Category Archives: Blog

17
Mag

Pagine di Poggio si è rifatto il look.

Una nuova veste grafica e un metodo più funzionale e snello di approccio al sistema.

Nessuna modifica invece nei contenuti, che restano sostanzialmente immutati.

 «Il re è morto, viva il re»

Erano queste le parole di rito con le quali l’araldo della vecchia monarchia francese annunciava per tre volte al popolo la morte del sovrano e l’avvento al trono del successore a garanzia, mai interrotta, della casa reale.

Beh! … qui in verità non muore proprio nessuno; siamo veramente nel segno della continuità.

Infatti, tutti gli articoli pubblicati in questi quattro anni circa sono stati completamente salvati e riportati nel nuovo Sito/Blog, con possibilità di ricercarli agevolmente per mese/anno.

Al contrario, non è stato purtroppo possibile salvare gli interessanti “commenti” che nel tempo tanti visitatori avevano lasciato nel vecchio Sito/Blog. E di questo sono personalmente molto rammaricato.

Mi auguro di cuore che siano comunque ancora molti i lettori interessati a condividere le emozioni che questo Sito/Blog intende trasmettere.

Tutti i commenti che perverranno saranno sempre ben accetti. Promesso!

Cordialmente

13
Mag

La Juventus vince lo scudetto !

La Juve vince 3-1 con l’Atalanta e chiude imbattuta a quota 84 il suo campionato trionfale.

 

 

La squadra di Conte conclude così il campionato imbattuta.

Ma la partita della festa scudetto, allo “Juventus Stadium” di Torino, ha rappresentato oggi anche l’addio del popolo juventino al suo capitano e simbolo Alessandro Del Piero, che ha  giocato forse l’ultima partita da bianconero in uno stadio di Torino, segnando peraltro il suo 289° goal.

C’è da augurarsi, comunque, che l’ultima uscita in assoluto arrivi nell’imminente finale di Coppa Italia, col Napoli.

Due record: in totale Del Piero ha segnato per 289 volte in 704 partite con la Juve.

Sostituito all’ inizio della ripresa, Del Piero ha fatto il giro di campo, quasi a salutare uno per uno i suoi tifosi, che in coro gli hanno risposto: “Grazie di tutto”.

“E’ stato un anno straordinario, la Juventus ha dimostrato di essere forte come squadra. Ha vinto il collettivo, sono stati tutti formidabili, dall’allenatore al presidente. La Juve ha dimostrato che si vince non con tante individualità forti ma se il collettivo è forte”.

John Elkann, presente allo “Juventus Stadium” per l’ultima gara di campionato, ha commentato così la stagione della “Vecchia Signora” culminata con la conquista dello scudetto nel primo anno dell’era Conte.

La premiazione

La premiazione della Juventus Campione d’Italia è avvenuta sul terreno di gioco dello “Juventus Stadium” di Torino al termine della gara Juventus-Atalanta.

Lo scudetto, come simbolo della vittoria del Campionato di Serie A, è un’esclusiva italiana e ha una storia piuttosto antica. L’invenzione del piccolo stemma è, infatti, riconducibile al genio di Gabriele D’Annunzio, che volle apporre uno scudo tricolore sulla divisa di una selezione del comando militare italiano in occasione di un’amichevole. Nel 1924 venne deciso che la squadra prima classificata apponesse sulla maglia, nella stagione successiva, uno scudetto con i colori della bandiera italiana, rappresentativo dell’unità nazionale a livello calcistico.

La Coppa di Campione d’Italia, invece, fu ideata nel 1960 da Ettore Calvelli (1912-1997), medaglista e scultore di consolidata fama internazionale. Ha un’altezza di circa cm. 45 ed un peso di circa kg. 5, poggia su un basamento in pietra dura blu sodalite e reca al centro una ghiera in oro raffigurante un’allegoria di atleti. Il trofeo porta, inoltre, incisi, sulla base dorata, i nomi di tutte le squadre che hanno vinto il campionato a partire dalla stagione 1960-61.

Per la Juventus, quello appena conquistato è il trentesimo Campionato di serie A vinto in campo, ma solo il ventottesimo ufficialmente riconosciuto.

C’è ancora molta polemica sulla questione e i dissapori tra le diverse tifoserie non si sono a tutt’oggi completamente placati.

Trenta o ventotto

chissà

ai posteri l’ardua sentenza!

28
Apr

Majcino selo (Villaggio della Madre) a Medjugorje in Bosnia – Erzegovina

Nei giorni scorsi, io e mia moglie abbiamo avuto l’opportunità di visitare, in occasione di un nostro viaggio in Bosnia- Erzegovina, anche il “Villaggio della Madre” (“Majcino selo” in lingua locale).

Giunti all’aeroporto di Mostar con una sola ora di volo da Bergamo-Orio al Serio, dopo aver sorvolato le bellissime coste della ex Jugoslavia, ci si immerge subito in quelli che furono gli scenari dell’ultima guerra fratricida del dopo Tito, che provocò distruzione e tanti morti.

