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22
Feb

“Che sì jùte a Cevetèlle?”

Ho letto con vivo interesse alcuni recenti articoli di Raffaele de Seneen pubblicati su “Gazzettaweb.info” (giornale online al quale da tempo collaboro dalla Redazione Nord), riguardanti favole estratte “dai cassetti della memoria di AUSER-FOGGIANTICA – Favole foggiane”.

Sono particolarmente attratto dalle storie e dai ricordi che riescono a ricondurci, come per incanto, al nostro passato, alle nostre tradizioni di un tempo che non c’è più, e che costituiscono il legame indissolubile tra il presente e tutto quello che lo ha preceduto, mettendo peraltro in luce la schiettezza e la semplicità di come eravamo.

Ed è con questo spirito che ho scritto nel 2008 un libro dal titolo Ddummànne a l’acquarúle se l’acqu’è fréscijche – Detti, motti, proverbi e modi di dire Tarnuíse” – Edizioni del Poggio.

Un lavoro di ricerca, che mette in luce antichi aspetti di Poggio Imperiale – il mio paese di origine –  simboleggianti un prezioso patrimonio da non disperdere, anche per fornire alle nuove generazioni testimonianza di una tradizione che deve necessariamente sopravvivere, poiché non ci può essere futuro senza memoria. [Per maggiori approfondimenti, si rimanda alle pagine di questo stesso Sito/Blog  www.paginedipoggio.com].

Relativamente ai citati articoli di Raffaele de Seneen, è mio intendimento – in questa sede  – soffermarmi per qualche istante su quello intitolato “A maèstre ‘u panarìlle (La maestra del panierino)” del 15/12/2012, in quanto l’autore ci porta a conoscenza del vecchio modo di dire foggiano:“Che sì jùte a Cevetèlle!?” (Che sei andato a scuola alla Civitella?), aprendo – nel contempo – un interrogativo circa le motivazioni che potrebbero averlo generato, oltre che riguardo all’effettiva esistenza di una scuola denominata “Civitella” in quel di Foggia.

La cosa, a dire il vero, mi ha incuriosito a tal punto che, a puro titolo personale, ho cominciato a fare qualche ricerca in proposito.

Queste le conclusioni alle quali sono pervenuto.

” Nel corso dell’anno 1829, Monsignor Antonino Maria Monforte, Vescovo della Diocesi di Troia (1824-1854), alla quale Foggia apparteneva per “giurisdizione spirituale”, si recò nella Città di Foggia per eseguire la Santa Visita, che lo impegnò per molto tempo.

In quel periodo, eresse uno stabilimento di educazione per i giovani sotto il nome di Convitto o Scuola Ecclesiastica, che godeva dei privilegi accordati ai Seminari Diocesani. Dotò la Scuola Ecclesiastica di lire ottocentocinquanta annue per concessione avvenuta nel 1837 della Commissione esecutrice del Concordato del 1818, derivante da censi suolari, una volta posseduti dai PP. Minori Osservanti di Gesù e Maria.

E, così, Monsignor Monforte acquistò con mezzi propri e con il concorso del Municipio di Foggia per ducati tremila l’ampio casamento, denominato “Civitella”, destinando la parte superiore a Seminario Scuola Ecclesiastica e le rendite dei fondaci a beneficio di essa.

Eretta in Foggia la Cattedra Vescovile con Bolla del 25 Giugno 1855, la Scuola Ecclesiastica fu tramutata con tutte le sue rendite in Seminario Diocesano”.

Le presenti fonti sono rinvenibili nella storia della Biblioteca Diocesana di Foggia accessibili sul sito  http://www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/sbp/Diocesana_fg/biblioteca.htm.

Orbene, alla luce delle suddette informazioni, credo che possiamo avanzare una prima ipotesi di risposta circa l’eventuale esistenza di una scuola “Civitella”, sostenendo che – probabilmente – c’è stata a Foggia  una Scuola Ecclesiastica insediata nell’antico casamento denominato “Civitella”.

