene a Rovereto (TN), dal 19 marzo 2011 e fino a tutto il 24 luglio prossimo, al Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto).

I capolavori del Musée d’Orsay, icone della storia dell’arte tra ‘800 e ‘900; una selezione mirata, appositamente scelta per il Mart, con opere mai viste in Italia di Monet, Cézanne, Van Gogh, Renoir, Gauguin, Courbet, ecc..

Si possono ammirare oltre settanta dipinti provenienti dalla più importante collezione del XIX Secolo del mondo.

E’ proprio il parigino Musée d’Orsay, infatti, che conserva le opere maggiormente significative, per numero e qualità, di quegli artisti che hanno cambiato alla fine dell’800 il corso della storia dell’arte moderna: se si parla di Impressionismo e Post-impressionismo non c’è infatti raccolta più prestigiosa di quella conservata oggi nel Museo francese, un luogo fondamentale per gli studi su Monet, Cézanne, Pissarro, Sisley, Renoir, Degas, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Gauguin, Morisot, Vuillard, Bonnard, Denis, Courbet.

I capolavori di questi ed altri artisti sono presenti nella mostra del Mart: un’occasione unica per conoscere da vicino, attraverso opere esemplari, il più entusiasmante periodo della ricerca pittorica tra Ottocento e Novecento.

“La rivoluzione dello sguardo. Capolavori impressionisti e post-impressionisti dal Musée d’Orsay”, è stata possibile grazie all’accordo di collaborazione tra il Mart e il museo francese, che in fase di restauro (riapertura prevista per l’autunno 2011) ha concesso per la prima volta un nucleo così rilevante di opere in prestito per una itineranza di sole tre tappe, che ha toccato Australia, America e ora, unica sede il Mart, l’Italia.

Il progetto presenta un’eccezionale selezione di dipinti, dalla grande stagione dell’Impressionismo alla vigilia delle avanguardie: lo scandaloso realismo di Gustave Courbet nella celeberrima tela “L’origine du monde” (1866), esposta per la prima volta nel nostro Paese; la nuova visione temporale che Claude Monet introduce nella serie di dipinti dedicati alla “Cattedrale di Rouen” (1892), della quale il Mart ospita una tra le più intense versioni; la straziante solitudine di Van Gogh e della sua “Chambre ad Arles” (1889); lo sguardo introspettivo, declinato al femminile, di Berthe Morisot, il cui dipinto “Le Berceau” (1873) fu presentato con scandalo alla prima mostra del’Impressionismo nel 1874 a Parigi; l’esotismo di Paul Gauguin con le “Donne di Tahiti” (1891); e poi, lo sguardo di Degas sulla danza e l’”Omaggio a Cézanne” (1900) di Maurice Denis, testimonianza di una fedeltà all’artista da molti considerato il più importante di quell’epoca.

Questi sono solo alcuni degli straordinari capolavori presenti nella mostra, che segue un percorso tematico, attraverso appunto quella “rivoluzione dello sguardo”, che gli artisti impressionisti e post-impressionisti tra Ottocento e Novecento hanno aperto alla visione della modernità.

L’esposizione “La rivoluzione dello sguardo. Capolavori impressionisti e post-impressionisti dal Musée d’Orsay,” ideata e curata da Guy Cogeval, presidente del Musée d’Orsay, e Isabelle Cahn, con la direzione scientifica di Gabriella Belli, direttore del Mart, propone dunque una rilettura di quel cruciale passaggio che ha preparato il terreno alle avanguardie artistiche europee del primo Novecento.

Il Mart di Rovereto

Il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, è nato nel 1987 come ente autonomo della Provincia Autonoma di Trento e oggi riunisce in sé tre sedi espositive: la sede principale del Museo a Rovereto, la Casa d’Arte Futurista Depero riaperta al pubblico nel gennaio 2009 sempre a Rovereto, e il rinascimentale Palazzo delle Albere a Trento.