E fu proprio al tempo della guerra civile in Bosnia-Erzegovina (1991-1995), che Padre Slavko Barbaric diede vita al progetto “Majcino selo – Villaggio della Madre”.

L’idea originaria di Padre Slavko era quella di costruire un villaggio per i bambini orfani di guerra, a pochi chilometri dalla cittadina di Medjugorje, la località famosa nel mondo per le apparizioni mariane di questi ultimi trent’anni.

(Medjugorje: la chiesa)

A quei tempi riuscì a destare l’entusiasmo di molti per questa idea e le prime case furono subito solennemente inaugurate e aperte, in una zona impervia, arida e rocciosa, in parte utilizzata come discarica, divenuta poi un’accogliente oasi di verde.

La lungimiranza di Padre Slavko prefigurò nel suo ambizioso progetto anche l’educazione e il futuro della vita di questi orfani, tanto che oggi essi sono pienamente integrati nella vita del villaggio.

Nella zona del villaggio furono aperti un asilo e un ambulatorio a cui hanno accesso tutte le persone della zona di Medjugorje. Capita così che, a volte, i bambini di Medjugorje frequentano l’asilo insieme ai bambini che sono accolti nel villaggio.

(Medjugorje: la collina delle apparizioni, il “Podbrdo”)

Con gli anni i problemi dei bisognosi sono un po’ cambiati. Nel Villaggio della Madre, come già il nome fa capire, si può avvertire la presenza della mamma, che in questo caso è riferita in primo luogo alla Madonna. Molte persone ricevono un rapido aiuto e il villaggio si è ulteriormente sviluppato, così che è divenuto un’istituzione ben funzionante, guidata dai Padri della Provincia Francescana dell’Erzegovina.

Attualmente incaricato della guida del Villaggio della Madre è Padre Svetozar Kraljevic, secondo il quale “Il Villaggio della Madre desidera dare agli eventi tristi della vita un lieto fine, e trasformare la sfortuna in opportunità”.

Il Villaggio della Madre è il frutto del grande lavoro tracciato e iniziato da Padre Slavko sulla cui scia e nella memoria del quale si va concretizzando e sviluppando. La finalità è quella di poter garantire aiuto alle persone che cercano rifugio, aiutandole a non sentirsi abbandonate e svantaggiate ed offrendo loro tutto quello di cui hanno bisogno per una vita normale, onde rendere possibile per queste persone una vita in cui si sentano bene e siano felici. E, coerentemente con quanto aveva prefigurato Padre Slavko per questo progetto, il Villaggio della Madre ha rappresentato un grande passo profetico; il primo e il più difficile, perché si sono dovute abbattere alcune barriere intellettuali, prima di poter prendere avvio nella sua dimensione.

(Ingresso “Majcino selo – Villaggio della Madre”)

La comunità si preoccupa in modo particolare di annunciare agli uomini il Vangelo, con l’aiuto dei messaggi dalla Madonna tramite i veggenti di Medjugorje.

Dal messaggio del 25.07.1996: “Nella semplicità, ognuno di voi diventerà simile ad un bambino, che è aperto all’amore del Padre” .

Padre Slavko ha affidato alla comunità qualcosa di più, e cioè la preoccupazione per i poveri, per gli abbandonati, per coloro che devono ancora nascere, per quelli che sono feriti dal peccato. E in questo modo ha abbracciato l’essere umano nella sua totalità, così come la Chiesa si è sempre preoccupata dell’uomo nella sua totalità. Questo significa dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati e annunciare il Vangelo ai poveri. Proprio quello che accade qui. Qui il Vangelo viene annunciato a tutto il mondo. Il figlio più gravemente ferito trova qui benedizione e protezione.

A proposito di questo progetto, Padre Slavko pensava che dovesse essere una famiglia in cui ci fossero bambini, anziani, padri e madri. La comunità stessa, in questo progetto, è rappresentata al meglio attraverso i bambini. Infatti sono 170 quelli che frequentano l’asilo e, fra di essi, ci sono anche bambini che per diverse circostanze hanno vissuto la disgregazione della loro famiglia. C’è una famiglia con otto figli e una madre. Questa donna ha avuto diverse gravidanze gemellari e il bambino più grande ha solo otto anni. Il padre si è gravemente ammalato ed erano senza casa. Un’altra famiglia era disperata ed è stato deciso di accoglierla nel Villaggio della Madre che ora si occupa di loro. Ancora, un’altra famiglia di cinque bambini senza padre e senza madre ed alcune ulteriori famiglie con due o tre figli. Inoltre, vengono accolte anche ragazze madri con bambini, e donne e ragazze che hanno problemi in famiglia.