Più difficile risulta, invece, poter individuare le motivazioni che hanno generato il detto foggiano, soprattutto nei termini interpretativi esplicitati dallo stesso Raffaele de Seneen, il quale, testualmente, sostiene che « ‘A scòle ‘a Cevetèlle  (la scuola della Civitella), che ricordo nelle sue varie forme ed occasioni di utilizzazione se non proprio in modo spregevole, almeno minimizzante, ridicolizzante: “Che sì jùte a Cevetèlle!?” (che sei andato a scuola alla Civitella?), a voler significare di aver imparato poco o niente ».

Appare infatti abbastanza azzardato ipotizzare che gli allievi di una Scuola Ecclesiastica (o Seminario) non imparassero “proprio niente”, anche perchè alcuni di essi venivano poi avviati verosimilmente alla vita sacerdotale.

Occorre, dunque, ricercare altrove motivazioni più coerenti e convincenti, riportandoci piuttosto al periodo storico cui ci si riferisce, allorchè il livello di istruzione giovanile era notoriamente e diffusamente precario, soprattutto in considerazione del peculiare momento della nostra storia patria.

E, forse, proprio in tale contesto, il particolare tipo di scuola (ecclesiastica), ove l’insegnamento era presumibilmente affidato ai sacerdoti del tempo, esponeva i medesimi allievi ad una condizione di inconsapevole “antagonismo” con i coetanei dell’epoca, che non frequentavano invece alcun tipo di scuola. Il giudizio “di merito” verso i soggetti che frequentavano la scuola “Civitella” potrebbe quindi aver avuto dapprima un significato di puro “sfottò”, fino a subirne, nel corso del tempo, il ribaltamento del senso, trasformandosi in un giudizio “negativo”.

Del resto, è notorio, che analoghe considerazioni venivano rivolte anche nei confronti dei rampolli delle casate nobiliari o comunque delle famiglie più abbienti, considerati poco avvezzi ad affrontare la “durezza” della quotidianità, che i “figli del popolo” dovevano – obtorto collo – giornalmente fronteggiare.

Ma, questa, è solamente un’ipotesi; magari un’ipotesi azzardata e lontana dal significato che al “modo di dire” si intendeva veramente attribuire. Sta di fatto, però, che – comunque sia –  la circostanza ha destato interesse e “scatenato” la fantasia, come solo le favole di un tempo sapevano fare.

Foto: “Il Palazzo della Posta – Duca di Civitella” (demolito nel 1952 per motivi igienico-sanitari), in “La Foggia che non c’è più” di Alberto Mangano www.manganofoggia.it

Par agevolare il lettore, si riporta qui di seguito l’articolo di Raffaele de Seneen.

 ‘A maèstre ‘u panarìlle (La maestra del panierino)

http://www.gazzettaweb.net/it/journal/read/-A-ma-stre-u-panar-lle-La-maestra-del-panierino-.html?id=785

