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I Panettèlle de San Biàse (le pagnottelle di San Biagio)
Il 3 febbraio si celebra la festività di San Biagio invocato come protettore della gola.
La leggenda narra che Biagio, medico, vescovo e martire, guarì miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola.
E, a quell’atto, risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate.
I miei ricordi di infanzia mi riportano al profumo e al sapore delle Panettèlle de San Biàse (pagnottelle di San Biagio), che un tempo venivano preparate a Poggio Imperiale, in provincia di Foggia, proprio per il giorno di San Biagio.
Era tanta l’attesa … ma, ahimè, non si potevano toccare … dovevano prima essere benedette dal prete durante la messa del mattino del 3 febbraio, e poi a casa … per la loro consumazione.
Si portavano in Chiesa in un cestino di vimini coperto con un panno bianco ricamato.
Solitamente era un pezzo pregiato del corredo della nonna o della mamma.
Ma è possibile ancora oggi, con un po’ di buona volontà, rinverdire quei lontani ricordi e provare a preparare questo antico e semplice pandolce tradizionale.
Questa la ricetta delle “Panettèlle de San Biàse”
Ingredienti
500 g. di farina 00
4 uova
1 dado di lievito di birra
50 g.di burro (a temperatura ambiente)
200 g. di zucchero
un pizzico di sale fino
1 cucchiaio raso di lievito Bertolini
latte tiepido q.b. per impastare
Procedimento
Impastare tutti gli ingredienti in una ciotola (o su di una spianatoia) con il latte tiepido.
L’impasto deve risultare omogeneo e morbido al tempo stesso.
Foderare una teglia a bordi alti con carta da forno.
Ricavare delle pagnottelle rotonde del diametro di 5/6 cm.
Deporle nella teglia una vicina all’altra fino ad occupare tutto lo spazio.
Lasciare lievitare per circa 2 ore in ambiente caldo.
Prima di infornarle pennellarle con uovo sbattuto.
Mettere in forno già caldo a 180° per 15 minuti circa.
Controllare con uno stecchino la cottura e regolarsi di conseguenza.
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Queste le nostre “Panettèlle de San Biàse”, ma, come si dice, ogni mondo è paese.
Nel milanese, ove risiedo da molti anni, c’è per esempio un’usanza radicata nel territorio che è quella di mangiare il 3 di febbraio, festività di San Biagio, il panettone.
Infatti, all’inizio di febbraio, passeggiando per Milano e relativo hinterland è del tutto normale trovare nelle vetrine delle pasticcerie, panetterie e gastronomie, panettoni in vendita con forti sconti (per la verità, la tradizione imporrebbe di vendere per San Biagio due panettoni al prezzo di uno, ma non tutti la rispettano).
Si dirà: è un banale tentativo di liberarsi degli avanzi del dolce natalizio per eccellenza!
Niente di più errato, infatti si tratta in realtà di un’usanza che ha una lunga storia.
Una statua di San Biagio svetta su una delle guglie del Duomo di Milano, la città dove in passato il panettone natalizio non si mangiava mai tutto intero, riservandone sempre una parte per la festa di quel Santo.
E dunque ancora oggi si vende a Milano il “panettone di San Biagio” per mantenere viva quella tradizione.
I saldi, questi sconosciuti!
Ma chi ci crede più!
Per moltissime famiglie, specialmente in un momento particolarmente difficile sotto il profilo economico, il periodo dei saldi appare a volte come l’unica possibilità di poter effettuare qualche necessitato ricambio nel proprio guardaroba.
Eppure, chi di noi non ha mai avanzato dubbi sui tanto attesi saldi?
I saldi sono davvero tali oppure le (a volte esagerate) percentuali di sconto paventate nelle vetrine dei negozi rappresentano semplicemente i reali prezzi di mercato delle merci?
Alcune operazioniposte in essere quest’anno in diverse città italiane dalla Guardia di Finanza hanno messo in luce che spesso la truffa si maschera da buon affare.
Meno male che non è sempre così e che nella nostra bella Italia ci sono ancora commercianti onesti e coscienziosi, tuttavia il fenomeno non risulta circoscritto a semplici casi isolati.
Le foto dei prezzi esposti, scattate nel periodo precedente agli sconti, hanno permesso alle Fiamme Gialle di accertare che alcuni negozi di calzature e abbigliamento avevano gonfiato i prezzi originari su cui poi hanno applicato degli sconti, ovviamente fasulli.
E, malgrado i controlli siano ormai costanti e serrati, sia in occasione dei saldi invernali che di quelli estivi, ci sono ancora commercianti che tentano di imbrogliare i propri clienti con occasioni fittizie.
Nella migliore delle ipotesi il prezzo finale sarà scontato di una percentuale inferiore rispetto a quella esposta, per esempio del 30% invece del 50% e, nella peggiore, il prezzo rimarrà uguale a quello esposto prima dei saldi.
Un altro metodo pare che sia quello di riesumare dai magazzini e dagli scantinati capi ormai sorpassati, avendo però l’accortezza di rispolverare per lo più capi firmati, attualizzando il prezzo di vendita con il medesimo sistema di gonfiamento dei prezzi.
Cosa fare?
Niente, si tratta di un fenomeno di costume del nostro tempo!
A Bologna un dipinto attribuito a Luca evangelista
Si tratta dell’effigie della Beata Vergine col Bambino custodita nel famoso Santuario della Madonna di San Luca.