Alloggiano infine 16 giovani che hanno avuto problemi con la droga e che hanno ricominciato a vivere una vita normale. In alcune persone, dopo la dipendenza dalla droga, rimane un grande vuoto. Questo vuoto è un momento critico e perciò viene consigliato loro di restare nel villaggio per almeno un anno nel corso del quale lavorano con entusiasmo e portano a termine tutto quello che viene loro assegnato. Riescono a colmare il vuoto lasciato dalla droga con lavori ricchi di significato. Oltre al lavoro, ogni giorno recitano tutti insieme il Rosario. Questa comunità nel Villaggio della Madre si chiama “Comunità del Padre misericordioso”.

Qui si verificano miracoli ogni giorno, nel senso che le persone diventano migliori; è ciò rappresenta un qualcosa che va al di là del pur prezioso intervento degli operatori, delle suore e dei frati. Davvero un’ istituzione di grande importanza, grazie a Dio e a Padre Slavko per averla concepita così.

(Interno del  “Majcino selo – Villaggio della Madre”; statua a memoria di Padre Slavko Barbaric)

In questo progetto, sono sicuramente coinvolti anche i pellegrini e tutti coloro che hanno a cuore iniziative meritorie come questa, i quali vi contribuiscono con il loro aiuto affinché sia possibile portare avanti un’opera buona di tale livello.

Qualche informazione su Mostar

Mostar trasmette i sapori e i profumi di una terra magica, che porta le cicatrici di un passato doloroso ma avanza a testa alta verso il futuro, fiera di raccontare le sue origini e le sue passioni. Situata lungo le rive del fiume Neretva (che a buona ragione può essere considerato il loro “Piave”), Mostar è la quarta città del paese; a fondarla furono i turchi ottomani nel XV secolo e, nel 1878, venne annessa all’impero austro-ungarico. Negli anni Novanta del secolo scorso la città visse un periodo di guerra particolarmente duro, ma a partire dal 1995 un’attenta opera di ricostruzione ha riportato il centro all’antico splendore, medicando le ferite lasciate dai bombardamenti.Dopo la rinascita, E’ stata dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità, per l’intensità della sua storia e per il pregio delle sue architetture, che simboleggiano il dolore e la ritrovata pace. Il cuore antico della città è di per sé un capolavoro artistico, tutto raccolto sui due lati del celebre Stari Most, il Ponte Vecchio che connette una parte della città all’altra. Camminando sopra il corso della Neretva i visitatori possono abbracciare in un colpo d’occhio le architetture ottomane, le meravigliose moschee cinquecentesche, le torri e i bagni turchi, ma anche le semplici botteghe artigiane dei battitori di rame (kujunžije), che da mattina a sera animano le strade col loro chiasso allegro. Mostar è un mosaico di popoli e culture: vi convivono cattolici, ortodossi, islamici ed ebrei, e questo non fa che accrescerne il fascino e invogliare gli ospiti a passeggiare con occhi curiosi. Tra le attrazioni più famose c’è il già citato Ponte Vecchio realizzato nel 1566 e restaurato completamente nel 2004. Realizzato in età ottomana su progetto dell’architetto turco Hajrudin, il ponte di pietra era stato commissionato dal sultano Solimano il Magnifico e richiese ben nove anni di lavoro. Colpito dai bombardamenti del 1993 e felicemente ricostruito, il ponte è sempre stato il simbolo indiscusso della città e il protagonista di leggende misteriose. Costituito da un singolo arco di pietra che, in estate, si trova a 21 m d’altezza sull’acqua, il ponte viene utilizzato sin dal 1968 per delle bizzarre gare di tuffi che si svolgono nel mese di luglio e attirano giovani provenienti da tutto il mondo. L’evento si rifà a una tradizione locale secondo la quale i ragazzi del posto, per dimostrare la propria virilità, dovevano affrontare la prova delle gelide acque della Neretva. A vegliare sul ponte ci sono le torri Herceguša e Tara, sulla sponda sinistra del fiume, e la torre Halebija su quella destra: Tara, a pianta semicircolare, in epoca ottomana fungeva da deposito di munizioni e oggi è sede del Museo del Ponte Vecchio, mentre l’Halebija conteneva le carceri e un corpo di guardia, che serviva anche come punto di osservazione. Il Ponte Storto (Kriva Æuprija) del 1558 è meno famoso ma comunque interessante, molto simile allo Stari Most se non per le dimensioni, decisamente più modeste. Anch’esso risalente all’età ottomana, si dice sia stato realizzato come prova per l’imminente costruzione del fratello maggiore. Trascinato via dal fiume nel 2001, a causa di una piena, anche questo ponte è stato recentemente rimesso a nuovo. Nella stessa epoca venne eretta la Torre dell’Orologio, precisamente fondata nel 1630 proprio a fianco del Museo dell’Erzegovina. A base quadrata, alta 15 metri, secondo la tradizione sarebbe stata realizzata per volere di una potente signora di nome Fatima-Kaduna Saric. Danneggiata, come tanti altri monumenti, nel corso degli ultimi conflitti, la torre è stata fortunatamente ristrutturata nel 1999. Da vedere anche il Cimitero Monumentale Partigiano del 1965 (il Partizansko Groblje), situato nella parte ovest della città, immerso tra ampi spazi verdi. Creato dall’architetto Bogdan Bogdanoviæ, il cimitero è dedicato ai partigiani della città caduti in guerra e ospita 661 lapidi. Mostar ospita inoltre meravigliose moschee come quella di Karaðozbeg, o bellissime chiese tra cui quella di Franjevaèka, col campanile più alto della Bosnia-Erzegovina. Da vedere il quartiere Brankovac in stile ottomano, con le case e gli eleganti cortili delle famiglie storiche della città, e la strada Bišæeviæa sokak con la sua famosa casa turca. Per gli amanti della natura ci sono spazi selvaggi in cui dedicarsi alle escursioni, al relax e a tantissime attività sportive, come il Parco Naturale Ruište sulla montagna Prenj e la riserva naturale Diva Grabovica, e chi non si accontentasse della cittadina potrà spingersi nei dintorni alla ricerca di altri luoghi interessanti, come l’antica Blagaj e le sue fortificazioni, la medievale Poèitelj, la villa romana di Mogorjelo, i reperti archeologici di Stolac e la amata Meðugorje, meta di pellegrinaggi da ogni angolo del mondo. Il dolce clima mediterraneo dà un tocco in più al paesaggio già splendido, con le sue estati calde e gli inverni miti, mai particolarmente freddi. Infatti le temperature medie di gennaio, il mese più freddo, vanno da una minima di 2°C a una massima di 8°C, e in luglio e agosto si passa dai 18°C ai 31°C. Con delle condizioni climatiche così favorevoli il territorio intorno a Mostar è un tripudio di fiori e coltivazioni: il verde nei dintorni è costellato di agrumi, kiwi, fichi, meloni, ciliegie, albicocche, melograni e freschissime pesche. Ovviamente tanta ricchezza si riflette sulla cucina, che è dominata dai sapori naturali e fa largo uso di frutta e verdura, ma anche di miele prelibato e prodotti caseari. Tra i formaggi tipici della zona ci sono il formaggio di Livino e il “formaggio nel sacco”, da gustare con un buon vino del territorio.