La sede del Mart a Rovereto è stata inaugurata nel dicembre 2002 su progetto dall’architetto ticinese Mario Botta, e dell’ingegnere roveretano Giulio Andreolli. Il Mart è uno dei maggiori musei di arte moderna e contemporanea d’Italia. E’ visitato ogni anno da oltre 200.000 persone, ha una collezione permanente di oltre 12.000 opere, esposta a rotazione per nuclei tematici e collezionistici, e ha prodotto 130 esposizioni in 6 anni e mezzo di apertura. Ma soprattutto il museo ha prodotto esposizioni su temi originali e innovativi, coinvolgendo in ogni occasione comitati scientifici di alto profilo: tra le esposizioni maggiori “La Danza delle Avanguardie”, sull’intreccio tra arti visive e teatro di danza, e mostre come “Montagna arte scienza mito”, “Mitomacchina”, “La Parola nell’arte”, “Il Secolo del Jazz”. Il Mart è molto attivo sul piano internazionale, con scambi e progetti congiunti realizzati insieme ai maggiori musei del mondo. Accanto agli appuntamenti espositivi il Mart organizza una serie di occasioni di approfondimento pensate per coinvolgere gli appassionati, i turisti, i residenti, e gli studiosi: rassegne cinematografiche, concerti, cicli di conferenze, incontri con gli artisti e con la critica, dibattiti. Ma anche convegni di studio e pubblicazioni specialistiche, curate dai propri centri di studio: l’Archivio del ‘900 e la Biblioteca del Mart, che conservano rispettivamente 80.000 documenti fra carteggi, scritti, disegni, fotografie e ritagli stampa, e 60.000 volumi. Ogni anno ben 70.000 persone partecipano alle attività della Sezione Didattica del Mart, diversificate per fasce d’età. La sezione didattica organizza inoltre laboratori per il pubblico e le famiglie, corsi di aggiornamento per insegnanti, mostre didattiche, visite guidate alle esposizioni temporanee, al museo ed all’architettura delle sedi museali, incontri a tema ed eventi speciali.


3
Giu

“Le Meraviglie del Tesoro di San Gennaro, le Pietre della Devozione”

Il Tesoro di San Gennaro in mostra a Napoli.

E’ il più prezioso del mondo.

Ho visitato con mia moglie nei giorni scorsi a Napoli una mostra davvero speciale; le opere più prestigiose del leggendario Tesoro di San Gennaro esposte al pubblico per la prima volta nella storia.

Si tratta dei gioielli più preziosi donati al Patrono di Napoli nell’arco di ben sette secoli.

Il Tesoro di San Gennaro è tra i più importanti al mondo per valore artistico ed economico e di gran lunga superiore al Tesoro della Corona d’Inghilterra e a quello dello Zar di Russia.

Questa è la clamorosa “certificazione” di un’équipe di gemmologi e storici che hanno indagato per quasi tre anni sulle opere e le singole pietre (diamanti, rubini, smeraldi, zaffiri, perle).

La Mostra “Le Meraviglie del Tesoro di San Gennaro, le Pietre della Devozione”, organizzata dal Museo del Tesoro di San Gennaro con la collaborazione della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico, Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Napoli e con l’alto Patronato del Presidente della Repubblica e della Presidenza del Senato, è in corso a Napoli, nella splendida cornice di sei differenti strutture museali nel centro storico della città, da via Toledo al Duomo (il “miglio d’oro”), dal 9 aprile al 12 giugno.

E’ possibile ammirare 150 opere (tra cui i dieci favolosi gioielli, esposti nelle sale del Museo del Tesoro di San Gennaro), le preziose tele di Luca Giordano (Museo Diocesano) e luoghi dall’immenso valore artistico riaperti per l’occasione, come il Complesso Monumentale dei Girolamini e l’antica Porta del Duomo.

– 21.620 opere, tra capolavori in argento, legno, oro, madreperla tessuti preziosi e quadri;

– la collana del seicento più ricca e preziosa del mondo: 13 maglie in oro massiccio, 700 diamanti, 276 rubini, 92 smeraldi;

– l’oggetto più prezioso: la Mitra del settecento con 3964 pietre preziose (diamanti, rubini e smeraldi);

– la più importante e intatta collezione d’argento al mondo dal 1305 ad oggi con 54 statue d’argento massiccio;

Questo è il leggendario Tesoro di San Gennaro, una parte del quale si conserva nella Cappella di San Gennaro e nell’attiguo Museo, mentre i pezzi più importanti e preziosi vengono custoditi nel caveau del Banco di Napoli in via Toledo, al sicuro ma non visibili al pubblico.

Ecco dunque la grande novità di questo eccezionale evento: 150 pezzi del tesoro – compresi i «pezzi forti», quelli sempre chiusi nel caveau – sono stati messi in mostra in diverse sedi della città, dalla Cappella al Museo di San Gennaro, dal Museo Diocesano all’Archivio Storico del Banco di Napoli, passando per i Girolamini.