La pittura è su tavola, alquanto deteriorata dal tempo, e mostra l’influsso dell’arte bizantina; nella forma attuale risale probabilmente al sec. XII, o prima metà del sec. XIII.
L’immagine nasconde sotto di essa un’altra effigie, molto più antica: di epoca antecedente all’anno mille. Da piccoli saggi operati si è potuto rilevare la primitiva pittura, i cui colori sono molto più intensi e brillanti di quelli attuali ed anche lo stile risulta diverso. Secondo la tradizione, comune a molte altre immagini, sarebbe stata dipinta da San Luca.
La Vergine, in espressione dolce, un po’ severa e alquanto mesta, ha uno sguardo penetrante e profondo, che colpisce il devoto. Il Bambino è solenne e maestoso e benedice con la mano destra alzata e le dita unite alla maniera bizantina.
Fra le molte immagini della Vergine, venerate dalla cattolicità, questa di San Luca, a detta dei competenti, è una delle più intense.
Si può ricordare quanto viene asserito, circa un giudizio che sarebbe stato espresso da Santa Bernardette Soubirous, la fanciulla che varie volte vide e parlò con la Madonna a Lourdes. Vennero presentate alla veggente varie immagini delle più celebri raffigurazioni della Madonna: la Santa, soffermandosi su quella del Santuario di San Luca di Bologna, avrebbe esclamato: “Questa Le assomiglia!”.
Il cardinale Domenico Svampa nel 1898 fece compiere una ricognizione della sacra effigie e dispose che venissero eseguiti alcuni restauri. Il cardinale Giacomo Lercaro, nel 1955, permise una seconda ricognizione e consentì altri restauri necessari.
L’immagine è ricoperta da un prezioso frontale, di argento, che sostituisce l’altro cesellato dal fiammingo Jan Jacobs di Bruxelles nel 1625. Su di esso sono sistemati donativi di grande valore, offerti alla Madonna; una croce di brillanti con relativo anello, dono del cardinale Viale Prelà, l’anello di Pio IX, l’anello del cardinale Svampa, e molti altri. Sopra l’immagine, sostenuta da due angeli, è collocata la corona di Pio IX.
La leggenda riguardante l’arrivo a Bologna dell’icona raffigurante una Madonna col Bambino è raccontata tardivamente nella cronaca di Graziolo Accarisi, giureconsulto bolognese del XV secolo. Secondo la tradizione il pellegrino greco Teocle Kmnega ricevette, dai canonici della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli, un’immagine della Vergine dipinta dall’evangelista Luca, impegnandosi a portarla sul Monte della Guardia. Quando egli giunse a Roma seppe che quel monte si trovava a Bologna e qui il dipinto vi giunse nell’anno 1160.
In omaggio a quell’immagine fu poi costruita la Chiesa. Le origini del Santuario che sorge sul Monte della Guardia, risalgono all’anno 1192 quando Angelica di Caicle, poi Beata, donò il terreno ai Canonici di S. Maria di Reno per la costruzione di un monastero. La costruzione iniziò con la posa della prima pietra il 24 agosto 1194. All’interno si collocò l’immagine della Madonna con Bambino.
Nel 1433 il popolo portò la Madonna in processione per implorare la cessazione delle rovinose piogge e giunti a porta Saragozza la pioggia cessò; per ringraziamento gli Anziani decretarono che la processione si sarebbe dovuta ripetere ogni anno. La devozione aumentò ma la Chiesa era in uno stato di degrado tale che si decise di ristrutturarla ed ampliarla; la nuova Chiesa fu consacrata il 1 luglio 1481 dal vescovo di Sarsina. Tra il 1674 e il 1732 si costruì il portico, progettato da Gian Giacomo Monti, che si estende dalla Chiesa fino a porta Saragozza, lungo un tracciato di quasi 4 km coperto da 666 archi. Il 26 luglio 1723 su progetto dell’architetto Francesco Dotti iniziò la costruzione del nuovo Santuario che fu poi consacrato il 25 marzo1765.
Fino al 1976 si andava a S. Luca in funivia.
Ogni anno, ancora oggi, la sacra immagine che raffigura la Vergine col Bambino, attribuita da antichissima tradizione alle mani dell’evangelista san Luca, scende dal colle e ritorna in città a Bologna per i solenni festeggiamenti. La processione prende le mosse dal Santuario arroccato sul colle della Guardia, fermandosi a Porta Saragozza dove viene accolta dal Cardinale e condotta in Cattedrale, ove la sacra effige rimane esposta alla venerazione dei fedeli per alcuni giorni, prima di far ritorno nel Santuario.
Il Santuario della Madonna di San Luca, dedicato al culto cattolico mariano, si eleva sul Colle della Guardia, uno sperone in parte boschivo a circa 300 m s.l.m. a sud-ovest del centro storico di Bologna. È un importante Santuario nella storia della città di Bologna, fin dalle sue origini meta di pellegrinaggi per venerare la sacra icona della Vergine col Bambino detta “di San Luca”. E’raggiungibile da porta Saragozza attraverso una lunga e caratteristica via porticata, che scavalca via Saragozza con il monumentale Arco del Meloncello (1732) per poi salire ripidamente fino al santuario. La storia del santuario è legata all’icona sacra che vi è custodita all’interno, che diede origine alla leggenda sulla fondazione del santuario stesso, facendone nei secoli una meta di pellegrinaggi. L’icona raffigura una Madonna col Bambino secondo la classica iconografia orientale di tipo odighítria o hodigitria, cioè di “Colei che indica la Via”, considerata la “Madonna dei viaggiatori”.