22
Apr

Una gita a “Oberbozen” ovvero a Soprabolzano

Discesi da Cavalese, l’incantevole località della Val di Fiemme dove abbiamo trascorso le recenti festività pasquali, nello stupendo paesaggio dolomitico del Trentino Alto Adige, io e mia moglie ci siamo fatti incantare anche da Bolzano, che rappresenta una testimonianza significativa del Sud Tirolo in termini architettonici, culturali, culinari e di costumi.

(Veduta di Bolzano)

E non poteva mancare una breve gita a “Oberbozen” ovvero a Soprabolzano, una piccola località che si trova per l’appunto sopra Bolzano, a 1220 metri di altitudine, nel comune di Renon.

Per raggiungere la località abbiamo utilizzato la funivia del Renon, che parte da Bolzano, alla fine di Via Renon (la strada che costeggia la ferrovia).

(Veduta di Bolzano dalla funivia del Renon)

La durata del viaggio è di 12 minuti durante i quali si sorvolano le verdi montagne e si possono ammirare le Dolomiti in lontananza e, volgendo lo sguardo in basso, si possono perfino intravedere le cosiddette “Piramidi di Soprabolzano” (particolari formazioni rocciose) raggiungibili a piedi lungo un sentiero che parte sia da Bolzano che da Soprabolzano.

La corse della funivia hanno una frequenza di 4 minuti e, una volta giunti a Soprabolzano, si può approfittare del caratteristico trenino per continuare il percorso fra prati e boschi.

In estate e primavera Soprabolzano è ideale per fare delle belle passeggiate e ammirare lo stupendo panorama delle Dolomiti.

Ed è anche possibile assistere alla ”enrosadira”, ovvero al fenomeno per cui all’ora del tramonto, quando il sole bacia le cime delle Dolomiti, queste assumono un colore rossastro.

Durante le feste di Natale, invece, Soprabolzano è una tappa da non mancare per il suo “Trenatale”, i mercatini natalizi allestiti presso le stazioni di Soprabolzano e di Collalbo.

(Stazione di Soprabolzano: mostra delle uova pasquali colorate)

In occasione della nostra breve gita, presso la stazione di Soprabolzano era invece allestita un’interessante mostra sul tema delle uova pasquali colorate, che abbiamo naturalmente visitato.

 

Foto di Lorenzo Bove

4
Apr

“I PUCCELLATE”

E’ il dolce tipico pasquale di Poggio Imperiale.

Si tratta di una pasta dolce lievitata, alla quale viene data la forma di treccia, che, prima di essere infornata nel forno ben caldo, viene spennellata con l’uovo sbattuto.