Scritto da redazione il 15/12/2012

Un vecchio e ormai desueto modo di dire, specialmente oggi che di scuole pubbliche e private, di ogni indirizzo, ordine e grado ne abbiamo tante.
La nostra maestra, invece, quella del panierino, non aveva titoli e forse neanche predisposizione o vocazione, ma era solo una semplice donna del popolo che si elevava appena di una spanna sul suo restante mondo, sapeva appena leggere e far di conto.
A questo “modo di dire” ritrovato in un cassetto della mia memoria che l’amico Giuseppe D’Angelo, al secolo e in arte Pinuccio, ha involontariamente aperto, ne lego un altro: “ ‘A scòle ‘a Cevetèlle “ (la scuola della Civitella), che ricordo nelle sue varie forme ed occasioni di utilizzazione se non proprio in modo spregevole, almeno minimizzante, ridicolizzante: “Che sì jùte a Cevetèlle!?” (che sei andato a scuola alla Civitella?), a voler significare di aver imparato poco o niente.
Ora io non so se questa scuola “Civitella”, o qualcosa di simile sia esistita veramente, certo è che a Foggia esiste una via con questo nome che porta ad un omonimo Largo, il tutto nelle prossimità di Via le Maestre, toponimo che ha tutt’altra genesi rispetto a come lo si può leggere oggi.
Quindi, se qualcosa c’è stato di sicuro rispetto ad una scuola, alla sua ubicazione, può essere anche solo un caso questa contiguità toponomastica.
Resta il fatto che il senso minimizzante dato alla scuola della Civitella, e l’improvvisazione della maestra del panierino, mi portano a farne un tutt’uno, o quanto meno a riscontrarne forti similitudini.
Ma torniamo alla nostra maestra del panierino, è Rosa De Stasio, classe 1896, bisnonna, ramo materno, del nostro Pinuccio.
Ce ne saranno state sicuramente altre a Foggia, nello stesso periodo di nonna Rosa, in altre epoche, luoghi, rioni, ma è già tanta la fortuna di averne “conosciuta” una: maestra Rosa, o meglio, come la conoscevano tutti: Rusenèlle ‘a maèstre ‘i criatùre.
Pinuccio ricorda che il marito di nonna Rosa partì per la guerra, addetto alle comunicazioni, decorato, non tornò più.
A nonna Rosa, allora giovane, restò un figlio a cui cambiò il nome dandogli quello del marito deceduto in guerra, Peppenìlle, e dovette inventarsi un modo di vivere e tirare avanti, che mutò secondo i cambi di residenza in città.
Prima in Vico Troiano, prossimità Via Arpi, una specie di locanda dove preparava il desinare per i forestieri che venivano a trovare i ricoverati all’ospedale e alla maternità, da ultimo in Via San Severo s’inventò “maestra”. Teneva a bada in casa sua i bambini che nel “panariello” (cestino), chi lo aveva, portavano un po’ di merenda. Erano i figli più piccoli dei terrazzani del quartiere che glieli affidavano per esercitare la loro arte nomade della caccia, della raccolta delle erbe spontanee, nei periodi della coltivazione di piccoli campi a pisello o fave (i versurieri), della scerbatura o spigolatura del grano,
Per tenerli buoni e interessati fino al ritorno dei genitori bisognava impegnare quei bambini con racconti, filastrocche, semplici giochi e qualche rudimento sui numeri e sulle lettere dell’alfabeto, chissà mai fosse servito in età scolare.
E Pinuccio, foggianazzo, sentimentalone, memoria stoica della famiglia dice, riferendosi a nonna Rosa: “Alcune cose le ho dimenticate, ma questa no, perché a lezioni da nonna Rosa ci andavo anch’io”! e mi recita una piccola filastrocca:
A – tènghe a cacA’

E – il vasino non c’E’

I – eccolo lI’

O – sòtte ‘o chemO’

U – Nen tènghe a fa’ chiU’

Questa era nonna Rosa, ‘a maèstre ‘u panarìlle, chissà quanti terrazzanelli hanno imparato le vocali con questo metodo.

Le vocali, e forse i numeri fino a dieci, per quei tempi, già qualcosa.

Raffaele de Seneen

 

 

11
Feb

Il Papa se ne va!

 

 

“Le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte”, ha detto stamane il Santo Padre.

Alle 11:46 ora italiana di oggi il Papa, Benedetto XVI, ha annunciato le sue dimissioni dal Soglio di Pietro, a far data dal prossimo 28 febbraio 2013, ore 20:00.

Una notizia che ha colto tutti di sorpresa; il mondo intero ed il popolo cattolico, in particolare, si chiedono il perché di questa improvvisa decisione di allontanamento volontario dal Suo importante e delicato alto ministero.