Tra gli Amish americani
Negli Stati Uniti d’America vive una comunità di tranquilli e pacifici agricoltori fermi a duecento anni orsono.
Si tratta degli Amish americani, i quali rifiutano la società moderna in quasi tutti i suoi aspetti e si vestono, vivono e lavorano secondo regole di due secoli fa.
Io e mia moglie abbiamo avuto modo di visitare negli USA un insediamento di Amish tornando dal Canada, dopo aver visitato le Cascate del Niagara, e diretti a Washington.
E’ stato un salto a ritroso nel tempo: carrozze come mezzi di locomozione; uomini, donne e bambini che sembravano usciti da un film dell’ottocento, nei loro tipici costumi d’epoca; contadini nei campi che aravano la terra con aratri trainati da cavalli; donne assorte alle faccende domestiche in maniera rigorosamente tradizionale, ecc.
Non è ammessa elettricità, sostituita da forme alternative di energia come vento, sole ed acqua; non ci sono automobili e la principale forza motrice sono i cavalli che trainano i carri neri divenuti simbolo degli Amish.
L’abbigliamento è quello tardo ottocentesco ma molto semplificato: cappello, vesti scure e calzoni dal fondo largo per gli uomini, che appena si sposano portano la barba, e abiti privi di ornamenti con maniche lunghe, grembiuli e cuffiette attorno ai capelli per le donne.
Sono vietate tutte quelle cose che intaccano la struttura sociale e che comunque rappresentano desideri superflui e di vanità; ovunque regna la tranquillità, la pace interiore ed esteriore, la propensione al perdono e il forte senso religioso sono la base del loro vivere.
Attualmente vivono commercializzando i loro prodotti della terra, nonchè confetture, marmellate, miele, sciroppo d’acero, torte, biscotti e tante altre buone cose che noi abbiamo avuto l’occasione di degustare ed acquistare presso uno dei propri punti vendita.
Gli Amish sono un gruppo religioso protestante che affonda le proprie radici nella comunità Mennonita. Facevano parte del primo movimento anabattista europeo che si scisse dal Protestantesimo ai tempi della Riforma: perseguitati come eretici sia dai Cattolici sia dai Protestanti, furono costretti a rifugiarsi sulle Alpi Svizzere e nel sud della Germania e qui nacque la tradizione Amish di dedicarsi all’agricoltura e di radunarsi nelle case e non nelle chiese per seguire le loro funzioni religiose.
La comunità è stata fondata alla fine del 1.600 dallo svizzero Jacob Amman.
Emigrati negli Stati Uniti, principalmente in Pennsylvania, per sfuggire a persecuzioni, gli Amish, protestanti, basano la loro fede sul rigido rispetto della Bibbia e sul rifiuto del progresso. Oggi vivono in 22 stati ed in Canada. Ma l’Old Order Amish (circa 16-18mila persone) vive in Pennsylvania, tra Filadelfia e Lancaster.
In genere sono trilingue, poiché parlano la lingua del paese nel quale vivono, ma essendo di cultura normalmente germanica, parlano in famiglia anche un dialetto tedesco, che nasce dall’unione della lingua del paese ospitante col tedesco, inoltre usano la lingua tedesca nei servizi religiosi.
Le donne e le ragazze indossano abiti molto modesti con maniche lunghe e gonne mai sopra la caviglia: non si tagliano mai i capelli che portano raccolti sulla nuca coperti da una cuffia bianca se sono sposate o nera se sono single. Non hanno gioielli. Gli uomini ed i ragazzi sono vestiti per lo più di scuro con gilet e bretelle. Non hanno baffi, ma, dopo il matrimonio, si fanno crescere la barba. Gli Amish considerano tutto questo un’espressione di fede e di incoraggiamento all’umiltà che permea tutta la loro vita dedicata al duro lavoro dei campi.
Essi rifiutano la modernità, ma non in quanto tale. Oggetti che non portino valori indesiderati nella casa e non provochino crepe nella struttura sociale sono i benvenuti se si rendono davvero necessari e se non sono un desiderio vanitoso e superfluo. Usano per esempio la stufa a legna moderna, perché migliore e meno costosa di stufe più vecchie, ma non transigono sull’abbigliamento o sui consumi alimentari, che rimangono legati alla tradizione.
Per lo stesso motivo gli Amish non considerano nemmeno la televisione, sono aperti invece ai libri e alle riviste a patto però che non vadano contro la propria cultura. In genere non usano l’elettricità e non possono guidare mezzi motorizzati.
Anche il rapporto con la medicina moderna è controverso. Normalmente si curano in casa, ma se un Amish sta veramente male, allora la comunità decide di portarlo in ospedale.
La formazione dei giovani avviene in parte a scuola e in parte dentro la comunità. La vita degli adepti è segnata da un evento particolarmente importante: i giovani dopo i 16 anni entrano nella fase del ‘rumspringa’, durante il quale lasciano le loro case per andare a scoprire il mondo che li circonda. Alla fine del ‘rumspringa’, i giovani sono liberi di decidere se tornare o meno nella comunità.