Un tempo “i puccellate” si preparavano in casa durante la Settimana Santa, che va dal giorno delle Palme al giorno della Santa Pasqua, e si portavano poi per la cottura ai Forni del paese, adagiati su grandi spianatoie di legno (i tavelere).

I panarèlle

Le donne compivano il rito dell’unzione dei “puccellate” con l’uovo sbattuto direttamente presso il Forno, solo qualche minuto prima che fossero infornati, con massima perizia, dall’esperto fornaio pronto con l’apposita pala leggermente infarinata.

E c’era la sfida ai “puccellate” più belli, che dovevano risultare ben “cresciute” e “scijcuppate”.

Tutto il paese conosceva bene i nomi delle donne alle quali “i puccellate” riuscivano meravigliosamente bene e di quelle alle quali … proprio non riuscivano.

E questo suggestionava non poco anche la serenità delle famiglie ad opera soprattutto di alcune suocere astiose.

“I puccellate” fragranti, appena sfornati, venivano riportati a casa e messi “in dimora”; non si potevano assolutamente toccare in attesa che passasse il prete per la consueta “Benedizione Pasquale” delle case.

Restava solo il profumo e naturalmente l’acquolina in bocca.

Per i bambini, “i puccellate” venivano invece modellati a mo’ di panierino con un uovo incastonato: erano i cosiddetti “panarèlle”, che rappresentavano il regalo di Pasqua d’un tempo ai bambini.

Ancora oggi è possibile, con un po’ di buona volontà, preparare in casa sia “i puccellate” che “i panarèlle” infornandoli nel proprio forno di casa.

Naturalmente le dimensioni di oggi sono più contenute rispetto alle enormi trecce (i fresce) di un tempo.

Ecco la ricetta dei “puccellate” poggioimperialesi:

Ingredienti

Farina 00: gr. 600 ; Zucchero: gr. 100; Uova: n. 4; Burro: gr. 80 (temperatura ambiente) ; Lievito di birra: 1 dado; Lievito in polvere per dolci: 1 cucchiaino; Vanillina: 1 bustina; Un limone grattugiato; Un pizzico di sale; Latte: 160 ml.

Procedimento

Versare lo zucchero e il lievito di birra sbriciolato in una ciotola e unire il latte tiepido, mescolando ben bene. Lasciare riposare per qualche minuto. Su una spianatoia versare la farina a fontana, unire le uova, il burro, il limone grattugiato e il composto di latte e lievito, indi impastare bene. In una capiente ciotola spolverare un po’ di farina e versarvi l’impasto. Coprire con un coperchio e un panno e lasciare lievitare in un luogo tiepido per circa un’ora, fino a quando l’impasto raddoppia il suo volume. Versare l’impasto sulla spianatoia, staccare dei pezzetti, lavorarli per qualche secondo, fare dei bastoncini e formare delle trecce. Foderare una piastra da forno con carta da forno, adagiarvi le trecce e farle lievitare fino al raddoppio del loro volume. Spennellare le trecce con un uovo sbattuto e infornare (forno già caldo a 160°) per un quarto d’ora.

Per la versione “panarèlle”, invece, fare le treccine un po’ più lunghe e chiuderle a cerchio, indi poggiare sulla chiusura un uovo crudo con tutto il guscio e terminare con delle striscioline di impasto per la guarnizione dell’uovo.

Sicuramente si tratta di una ricetta rivisitata e più rispondente ai gusti e gradimenti attuali.

In passato venivano utilizzati prodotti più rustici (tipo la sugna che in dialetto poggioimperialesi era detta “a saìme”) con l’effetto che “i puccellate” risultavano meno soffici e fragranti.

Non è dato sapere l’origine di questo dolce tipico pasquale poggioimperialese, tuttavia si rinvengono alcuni riferimenti storici relativi ad un pan dolce o anche salato chiamato “buccellato o puccellato” nel beneventano, in terra del Sannio.

Dall’antico pane che in epoca tardo romana veniva dato ai militari, la cui etimologia deriva forse da “buccello”, boccone, è successivamente nato il “puccellato”, una specialità le cui origini sono talmente antiche da perdersi nel tempo dei tempi.

Si tratta di un prodotto da forno la cui ricetta originale è stata tramandata di generazione in generazione ed è sicuramente di epoca pre-medievale, dato che è menzionato in alcuni documenti del XII come pagamento per i fitti che gli inquilini dovevano ai padroni.

Ne esistono due versioni, una dolce ed una rustica (salata), che si differenziano per l’utilizzo di alcuni ingredienti (lo zucchero in un caso ed il sale nell’altro), ma che sono identiche nella lavorazione.

Il “puccellato rustico”, insieme alla “copeta” di epoca romana, è il prodotto più antico del Sannio. La sua origine è presumibilmente tardo romana, quando veniva indicato come “buccellatus panis” (pane militare) derivato forse anche dal nome della “buccella”, il recipiente in cui era contenuto per fermentare e cuocere.