Pare che i motivi siano chiari ed evidenti, come peraltro da lui stesso enunciati.

Si è dichiarato infatti di non essere più in grado di poter assolvere, serenamente e con le forze fisiche necessarie, ai gravosi impegni che il ruolo di Sommo Pontefice richiede, soprattutto in relazione all’evoluzione dei tempi attuali.

Benedetto XVI ha 85 anni (e 301 giorni) ed è il papa più anziano in carica dai tempi di Leone XIII che concluse il proprio pontificato nel 1903 a 93 anni, dopo 25 anni di papato. Giovanni Paolo II morì a 84 anni (e 319 giorni), dopo 26 anni di pontificato.

Ma si tratta davvero di una novità?

Assolutamente no!

Se n’era parlato già da tempo, e lo stesso Santo Padre non aveva escluso affatto eventuali dimissioni, in presenza di “particolari condizioni”.

Il 10 marzo del 2012 “il Foglio” pubblicò un articolo, firmato da Giuliano Ferrara, sulla possibilità che il Papa si dimettesse.

La circostanza delle dimissioni papali è sicuramente rara, ma nella storia è già avvenuta più volte.

Ecco l’elenco dei Papi dimissionari nella storia della Chiesa http://www.linkiesta.it/dimissioni-papa :

1) Papa Clemente I (in carica dal’88 al 97 );

2) Papa Ponziano (in carica dal 230 al 235);

3) Papa Silverio (in carica dal 536 al 537);

4) Papa Benedetto IX (1032-1045);

5) Papa Celestino V, detto il Papa del Gran rifiuto (rimase in carica dal 29 agosto al 13 dicembre 1294);

6) Papa Gregorio XII (in carica dal 1406 al 1415).

Anch’io (e non io soltanto) avevo percepito già da tempo che qualcosa stava per succedere, tant’è che il 2 ottobre 2011 pubblicai su questo mio stesso Sito/Blog www.paginedipoggio.com ,  alla pagina https://www.paginedipoggio.com/?p=3026, un articolo dal titolo “Angelo Scola, il prescelto!”, in occasione della nomina del Cardinale Scola, già Patriarca di Venezia, ad Arcivescovo di Milano, presagendo nell’occasione le (possibili) dimissioni del Papa.

Riporto, qui di seguito, uno stralcio del citato articolo.  

 

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Angelo Scola, il prescelto!

Il nuovo Arcivescovo di Milano sarà il futuro papa?

Si è parlato nei giorni scorsi di (possibili) dimissioni dell’attuale papa in primavera del prossimo anno, in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno, anche se le voci non hanno poi trovato riscontri e conferme ufficiali presso la Santa Sede.

Ma c’è forse qualche attinenza con la recente nomina dell’ex Patriarca di Venezia Angelo Scola ad Arcivescovo di Milano?

Sicuramente si tratta di una nomina ricca di significati; una scelta pastorale forte, visto il carisma del porporato, la sua visibilità internazionale, la fama di teologo, la discreta ma costante inclusione del suo nome tra i Cardinali “papabili”.

Una designazione che peserà sugli equilibri della Chiesa italiana, e non solo, soprattutto perché è il frutto di una scelta di Benedetto XVI, che ha consultato tutti e imposto alla Curia di seguire le procedure canoniche, ma poi ha deciso da solo.

Una nomina di grande spessore, e molti ritengono di poter annoverare il nome del nuovo Arcivescovo che si è insediato in quella che fu la Cattedra di Ambrogio, fra i “papabili” più autorevoli, visto che Milano ha dato nel passato secolo due Pontefici: Achille Ratti (Pio XI) e Giovanni Battista Montini (Paolo VI)…………………………””””””””.

29
Gen

Il pesce fresco di “Mimmo”: in Lombardia!

Sono da anni un affezionato cliente di “Mimmo” per almeno due ordini di motivi.