In una comunità degli Amish americana è stato ambientato il famoso film ‘Witness – il Testimone’, con Harrison Ford e Kelly McGillis, di Peter Weir.
Chi non rimane incuriosito quando sente parlare di Amish; difficile non rimanere increduli sapendo che il tempo, nei loro villaggi, si è letteralmente fermato ed è proprio così come appare proprio nel film suddetto.
Tuttavia, gli Amish hanno un rapporto problematico con il governo statunitense in quanto, per le loro convezioni religiose, rifiutano di iscriversi al servizio di leva e di prestare giuramento, non possono studiare oltre l’ottavo grado del sistema scolastico degli USA e per tradizione impongono ai bambini di lavorare con i genitori. Ciò nonostante, rappresentano una realtà di rilievo sia dal punto di vista numerico che culturale negli Stati Uniti, e il loro stile di vita “alternativo” è sicuramente qualcosa che, al giorno d’oggi, porta a riflettere.
Una storia di “scarpèlle” (o “pèttele”) natalizie.
Le “pèttele” sono, in alcune parti della Puglia centro meridionale, le frittelle natalizie che in dialetto tarnuése [poggioimperialese] vengono chiamate “scarpèlle”, e vengono preparate con farina, acqua, lievito e sale in una consistenza morbida e poi, dopo la lievitazione, fritte in abbondante olio di oliva.
Una vera bontà. E non è Natale se la sera della vigilia non si consumano le scarpèlle, che possono tranquillamente sostituire il pane.
Le scarpèlle potrebbero probabilmente discendere proprio dalle pèttele ed essere state portate a Tarranòve [Poggio Imperiale] dai pugliesi centro – meridionali che qui si sono nel tempo trasferiti.
Ed è proprio da quelle parti che prende corpo la storia che sto per raccontare.
Si racconta che, durante la transumanza, quando i pastori d’Abruzzo con le loro greggi scendevano in terra pugliese, muniti di zampogne, ciaramelle e cornamuse, suonavano per i vicoli della città di Taranto regalando, durante la loro questua itinerante, dolci melodie in cambio di cibo.
Il cibo che i tarantini donavano ai pastori era un prodotto povero e semplice, come loro del resto, ma allo stesso tempo gustoso e nutriente.
Erano delle frittelle di pasta di pane, le famose pèttele.
Il 22 novembre si festeggia Santa Cecilia: una data molto importante per Taranto, che in concomitanza con questa ricorrenza religiosa, inaugura il periodo delle festività natalizie.
Per Taranto e per i tarantini inizia l’Avvento, in anticipo rispetto a tutti gli altri calendari, che lo fanno iniziare dall’Immacolata o da Santa Lucia”.
Un’antica leggenda narra che: << Il giorno di Santa Cecilia, una donna si alzò come di consueto, per preparare l’impasto per il pane. Mentre l’impasto lievitava sentì un suono di ciaramelle, si affacciò e vide gli zampognari che arrivavano. Come ipnotizzata da quella melodia scese per strada e si mise a seguire gli zampognari per i vicoli della città. Quando tornò a casa si accorse che l’impasto era lievitato troppo e non poteva più essere usato per il pane, e che nel frattempo anche i suoi figli si erano svegliati e reclamavano la loro colazione. Senza lasciarsi prendere dalla disperazione, la donna mise a scaldare dell’olio e cominciò a friggere dei pezzettini di pasta che nell’olio diventavano palline gonfie e dorate che piacquero molto ai suoi figli, che con la loro tipica curiosità le chiesero: “Mà, come si chiaman’?”- e lei pensando che somigliavano alla focaccia ( in dialetto detta “pitta”) rispose: “pettel'” (ossia piccole focacce). Non ancora soddisfatti i figli chiesero: “E ‘cce sont?” – e lei vedendo che erano molto soffici rispose: “l’ cuscin’ du Bambinell” (i guanciali di Gesù Bambino). Quando finì di friggere tutto l’impasto, scese per strada coi suoi bambini, felici e satolli per offrire le pettole agli zampognari che con la melodia delle loro pastorali avevano reso possibile quel miracolo>>.
Il racconto è tratto dal libro di Lorenzo Bove “Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche” – Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse, Edizioni Del Poggio, pagine 103, 104 e 105.
La Muta di Raffaello
Un giro nel centro storico di Urbino consente al visitatore di tuffarsi in un clima “rinascimentale”, in un dedalo di strade stradine, in salita e discesa, che offrono allo sguardo affascinanti scorci architettonici di un tempo lontano.
I famosi “torricini” del Palazzo Ducale, la casa natale di Raffaello, Chiese, Palazzi, piazze, monumenti, e che dire dell’antichissima Università, che rappresenta il fulcro della odierna vitalità cittadina.
Tornare a Urbino, ogni tanto, è sempre un piacere ed interessante è anche tornare ad ammirare le inestimabili opere esposte nella Galleria Nazionale nell’interno del Palazzo Ducale.
Quest’ultima volta mi sono particolarmente soffermato ad ammirare, tra le innumerevoli bellezze, uno dei capolavori di Raffaello: “La Muta”.
Il “Ritratto di gentildonna”, noto anche come “La Muta”, è un dipinto a olio su tavola (64×48 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1507 e conservato, per l’appunto, nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.