Sette secoli di donazioni di papi, imperatori, re, sovrani, uomini illustri e persone comuni, che hanno costituito nel tempo uno dei più importanti e ricchi tesori universali dell’arte al mondo.

Per merito dell’antichissima istituzione della Deputazione della Real Cappella di San Gennaro, nata per un voto della città nel 1527, il tesoro è intatto non avendo mai subito spoliazioni, né finanziato guerre, né subito furti e quindi le collezioni sono uniche al mondo.

Lo stesso Napoleone, che ha sempre fatto “man bassa” di capolavori, quando arrivò a Napoli non solo non prelevò nulla, ma regalò a San Gennaro, tramite il cognato Gioacchino Murat, un ostensorio in oro, argento e pietre preziose di superba bellezza e raffinatezza.

Tutte le opere donate, per avere il privilegio di essere considerate meritevoli di far parte del Tesoro di San Gennaro dovevano, però, corrispondere a elevatissime qualità di valore artistico e culturale e dunque essere realizzate dai grandi artigiani del tempo.

E si è così costituito un tesoro composto da straordinari e autentici capolavori firmati dai più noti e importanti artisti della storia universale dell’arte.

Per San Gennaro si contano venticinquemilioni di devoti sparsi in tutto il mondo, una lunghissima storia punteggiata di avvenimenti e vicende spesso in bilico tra devozione e pregiudizio, fede e incredulità, passione e scetticismo. In ogni momento, però, legata a filo doppio alla storia di Napoli fino a una fortissima identificazione tra il Santo protettore e le pulsioni psicologiche di un popolo periodicamente minacciato da catastrofi naturali ed eventi storici. Oggi, San Gennaro è il santo della Chiesa cattolica più famoso e conosciuto nel mondo e non solo per il miracolo della liquefazione del sangue, ma anche e soprattutto perché milioni e milioni di persone dalla fine dell’800 sino agli anni ’60, si sono imbarcate nel porto di Napoli in cerca di fortuna nella tragedia della grande emigrazione italiana. E l’ultima immagine, che questa povera gente aveva negli occhi prima di affrontare il mare aperto, era la statua di San Gennaro alla punta del molo che con la mano si rivolge al Vesuvio per fermare la lava e che invece sembrava benedicesse quella moltitudine di disperati. La stragrande maggioranza di loro non è mai più tornata in patria, tanti hanno sognato da lontano la propria terra, ma ovunque questa gente si sia stabilita nel mondo ha invocato la protezione di quella benedizione, consolidando il culto del Santo protettore di Napoli e trasferendo quella devozione anche ai propri figli, di generazione in generazione. Ancora oggi come allora a New York, Toronto, Rosario, Melbourne, San Paolo, e in altre città del mondo dove si sia stabilita e consolidata una comunità di origine italiana meridionale, ogni anno il 19 settembre, giorno di San Gennaro, si celebra e si festeggia il miracolo che avviene nel Duomo di Napoli con l’antica processione e le strade illuminate a festa. Resta ancora oggi una tenace scia di religiosità popolare a tener vivo il discorso sull’antico patrono, tra fede e religione.

“Per avere una grazia da San Gennaro bisogna parlargli da uomo a uomo”. Così parlò Armandino Girasole, alias Dudù ovvero Nino Manfredi, in quella commedia capolavoro di Dino Risi del 1966, il famoso film “Operazione San Gennaro”. E Dudù, che non aveva alcuna intenzione di mettere le mani sul tesoro del santo come invece avevano in programma i suoi “soci” americani, sapeva bene come trattare col Patrono.

Ma se il santo napoletano dalla gente comune accetta ben volentieri ceri, suppliche e parole – purchè in un rapporto “da uomo a uomo” – re, nobili e principi in sette secoli hanno pensato bene d’ingraziarsi il miracoloso protettore con doni straordinari: ori, gemme, opere d’arte di qualità eccezionale.