In primo luogo, com’è naturale che sia, perché mi ha sempre garantito un prodotto affidabile, fresco e di qualità e, in secondo luogo, perché mi ha permesso di mantenere, nel tempo, quel legame affettivo ai profumi e ai sapori della mia terra di origine.

Ma sicuramente non solo per questo, altrimenti ogni considerazione risulterebbe davvero riduttiva sia nei riguardi di “Mimmo” – come persona – ma anche per il buon pesce che egli propone alla sua clientela.

Lo trovo solitamente ogni venerdì mattina, sempre indaffarato,  presso il suo “banco del pesce” al mercatino del venerdì, vicino casa mia, nel centro storico di Sesto San Giovanni, in via Oriani, proprio alle spalle del Comune.

Ma, all’ora della mia puntatina mattutina, “Mimmo” ha già accumulato diverse ore di lavoro sulle proprie spalle, poiché è in piena notte che egli si reca al mercato ittico generale di Milano – prima che l’asta del pesce cominci – per scegliere ed accaparrarsi le partite di pesce migliore e quindi poter allestire il suo “banco”,  sin dalla primissima mattinata.

Dunque, sveglia alle due e cinquanta per l’approvvigionamento di pesce presso uno dei mercati ittici più grandi ed importanti d’Europa, ove in nottata arriva il pesce pescato la sera prima, per la delizia dei palati più raffinati ed esigenti, e alle sei in punto è pronto ad allestire il suo banco.

Una clientela davvero affezionata quella che anima e circonda il suo “posto di combattimento”.

Si, è proprio così, un vero e proprio “posto di combattimento”.

“Mimmo” è inarrestabile, tra il servire  e consigliare i clienti, pulire il pesce a chi glielo chiede, ma anche nello scambiare quattro piacevoli chiacchiere con chiunque, sempre in tono cordiale e con tanto di sorriso.

Il pesce è sempre di ottima qualità, ma lui ti aiuta sempre e comunque a scegliere bene, dispensando saggi consigli, spesso anche sul modo più consono di cucinarlo.

Non di rado, qualche frutto di mare o anche qualche pescetto crudo gli finisce in bocca, nel mentre sta servendo; il che rappresenta un’ottima “reclàme” per un prodotto  sano e affidabile.

Mimmo è di origini pugliesi, di Rodi Garganico per la precisione, e quindi a due passi da Poggio Imperiale, il mio paese di nascita.

Si è stabilito a Sesto San Giovanni sin dal 1978, subito dopo il servizio militare; è coniugato ed è padre di una signorina di quattordici anni, con un solo piccolo difetto: non mangia il pesce!

Evidentemente, il vecchio andante del “chi ha il pane non ha i denti” non passa proprio mai di moda; e la ragazza non sa proprio cosa si perde!

“Mimmo” è ormai un punto di riferimento non solo per noi pugliesi originari della terra della Daunia e del Gargano, ma di tanti “lombardi” che, a differenza di quanto si immagini, amano ed apprezzano il pesce, soprattutto quello buono e “sicuro”.

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Il mio personale piacere viene particolarmente esaltato quando “Mimmo” mi informa che c’è pesce fresco di Manfredonia o di Lesina/Poggio Imperiale, proponendomi cicale (canocchie) vive e saltellanti, seppie nere con le loro delicatissime uova, cannolicchi, telline (quelle che noi chiamiamo “cuchigljie”) e vongole di Lesina/Poggio Imperiale, scampetti dell’Adriatico freschissimi, prelibatissime alicine e tante altre varietà di pesce, che rievocano in me i sapori, i colori e i profumi della mia terra di origine, e che poi mia moglie trasforma in virtuosissimi e gustosi manicaretti.

E, tutto questo, in Lombardia!

“Mimmo”, con il suo banco del pesce, lo si può trovare anche il sabato mattina presso il mercato “grande” del centro di Sesto, alle spalle della Basilica Prepositurale di Santo Stefano, in via Cairoli.