Nel famoso dipinto, gli esperti hanno tentato di ravvisare Elisabetta Gonzaga o, più verosimilmente, Giovanna Feltria, sposa di Giovanni Della Rovere o forse anche una gentile donzella fiorentina della famiglia Strozzi.
Non è infatti chiaro se l’opera, databile alla fine del periodo fiorentino dell’artista, provenga da Firenze, commissionato da una famiglia locale (magari rappresentante una Strozzi), o da Urbino, commissionato forse dai Della Rovere (e, chissà, ritraente Elisabetta Gonzaga o Giovanna Feltria).
Di proprietà degli Uffizi di Firenze, venne concessa nel 1927 al museo di Urbino per completare il suo percorso espositivo con almeno un’opera significativa di Raffaello Sanzio, nativo di Urbino e molto attivo anche nella sua città: tutti i dipinti di Raffaello erano infatti finiti a Firenze con l’eredità di Vittoria Della Rovere, nel XVII secolo.
L’opera venne trafugata il 6 febbraio del 1975, insieme alla “Madonna di Senigallia” e alla “Flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca: tutte le opere, compresa “La Muta”, vennero poi recuperate dai Carabinieri, a Locarno, lo stesso anno.
“La Muta” è una donna ritratta a mezza figura leggermente di tre quarti, voltata verso sinistra, su uno sfondo scuro uniforme.
L’opera mostra una forte ispirazione leonardesca (Leonardo Da Vinci), con una posa simile a quella della “Gioconda”, ma se ne distacca per una definizione più netta dei lineamenti fisici e dell’abbigliamento.
Originale è il dettaglio della mani appoggiate sul bordo inferiore, come se combaciasse con un ipotetico parapetto, colte in un gesto inquieto, che tradisce l’ispirazione fiamminga.
La determinazione espressiva del personaggio è molto intensa e ne fa uno dei migliori esempi della ritrattistica raffaellesca nel periodo della prima maturità.
Raffaello Sanzio nacque ad Urbino nel 1483 e morì a Roma nel 1520 ed è stato un pittore e architetto tra i più celebri del Rinascimento italiano.
Il suo corpo giace, nientemeno, all’interno del “Pantheon” a Roma e sulla sua tomba è riportato il seguente epitaffio: “Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori” (Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire). E’ un omaggio di Pietro Bembo alla creatività divina del grande Urbinate.
Urbino, che è un comune italiano di oltre 15.000 abitanti, capoluogo con Pesaro della provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche, fu uno dei centri più importanti del Rinascimento italiano, di cui ancora oggi conserva appieno l’eredità architettonica, e dal 1998 il suo “centro storico” è patrimonio dell’umanità UNESCO.
Il territorio comunale si estende prevalentemente in area collinare, sulle ultime propaggini dell’Appennino settentrionale, Appennino tosco-romagnolo, nella zona meridionale del Montefeltro.
L’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo” è una delle più antiche d’Italia e vanta una storia cinquecentenaria, che conferisce all’Ateneo un prestigio e un’eredità di tutto rilievo.
Il gruppo “Amici di Tarranove” della Lombardia
Abbiamo cominciato qualche anno fa con la promessa di vederci … su a Milano … al rientro dopo le vacanze, magari per una pizza, e pian piano, con il passare del tempo, gli incontri sono divenuti un appuntamento rituale ed il gruppo diventa sempre più numeroso.
Anche quest’anno ci siamo incontrati per trascorrere insieme una giornata all’insegna dell’amicizia.
Domenica scorsa 4 dicembre 2011, appuntamento alle ore 12,30 davanti casa del nostro carissimo compaesano Giuseppe Castellano che, unitamente alla gentile consorte Angela Fusco, rappresentano il punto di riferimento organizzativo degli incontri.
Sono loro che mantengono i contatti e si incaricano delle prenotazioni e di quant’altro necessario per la buona riuscita degli appuntamenti.
E poi, una bella colonna di macchine verso l’Agriturismo “Molino di Santa Marta” di Casterno, nei pressi di Robecco sul Naviglio, per il pranzo.
Chi siamo?
Siamo un gruppo di poggioimperialesi (in stretto dialetto: “tarnuise”) residenti in Lombardia.
Non abbiamo ancora uno “statuto” formale, ma possono far parte del Gruppo “Amici di Tarranove” soggetti rigorosamente nativi di Poggio Imperiale (“Tarranove”) con rispettive/vi consorti ed eventuale prole, anche se di altra provenienza.
Negli incontri si deve parlare prevalentemente in dialetto poggioimperialese (“tarnuese”) e mettere a fattor comune, per quanto possibile, storie, usanze, proverbi, modi di dire, ricette di piatti tipici e di dolci del nostro paese di origine.
Il pranzo è durato fino a sera e, dopo le foto di gruppo, tutti in macchina per Magenta per finire con un giro fra le bancarelle del “Mercatino di Natale” e con un … arrivederci alla prossima!!!!
Nota: nel dialetto di Poggio Imperiale la vocale “e” finale di sillaba o di parola è muta, se non accentata.
La crisi è seria!
La crisi che sta interessando la nostra bella Italia e tutta l’ Europa, a cominciare dalla Grecia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, senza escludere la Francia e anche la Germania, comincia a destare serie preoccupazioni.
Ma, a quanto pare, non é solo il Vecchio Continente a traballare, bensì il Mondo intero.