 

21
Mar

Mediatore Professionista civile e commerciale: da oggi anche liti condominiali e i sinistri stradali.

Il tentativo obbligatorio di conciliazione innanzi al Mediatore, previsto dal D.Lgs. n. 28 del 2010 in materia di mediazione civile e commerciale, si estende – da oggi 21 marzo 2012 – anche alle liti di condominio ed agli incidenti stradali, che erano stati temporaneamente differiti di un anno.

Anche il nostro ordinamento giuridico ha dunque completamente recepito l’istituto della “Mediazione”, quale strumento alternativo per la definizione delle controversie (ADR Alternative Dispute Resolution), a costi molto contenuti ed in tempi ragionevoli (massimo quattro mesi).

Tutti gli atti sono esenti da Bollo e da ogni altra imposizione, e l’eventuale “accordo” non è soggetto a spese di registrazione fino ad un importo di 50.000 euro. Viene altresì riconosciuto un credito di imposta (commisurato all’indennità dovuta) fino a 500,00 euro, in caso di esito positivo della mediazione, che viene ridotto alla metà in caso di insuccesso.

La mediazione è facoltativa, salvo i casi espressamente previsti dalla legge. Rappresenta infatti una condizione di procedibilità dell’azione civile, la mediazione concernente le controversie in materia di condominio; diritti reali; divisione; successioni ereditarie; patti di famiglia; locazione; comodato; affitto di azienda; risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti; risarcimento del danno derivante da responsabilità medica; risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o altro mezzo di pubblicità; contratti assicurativi, bancari e finanziari.

La norma, se per alcune fattispecie è finalizzata al tentativo di recuperare un rapporto tra soggetti appartenenti ad un medesimo contesto sociale (condominio, eredità, patti di famiglia, ecc.), per altre ha il dichiarato intento deflattivo e cioè quello di diminuire il carico di cause pendenti nei nostri Tribunali (sinistri stradali, responsabilità medica, ecc.).

Il Mediatore agisce quale facilitatore nel rapporto fra le parti di una controversia, assistendole e conducendole, se possibile, ad una soluzione concordata della vertenza.

La mediazione, insomma, si pone come alternativa ragionevole, duttile e fortemente improntata ad uno spirito concreto e realistico, che ricerca soluzioni pratiche, rapide e convenienti a problemi che possono, in alternativa, divenire sempre più ostici e creare complicazioni gravi agli affari e alla vita privata avvelenando, per così dire, i rapporti fra le persona.

20
Mar

Ci sono ancora storie da libro “Cuore”?

Mi ha molto emozionato, stamattina, la lettura di un articolo del giornalista Massimo Gramellini su “La Stampa” di Torino.

Una storia semplice, quasi insignificante, ma di grande spessore.

 

In un mondo in cui si stenta, tra violenze gratuite e morti ammazzati, a ricercare e intercettare valori veri e condivisi per una corretta vita di relazione tra gli individui del nostro tempo, ecco che spuntano episodi da libro “Cuore”.

Il giornalista Massimo Gramellini ha voluto parlarcene, ed io ho ritenuto di riportare il suo articolo, pari pari, anche sul mio Blog “Come la penso io!”.

Buona lettura!

In memoria di Fata Prosciutto (di Massimo Gramellini)

” Fra i tanti articoli indispensabili che uno si illude di aver scritto, il Buongiorno che ha avuto storicamente il maggior numero di reazioni da parte dei lettori è uno squarcio di vita quotidiana pubblicato nel novembre del 2008. Raccontava della salumiera di un mercato di Torino, la signora Kathy, che ogni giorno, alle 13 e 40, riceveva la visita degli alunni di una scuola media poco distante e a ciascuno offriva un sorriso e una fetta di prosciutto. La signora Kathy non era una missionaria e i ragazzini non erano dei bisognosi. Eppure quel rito quotidiano di assurda e gratuita bontà aveva una sua magia e ogni giorno, alle 13 e 40, i clienti del mercato posavano le borse della spesa e guardavano in direzione della scuola, chiedendosi: ma i ragazzi quando arrivano? Arrivavano, arrivavano sempre. E continuarono a farlo anche dopo l’uscita dell’articolo. Finché un giorno, alle 13 e 40, sono corsi al bancone ma non hanno più trovato ad accoglierli il sorriso della signora Kathy, ribattezzata Fata Prosciutto. Si era ammalata. I ragazzini hanno continuato lo stesso a recarsi al bancone: non più per il prosciutto, ma per avere sue notizie. Le mandavano saluti, pensieri, preghiere. E quando l’altra settimana la Fata se n’è andata – perché le fate hanno molto da fare, non possono stare sempre con noi – la chiesa del funerale era stracolma come per una principessa e anche il prete si è commosso. Basta davvero poco per comunicare con il cuore del mondo. È un linguaggio universale che non usa le parole, ma i gesti. A volte anche una fetta di prosciutto “.