Ma, da “Mimmo”, bisogna andare preferibilmente molto presto, per poter scegliere bene e trovare maggiore assortimento; naturalmente dipende dai giorni, anche in base al pescato fresco che arriva al mercato ittico generale e al relativo andamento delle aste … delle quattro di mattina!

 

Foto di Lorenzo Bove:

  1. “Mimmo” al lavoro presso il suo banco del pesce, Sesto San Giovanni (Milano), 2013;
  2. “Linguine con delizie di mare” (cannolicchi, telline, vongole e scampetti provenienti dal banco del pesce di “Mimmo”), Sesto San Giovanni (Milano), 2013.

 

 

19
Gen

Quale migliore offerta se non quella di Tornatore!

E’ presente in questi giorni nelle sale cinematografiche italiane l’ultima pellicola di Giuseppe Tornatore dal titolo “La migliore offerta”.

Una storia d’amore, ma anche un racconto drammatico e, al tempo stesso, un giallo sulle relazioni umane; questa,  in estrema sintesi, la trama del film scritto e diretto dal bravo regista italiano.

Un vero thriller d’autore che si snoda in una toccante storia d’amore, sbocciata per pura casualità e al limite dell’inverosimile, tra un attempato signore di sessanta anni e una ragazza di ventisette, avvolta da un alone di mistero, ove il celarsi diviene stimolo segreto alla scoperta.

Virgil Oldman, un esperto d’arte di grande fama, introverso e riservato ed anche un po’ misantropo, assai noto nel suo ambiente come battitore d’aste, viene contattato telefonicamente da Claire  Ibetson, una ragazza che desidera venga fatta una stima delle opere site nell’antica villa dei suoi genitori, da poco deceduti.

Ma, ad ogni incontro fissato la giovane tuttavia non si presenta, inventando sempre una nuova scusa. Nasce quindi nel maturo antiquario il desiderio di svelare il mistero che si nasconde dietro tutto ciò: un’impresa, questa, che cambierà per sempre la sua vita.

Ossessionato dalla figura femminile, negli anni Virgil ha raccolto una collezione impressionante di ritratti di donna custoditi gelosamente in un’enorme stanza segreta della sua casa, dove quotidianamente ammira quei volti, che rappresentano l’unico rapporto sentimentale di una vita sacrificata agli affari. Coltiva pochissimi e selezionati rapporti personali: tra questi, quello col fidatissimo collega di lungo corso Billy e quello col giovane Robert, abile restauratore di congegni meccanici.

Il racconto drammatico, che ha come tema centrale i rapporti umani e il binomio “essere ed apparire”, nel gioco tra verità e finzione, prende presto le sembianze di un giallo che ruota intorno alla misteriosa ragazza – di cui viene solo in seguito svelata l’identità – la quale dice di soffrire di agorafobia, malattia che le impedisce di frequentare luoghi affollati o aperti, rivelando altresì di non uscire dalla villa da ben dodici anni.

E sullo sfondo proprio quel Robert, il tuttofare specialista di meccanica al quale Virgil si rivolge per sistemare un antico “automa”, i cui pezzi sono celati nella casa della ragazza. E, man mano che l’automa prende forma, frammenti del mistero della ragazza vengono manifestati e l’esperto d’arte si avvicina sempre più a lei, fin quando l’enigma non si svela completamente.

Una vera impresa ricostruire, rotella per rotella, gli ingranaggi dell’automa del ‘700 – attribuito a Jacques da Vaucanson – le cui ferraglie vengono alla luce dalle stanze della villa.

E, dunque, l’automa, l’agorafobica e il misantropo vengono allo scoperto a poco a poco, con tempi e modalità drammaticamente combinati. La storia decolla e il maturo Virgil comincia a trascurare i suoi importanti impegni di lavoro per dedicarsi interamente alla ragazza.