Manifesto della “Grande Crisi del ’29” negli USA
Anche grandi potenze come gli Stati Uniti d’America ed altre ancora, vivono la nostra stessa ansia.
In queste ore di affanno, ne vediamo e sentiamo di cotte e di crude.
- I guru della finanza di tutto il mondo che glissano intorno ai problemi veri e ci nascondono meschinamente la verità sugli errori commessi negli anni di vacche grasse, quando hanno spregiudicatamente munto fino all’inverosimile.
- I nostri politici di qualunque schieramento, e non solo loro, poiché anche all’estero non scherzano, che continuano con la solita tiritera sulle altrui responsabilità senza farsi l’esame di coscienza ed assumersi un briciolo di responsabilità riguardo allo sfacelo in cui ci hanno trascinati, con una politica fatta di lauti ed ingiustificati privilegi a discapito dei contribuenti sempre più vessati da inique imposizioni fiscali, di lavoratori che vedono svanire i posti di lavoro, di giovani senza futuro e senza speranza, di pensionati sempre più poveri, di tanta gente che fa fatica a sbarcare il lunario.
- La pletora dei boiardi di Stato che dirigono comparti importanti dell’economia e della finanza, delle infrastrutture e delle industrie, delle comunicazioni e del manifatturiero, dell’informazione e molto ancora, che spendono e spandono soldi pubblici al di fuori delle regole che governano i mercati.
Tanti soloni che predicano bene ma razzolano male; che stentano a dare per primi il buon esempio rinunciando a rendite e privilegi.
Mancano idee e progetti coerenti e i rimedi frettolosamente posti in essere in qualunque campo non riescono a sortire gli effetti desiderati.
Le Borse sembrano impazzite e le economie di tutti i Paesi stanno vacillando.
Altro che la grande crisi del 1929.
Qui si rischia la completa bancarotta ed un impoverimento della gente senza precedenti.
In tutto il marasma di questi giorni, tra euro si ed euro no, banca centrale europea di ultima istanza, crollo dell’eurozona e tante altre colossali panzane, ho trovato veramente interessante l’articolo di oggi di Francesco Alberoni su “Il Giornale”, che riporto qui di seguito.
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Ripartiamo da quando eravamo poveri
Siamo sicuri di capire l’attuale crisi, le sue cause e i rimedi da approntare?
La crisi finanziaria è la conseguenza del rallentamento dell’economia di tutti i Paesi occidentali, dall’Italia agli Usa fino al Giappone, davanti alla concorrenza della Cina, dell’India e delle altre economie in espansione. L’Occidente, nel corso degli ultimi secoli, ha inventato una tecnologia superiore, comprava le materie prime dal resto del mondo, le lavorava con un enorme valore aggiunto e si è arricchito. Ogni tanto qualche nazione, usando le nostre tecnologie, faceva un balzo in avanti. L’ha fatto per primo il Giappone, ma a un certo punto l’hanno fatto anche nazioni con miliardi di abitanti, con un costo della manodopera bassissimo e le industrie occidentali in poco tempo sono state messe in difficoltà. È solo a questo punto che è entrata in gioco la finanza. Le banche americane, che hanno concesso mutui a milioni di persone per comprarsi la casa, pensavano che sarebbe continuato lo sviluppo. Invece è rallentato, i loro clienti non hanno più potuto pagare e allora hanno escogitato ogni diavoleria finanziaria per sopravvivere. Ma non è detto che i clienti avranno più soldi nei prossimi anni perché le industrie chiudono e restano disoccupati. Lo Stato, per aiutare banche e lavoratori, si è indebitato a sua volta ed è iniziata anche la speculazione sulle stesse nazioni. Oggi, per ridurre i debiti, gli Stati riducono le spese, ma in questo modo la povertà aumenta. Non siamo in una bufera temporanea che passerà come sono passate le altre e non bastano misure finanziarie. Quello che incombe sull’Occidente è l’impoverimento, stiamo tornando poveri mentre ci consideravamo ricchi. Una povertà che in Italia si esprime nei disoccupati, nelle mense dei poveri, nei divorziati che tornano dai genitori, nella vendita della «nuda proprietà» per sopravvivere, nel progressivo scadimento della qualità di tutti i prodotti a parità di prezzo. Per riprenderci, dobbiamo partire dall’idea che possiamo tornare poveri come lo eravamo nel dopoguerra e che siamo in concorrenza con Paesi ad alta tecnologia e basso costo della manodopera. Per cui dobbiamo partire da capo, con tenacia, con perseveranza, ricostruire la capacità tecnologica ricercando e studiando, poi sfruttare le nicchie in cui abbiamo ancora un vantaggio, facendo qualsiasi lavoro e facendolo bene. Ma anche imparando a difenderci dal dumping dei loro prodotti e ad aver paura degli sprechi, di tutti gli sprechi.
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Come andrà a finire questa storia non è dato sapere; i segnali che recepiamo certamente non ci consentono al momento di ben sperare.
Ma la speranza è sempre l’ultima a morire!
La “cotognata” di un tempo!
Con la “cotognata” si conclude la “rassegna” delle delizie del palato della nostra terra di Capitanata che un tempo maggiormente caratterizzavano l’autunno.
La “cotognata” completa infatti la trilogia delle “narrazioni” iniziate nei miei due precedenti articoli dedicati rispettivamente al “mostocotto” e alla “mostarda” di uva”; “narrazioni” che si rifanno naturalmente ai miei ricordi d’infanzia degli anni cinquanta del secolo scorso vissuta a Poggio Imperiale in provincia di Foggia.