Da “La Stampa” del 20/03/2012

1
Mar

E’ morto Lucio Dalla!

Il giorno 4 marzo prossimo avrebbe compiuto 69 anni.

Lucio Dalla era nato a Bologna il 4 marzo 1943; celebre la sua omonima canzone, tratta da un testo della poetessa Paola Pallottino, che gli valse il terzo posto assoluto sul palco dell’Ariston di Sanremo nel 1971.

Un artista unico nel suo genere, amato da tanti italiani di diverse generazioni.

E’ morto di infarto questa mattina a Montreux, in Svizzera, dove era impegnato in una tournée europea.

Un cantautore eclettico; tante belle canzoni … da “Piazza Grande” a “Caruso”, sfiorando i 50 anni di carriera artistica. Mezzo secolo di poesia e di geniali successi, regalando al mondo emozioni intense e durature.

La sua ultima apparizione quest’anno a Sanremo, accompagnando il giovane cantautore Pierdavide Carone con il brano “Nanì”, del quale era anche co-autore. La sua ultima poesia!

Lucio Dalla pugliese adottivo

Era cittadino onorario delle isole Tremiti dove risiedeva per lunghi periodi all’anno nella casa che aveva acquistato a San Nicola nell’Arcipelago; ed è li che sono nati alcuni dei suoi testi più belli, come ad esempio “Com’è profondo il mare”.

Famose le sue battaglie ambientali contro le trivelle. Nella sua isola adottiva il 30 giugno scorso organizzò un concerto in difesa del mare e contro le ricerche di petrolio nei fondali dell’Adriatico.

Ma Lucio Dalla era anche cittadino onorario di Manfredonia, la città dove era nata sua madre. Un foggiano doc, Renzo Arbore, oggi così ricorda l’artista e l’amico: “Sono tremendamente rattristato – dice – ho un ricordo piacevole, incantevole di Lucio, un episodio che proprio lui mi aveva fatto ricordare: da Manfredonia, sua madre veniva a casa mia, a Foggia, per vendere i vestiti a mia madre. E lei portava con se quel fagottino, che io cullavo. Soltanto molti anni dopo, quando ci siamo rincontrati grazie alla nostra carriera artistica, Lucio mi disse: ‘Ti ricordi di me? Sono il figlio della signora Ferrara di Manfredonia. Mamma mi ha detto che mi tenevi in braccio’. Un ricordo tenero di un grande amico, che avevo visto da poco a Siponto, a pochi chilometri da Manfredonia. Ci eravamo incontrati per un pranzo a base di pesce” (1).

E noi vogliamo ricordarlo come quel “Gesù bambino” della sua canzone “4 marzo 1943”, un capolavoro sull’amore e sulla guerra, passato alla storia come uno dei pezzi più celebri e commoventi del cantautore scomparso, che … sotto sotto …. era forse un grande credente!

4 marzo 1943

di Lucio Dalla

Dice che era un bell’uomo

e veniva, veniva dal mare…

parlava un’altra lingua…

però sapeva amare;

e quel giorno lui prese

mia madre sopra un bel prato..

l’ora più dolce

prima di essere ammazzato.

Così lei restò sola nella stanza,

la stanza sul porto,

con l’unico vestito

ogni giorno più corto,

e benché non sapesse

il nome e neppure il paese

m’aspetto’ come un dono d’amore

fino dal primo mese.

Compiva sedici anni

quel giorno la mia mamma,

le strofe di taverna le cantò a ninna nanna!

e stringendomi al petto

che sapeva sapeva di mare

giocava a far la donna

col bimbo da fasciare.

E forse fu per gioco,

o forse per amore

che mi volle chiamare

come nostro signore.

Della sua breve vita,

il ricordo, il ricordo più grosso

e’ tutto in questo nome

 che io mi porto addosso.

E ancora adesso

 che gioco a carte e bevo vino

per la gente del porto

 mi chiamo Gesù bambino.

E ancora adesso

 che gioco a carte e bevo vino

per la gente del porto

 mi chiamo Gesù bambino.

La scomparsa di Lucio Dalla lascia un vuoto incolmabile; con lui se ne va un’epoca, una generazione, una corrente di pensiero e, a modo suo, uno stile di vita di cui è stato padre e creatore.

 

(1) Informazioni riportate su diversi siti internet, tra cui: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/.

 Foto: L’Arcipelago delle Tremiti, settembre 2011, di Lorenzo Bove

13
Feb

Festa di San Valentino a Vico del Gargano

In provincia di Foggia, a Vico del Gargano per la precisione, nella settimana di San Valentino si svolgono i festeggiamenti in onore del patrono della città e protettore degli agrumeti dell’Oasi Garganica.