E il martire decapitato a Pozzuoli nel IV secolo è finito per diventare, un po’ per fede e tanto per “regale convenienza”, il santo più ricco del mondo, depositario di un patrimonio immane. Una lunga serie di capolavori d’oreficeria grazie ai quali i potenti ritenevano di entrare nelle grazie del santo, o forse, solo come pretesto, per conquistare la benevolenza dei suoi devoti, di quel popolo napoletano a cui San Gennaro “non dice mai no”, come bisbigliava Dudù il simpatico personaggio del film citato. E così doveva pensarla persino il laicissimo Gioacchino Murat, che al patrono donò nel 1808 un ostensorio ornato da putti e festoni con, in alto, un globo stellato con una fascia zodiacale e testine di putti, sormontato da due angeli che reggono un cuore spinato e ancora più su, la custodia per l’ostia circondata da una gloria di angeli tra tralci di vite e nuvole e da una raggiera. Il tutto sormontato da una croce. Il sovrano lo donò come atto di devozione al santo su suggerimento di Napoleone ed è uno dei rari casi in cui Bonaparte, come si è già detto, non abbia saccheggiato, ma donato. L’ostensorio è una delle dieci meraviglie in mostra, ovvero i dieci gioielli più significativi che compongono il tesoro. Come la pisside gemmata in oro, rubini, zaffiri, smeraldi e brillanti donata da Ferdinando II di Borbone nel 1831, o l’ostensorio in oro, pietre preziose, perline e smalti portato qualche anno dopo da Maria Teresa d’Austria in occasione delle sue nozze proprio con Ferdinando II. E ancora, il calice in oro zecchino donato da Papa Pio IX nel 1849 per ringraziare i napoletani dopo essere stato da loro ospitato a causa dei moti mazziniani di Roma. E qualche decennio dopo, nuova dinastia ma rito eguale, ecco la croce episcopale in oro, smeraldi e brillanti che Umberto I e Margherita di Savoia donarono il 23 novembre del 1878 in occasione della prima visita a Napoli dopo la loro assunzione al trono d’Italia. E, su tutte, la collana secentesca commissionata dalla Deputazione della cappella del Tesoro di San Gennaro. Secondo gli esperti è la collana più preziosa al mondo (13 maglie di oro massiccio, 700 settecento diamanti, 276 rubini, 92 smeraldi). Infine la Mitra di argento dorato del 1713, con oltre 3700 rubini, smeraldi e brillanti commissionata dalla Deputazione del Tesoro di San Gennaro e destinata ad ornare il busto (reliquario) del Santo , eseguita in epoca angioina. Il valore dell’opera fu valutato in ventimila ducati raccolti attraverso sottoscrizioni e donativi che coinvolsero il popolo, il clero, gli artigiani, i nobili.

Restaurato e restituito al suo originale splendore anche l’altare maggiore della Cappella di San Gennaro, così come torna e viene messo in esposizione, completamente restaurato, il tronetto del 1305 in oro e argento donato da re Carlo d’Angio’, autentico gioiello gotico, che da sette secoli è portato in processione con le teche del sangue (reliquiario del sangue di San Gennaro) e alla cui cima splende uno degli smeraldi più grandi al mondo.

Si aggiungono all’esposizione anche sei antichissime e preziosissime opere (1400-1700) provenienti dall’Archivio storico del Banco di Napoli che documentano la storia dei rapporti tra la Deputazione di San Gennaro e gli artisti che hanno realizzato i capolavori appartenenti al Tesoro di San Gennaro.

Completamente restaurato pure lo storico busto d’ oro e d’argento di San Gennaro (reliquario del cranio del Santo) tempestato di pietre preziose di manifattura provenzale e donato nel 1305 da re Carlo d’Angiò insieme al “reliquario del sangue”.


30
Mag

Premio Spiga d’oro 2011

Il 25 giugno 2011 la quarta Edizione del Premio Nazionale “Spiga d’oro” organizzata dall’Associazione Culturale “Terra Nostra Onlus” di Poggio Imperiale, dedicata quest’anno ai 150 anni dell’Unità d’Italia.

La manifestazione si terrà come sempre in Piazza Imperiale a cominciare dalle ore 20,00.

Una serata scintillante e di grande spettacolo che assieme ai premiati, vincitori dei tre ambiti premi:

> Premio Spiga d’oro Nazionale conferito ad un personaggio di spicco nazionale

> Premio Spiga d’oro Capitanata conferito ad un personaggio di spicco nel territorio della Capitanata

> Premio Spiga d’argento conferito ad un personaggio di Poggio Imperiale che si è particolarmente distinto

vedrà salire sul palco ed esibirsi artisti come

• il noto cantante-attore pugliese Adriano Pappalardo

• il comico cabarettista pugliese Giuseppe Guida dai “Mudù” (Telenorba)

• il cantante Mario Salvatore, uno degli interpreti più autentici della canzone classica napoletana.

La serata precedente del 24 giugno sarà invece animata dalle canzoni degli “Abba Mania”, a partire dalle ore 18,00 sempre in Piazza Imperiale, con tradizionale degustazione di prodotti tipici pugliesi.


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