Ai tempi, la frutta, in genere, non faceva in tempo a maturare sugli alberi, che veniva subito intercettata e “spazzolata via”.
Le albicocche, le pesche, le mele, le pere, le susine, i fichi, le ciliegie, le prugne, ma anche i melograni, le mandorle ed i grappoli di uva rappresentavano una facile preda e godevano di attenzioni “particolari” e al tempo stesso “indesiderate” da parte dei legittimi proprietari.
Molti lo facevano magari solo per fame, considerato il periodo di ristrettezze economiche abbastanza diffuse nell’immediato dopoguerra.
E non era solo impresa di ragazzi, ma anche di persone adulte, quella di dilettarsi a fare man bassa della frutta degli alberi altrui.
Ricordo che gli alberi da frutta della nostra vigna, che si trovava a poche centinaia di metri di distanza dal paese, venivano frequentemente “ripuliti” dai soliti ignoti (o forse anche noti).
Gli unici alberi che non venivano mai toccati erano quelli di melecotogne.
In primo luogo perché la loro maturazione si protraeva oltre l’estate fino ad autunno inoltrato, ed in secondo luogo perché il loro sapore restava sempre alquanto acidulo e poco gradevole, sebbene emanassero un profumo forte ed intenso.
E quindi, man mano che si staccavano dai rami e cadevano per terra, le melecotogne venivano raccolte e conservate in ambienti asciutti e ben areati in attesa della loro completa maturazione.
A volte ci si azzardava anche a mangiarne qualcuna, non senza pentirsi di averlo fatto; il suo sapore non era infatti eccezionale.
Le melecotogne erano invece ottime se passate al forno e spolverate con lo zucchero.
Ma la loro naturale predestinazione era sicuramente quella di finire in “cotognata”.
A pezzi oppure spalmata sul pane o anche nella farcitura dei dolci tipici paesani: così gustavamo questa deliziosa leccornia.
Anche oggi è possibile rivivere quei dolci momenti, a condizione che si riesca ancora a reperire sul mercato una quantità di melecotogne sufficienti per preparare un po’ di “cotognata” in vasetti oppure a pezzi.
Magari non sono più le melecotogne di una volta, tuttavia tentar non nuoce.
Come si prepara una buona cotognata casalinga?
Cominciamo con il procurarci circa 3 Kg di melecotogne, che verranno pazientemente sbucciate e private dei torsoli, tagliando poi la polpa a fettine molto sottili.
Aggiungere lo zucchero (300 gr. circa per ogni Kg di polpa: una quantità non eccessiva di zucchero lascia più spazio al sapore intenso delle cotogne), spremervi sopra mezzo limone e lasciare macerare per tutta la notte in un capiente recipiente, mescolando ogni tanto.
Versare il composto in una pentola adeguata e far cuocere a fuoco lento per un paio d’ore, mescolando attentamente per evitare che si attacchi sul fondo.
Aiutandosi con una forchetta, schiacciare ben bene il composto in modo da renderlo il più omogeneo possibile, anche se la consistenza della “cotognata” è diversa da una normale marmellata, che si presenta invece più fluida.
Versare la “cotognata” ancora calda nei vasetti di vetro e tapparli subito con gli appositi coperchi a chiusura ermetica, indi capovolgerli e lasciare raffreddare.
Passare infine i vasetti a bagnomaria.
Opzioni:
La prima opzione consiste nel “passare” il composto, a tre quarti di cottura, al fine di ottenere una marmellata più fluida, che verrà poi ugualmente conservata nei vasetti di vetro.
La seconda opzione consiste invece nel versare il composto “passato” su di un piano di marmo preventivamente unto con olio di oliva, formando uno spessore di qualche centimetro; si lascia raffreddare e, non appena indurita, si taglia la “cotognata” a cubetti che, a piacimento, potranno essere spolverati con lo zucchero. I pezzi di cotognata vanno singolarmente avvolti in fogli di carta oleata. Ma oggi sono in commercio anche dei comodi e simpatici “pirottini” da pasticceria che possono risolvere ogni problema.
Nella “cotognata” si ritrovano la semplicità e l´esperienza antica in grado di trasformare quello che forse è uno dei più rudi frutti della terra, le melecotogne, in una prelibatezza.
Le origini del Melo Cotogno (Cydonia Oblunga), piccolo ma robusto albero appartenente alla famiglia delle Rosacee Pomoidee, sono antichissime; giunse in Italia, forse nel nostro Salento, dall´Asia minore, e subito divenne quasi un simbolo di questa terra pugliese (si ritrova persino nei decori barocchi a scalpellino, come segno distintivo del Barocco Leccese).
Cresce nelle campagne in piccole zone alluvionali, e in tempi antichi veniva coltivato come albero da ornamento nei giardini delle case padronali. I frutti sono nodosi e duri, maturano tra la fine dell´estate e l´autunno inoltrato ed hanno un sapore astringente, con un torsolo al centro e piccoli semi neri, esattamente come le mele. La cotognata veniva un tempo consumata soprattutto in inverno per difendersi dal rigore del freddo, infatti la cotognata e’ ricca di vitamine e di zucchero.