Si tratta …nemmeno a dirlo … proprio di San Valentino!

I festeggiamenti hanno luogo in maniera del tutto particolare: dopo la Santa Messa, la processione per le vie della città accoglie il Santo patrono, tra addobbi di arance, limoni e foglie di alloro su case e balconi.

Una secolare tradizione racconta che mangiare le arance benedette dal patrono San Valentino e berne il succo, esaudisca tutti i desideri di gioia e felicità, come una miracolosa pozione d’amore.

Lo sanno bene i garganici, ma anche i turisti provenienti da ogni angolo della Puglia e delle Regioni limitrofe, che ogni anno si incontrano a Vico per percorrere lo strettissimo “Vicolo del bacio”, largo soltanto 50 centimetri e lungo 30 metri, per recarsi ad una piazzetta dove ci si promette eterno amore sotto la statua del Santo.

Un momento simbolico, ma carico di attese, che si consuma ogni anno il 14 febbraio a Vico del Gargano, la città degli innamorati e dei fiori d’arancio, il cui Santo patrono è proprio il Santo degli innamorati!

E poi … concerti di musica popolare di grande livello, feste di piazza e mercatini del gusto completano l’evento.

 

 

Foto: San Valentino a Vico del Gargano

http://bari.repubblica.it/cronaca/2011/02/14/news/vico_festteggia_il_suo_san_valentino-12441645/

 

 

 

10
Feb

Ma che freddo fa! Cronaca di un febbraio polare.

Milano si è svegliata stamane nuovamente sotto la neve!

Come ampiamente previsto, questa notte ha fioccato su tutta la città e relativo hinterland milanese. Ci siamo quindi svegliati nuovamente sotto un manto bianco di una decina di centimetri, che è andato ad aggiungersi alla neve caduta nei giorni scorsi ed ancora presente sui tetti delle case, nei parchi e nelle campagne.

Al momento non risultano grossi problemi alla viabilità e le strade sono abbastanza praticabili. La temperatura è sotto lo zero: le minime in lieve aumento, tra -10 e -5, e le massime in lieve diminuzione tra -2 e 1.

Ma in questi giorni, a causa della neve, c’è allerta in tutta Italia e nell’intera Europa.

Temperature polari e forti nevicate continuano ad imperversare in buona parte delle Regioni italiane. La Protezione civile ha lanciato un nuovo allarme ed il numero delle vittime di questa nuova sciagura continua ad aumentare: siamo vicini alla cinquantina e tanti sono i clochard morti per il freddo.

Persistono i disagi negli spostamenti aerei, ferroviari, marittimi ed automobilistici e in alcune località manca ancora l’energia elettrica e l’acqua potabile a causa delle tubazioni che si spaccano per il gelo. Molte sono le strade interrotte e parecchi paesi sono ancora isolati in Basilicata, Abruzzo e Romagna. Diversi i crolli dei tetti di abitazioni ed aziende che si sono registrati e tante le famiglie evacuate.

Un nuovo fenomeno sta in queste ore interessando la popolazione, si tratta dell’allarme lupi che, ormai privi di cibo, si avvicinano alle abitazioni, creando panico. Ma anche il problema del randagismo e cioè dei “cani inselvatichiti” non è da meno.

Scuole di ogni ordine e grado ed uffici pubblici sono chiusi in molti centri e, al momento, per l’emergenza maltempo, le Regioni Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria sono interessate dalla chiusura preventiva di alcune linee ferroviarie a carattere locale, in relazione al previsto peggioramento delle condizioni meteorologiche.

I consumi di gas e di energia elettrica sono saliti alle stelle, raggiungendo i livelli di guardia rispetto alle scorte disponibili su scala nazionale. I beni di prima necessità cominciano a scarseggiare per difficoltà negli approvvigionamenti.

E’ stato mobilitato anche l’Esercito per il soccorso alle popolazioni e, a Roma, anche alcuni detenuti di Rebibbia sono in azione per spargere sale ed evitare che la neve possa attecchire e recare pregiudizi.

Diecimila trattori degli agricoltori della Coldiretti sono mobilitati nella pulizia delle strade dal ghiaccio e dalla neve per affrontare la nuova emergenza. Il presidente nazionale della Coldiretti ha lanciato un appello a tutti gli agricoltori associati, dotati di mezzi idonei, affinchè collaborino con le Amministrazioni Comunali e Provinciali per garantire condizioni di sicurezza ai cittadini nei paesi, nelle città e nelle campagne.

In Trentino Alto Adige, a causa dell’arrivo della corrente polare, alla stazione meteo di Cima Libera a quota 3.400 è stata misurata quest’oggi la temperatura da brivido di -30.3 gradi. Freddo intenso anche nelle vallate con raffiche di vento fino ai 50 chilometri all’ora.

Un febbraio davvero polare che non dimenticheremo facilmente!

 

Foto: neve a Sesto San Giovanni, Milano, febbraio 2012

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