Una curiosità
Nel 1982 la Comunità Europea ha deciso che la denominazione di “marmellata” può essere attribuita solo alle marmellate a base di agrumi, mentre quelle fatte con altri tipi di frutta devono definirsi “confetture”.
Curiosa, come decisione, poiché la parola “marmellata” deriva dal portoghese “marmelo”, che vuol dire cotogno.
Il “mostocotto” di Poggio Imperiale
Il periodo della vendemmia è sicuramente quello più propizio per preparare il nostro squisito “mostocotto”.
Tradizionalmente il “mostocotto” si appronta con il mosto fresco di pigiatura dell’uva nera, ma va bene anche quello di uva bianca.
Il suo uso è molto diffuso per la preparazione dei dolci tipici della nostra tradizione locale.
Soprattutto a Natale, il “mostocotto” è indispensabile per bagnare le “nevole” e per la preparazione dei “calzoni”.
Ma non solo per questo, poiché è tale la versalità di questo succulento “nettare”, che si sposa tranquillamente con il gelato, formaggi stagionati, fragole, yogourt, macedonia di frutta e “grano dei morti” (che si prepara in occasione della ricorrenza dei morti ai primi di novembre con grano cotto, melograno e cioccolato fondente: visitare la pagina https://www.paginedipoggio.com/dblog/cerca.asp?cosa=grano+dei+morti&Cerca.x=15&Cerca.y=10 ).
Il “mostocotto” può essere gustato … semplicemente al naturale !
A Poggio Imperiale è famosa anche la “tzùrrubbètte” (forse deriva da “sorbetto”), che si prepara in occasione delle (seppur rare) nevicate.
Si raccoglie la neve (possibilmente quella che si adagia in posti incontaminati) con un cucchiaio fino a riempire un bicchiere di vetro nel quale viene versato del “mostocotto”.
In estate, invece, la “tzùrrubbètte” viene preparata con il ghiaccio finemente tritato e “mostocotto” (una sorta di granita); una squisita e dissetante bevanda.
Come si prepara il “mostocotto”?
Si fa bollire il mosto in un capiente recipiente a fuoco moderato, per il tempo necessario, fin quando il liquido assume una consistenza mielosa.
Il rapporto è di circa 1 o 2 litri di prodotto finale rispetto a 5 litri di mosto fresco; dipende innanzitutto dalla consistenza che si desidera ottenere.
Il “mostocotto” così ottenuto viene lasciato decantare e quindi raffreddare nel medesimo recipiente di cottura per qualche giorno e, successivamente, si procede al suo imbottigliamento.
Le bottiglie vanno conservate in ambienti asciutti, freschi e non soleggiati.
Il prodotto non richiede aggiunta di zuccheri, conservanti o additivi vari.
Oggi è possibile acquistare presso alcune case vinicole di San Severo il c.d. “precotto”, che consente di accorciare notevolmente i tempi di preparazione del “mostocotto”.
In mancanza del mosto necessario, è possibile – con un po’ di pazienza – fare tutto in casa.
Occorre prendere un recipiente abbastanza capiente e mettervi l’uva all’interno, indi procedere alla sua pigiatura con le mani, per far fuoriuscire il succo dagli acini. Questa operazione viene solitamente effettuata con l’ausilio di una macchina pigiatrice, ma considerato il costo della macchina e la quantità ridotta di uva è ovviamente molto più conveniente effettuarla direttamente con le mani.
Dopo la pigiatura dell’uva si prosegue con la diraspatura, che consiste nel separare dalle bucce, polpa e raspi, il succo fuoriuscito dall’uva.
Infine si filtra il mosto così ricavato con l’ausilio di un colino, per eliminare piccoli pezzi di polpa o di buccia.
A questo punto, si versa il mosto in un recipiente abbastanza capiente, evitando di riempirlo oltre la sua metà, poiché durante la cottura il liquido gonfia e si lascia bollire a lungo e lentamente, finchè il suo volume non si riduce di almeno 3/4 del volume iniziale.
Far raffreddare il “mostocotto” all’interno del recipiente e poi versalo in bottiglie di vetro ben tappate per la conservazione.
Ricordi
I miei ricordi d’infanzia degli anni cinquanta del secolo scorso si perdono nell’incanto della vendemmia, mentre correvo tra i filari del vigneto, dove tutta la famiglia e i parenti, grandi e piccini, uomini e donne, giovani e anziani, in clima festoso di sorrisi e di canto, procedevano alla raccolta dell’uva.
E ricordo, poi, la pigiatura dell’uva che veniva fatta da robusti giovanotti a piedi nudi e la fragranza inebriante del mosto che impregnava l’aria tutt’intorno.
E le donne che aspettavano il nuovo mosto con i recipienti pronti ad accoglierlo per iniziare il rito della preparazione del “mostocotto”.
Era bello vedere come si restringeva sul fuoco accanto ad un caldo e accogliente camino dove la pentola stava appesa sui ceppi accesi e il profumo si sprigionava lento, e una volta pronto, messo a riposare in dispensa.
E, poi, l’attesa. Noi bambini, non aspettavamo altro che, arrivato l’inverno, la neve facesse capolino … e … subito fuori a raccogliere con cucchiai e bicchieri i suoi fiocchi bianchi.
Poi, in casa, come per magia da una bottiglia con liquido scuro la neve si trasformava in una meravigliosa e squisita “tzùrrubbètte”.