Era la prima volta in vita sua che gli succedeva una cosa del genere.

E, dal suo Assistente, felicemente coniugato, al quale domanda come sia la vita con una donna, si sente rispondere: “Vivere con una donna è come partecipare ad un’asta. Non sai mai se la tua è l’offerta migliore”. Molto enigmatico il responso, ma forse premonitore di quanto sarebbe di lì a poco accaduto.

Infatti, tutto sembra procedere come sperato, ma al suo ritorno da Londra, da quella che sarà la sua ultima asta, ultimo traguardo verso il coronamento di una lunga e fortunata carriera, egli si scoprirà derubato.

Il vero colpo di scena del film: inenarrabile, sensazionale!

Tutta la sua collezione personale di dipinti originali, un patrimonio dal valore inestimabile, è irrimediabilmente sparita.

Di Claire più nessuna notizia, né di Robert, il giovane tuttofare, e neanche del custode della villa. Ma anche il vecchio e fidato amico Billy – che si scopre essere l’autore del presunto ritratto della madre della ragazza custodito nella villa – fa parte del complotto.

Gli era stato inferto un colpo mortale: Virgil era stato subdolamente tradito, nei sentimenti più intimi e profondi, dalle persone più care; ed era stato altresì privato, con l’inganno, anche della sua straordinaria collezione di ritratti di donna custoditi gelosamente, volti di donne con le quali egli viveva in simbiosi, al di la del loro straordinario valore commerciale.

“In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”: è una frase significativa del film che rappresenta la vera chiave di volta dell’ultima opera di Giuseppe Tornatore. Nella finzione cinematografica il concetto viene apparentemente attribuito alle opere d’arte, ma in effetti si riverbera con tutta la sua forza nella vita e soprattutto nei comportamenti dei personaggi che hanno ordito il complotto ai danni di Virgil Oldman.

Tornatore, nella parte conclusiva del film, ci mostra Virgil in una casa di riposo, in stato confusionale e sotto shock, vinto dal dolore. Con alcuni flash back vengono riesumati i suoi ultimi giorni di lucidità: nel bar – pub antistante alla villa, dove egli si reca per chiedere se qualcuno avesse notizie della sua dolce Claire, trova una nana, autistica e costretta su una sedia a rotelle, che gli rivela la propria identità: è lei la vera Claire e proprietaria dell’antica villa, che viene da lei stessa affittata soventemente a quelli che crede produttori cinematografici. E continua a cercarla, prende il treno e si reca a Praga; il finale lo vedrà attendere “una persona” seduto a un tavolo di un ristorante di Praga in cui Claire aveva raccontato di aver conosciuto l’ultima felicità.

“La migliore offerta” è dunque anche una bella lezione di vita, un insegnamento e una guida nei rapporti interpersonali quotidiani, in un mondo ove i “valori” spesso vengono sottovalutati se non completamente ignorati. Un film che, impreziosito dalle stupende musiche di Ennio Morricone, offre al pubblico l’opportunità di godere di uno spettacolo di elevato spessore artistico, etico e morale.

2
Gen

In ricordo di Maria, una donna del mio paese davvero speciale!

Nei giorni scorsi, a  trent’anni  dalla sua scomparsa, è stata commemorata  a Poggio Imperiale la figura di una nostra cara compaesana che ha lasciato una traccia indelebile del suo percorso terreno, permeato di bontà, carità e di amore verso gli altri.

Maria Zangardi, una donna del mio paese davvero speciale.

Anch’io e mia moglie, che abbiamo avuto il piacere di conoscerla personalmente, ci sentiamo di poterne testimoniare le virtù,  i pregi  ed anche i meriti,  pur avendo noi lasciato il paese tanti anni fa.  Ma sicuramente gli anni della reciproca frequentazione sono stati sufficientemente significativi per poter apprezzare le sue qualità personali, oltre che  il valore della sua opera,  ispirata a principi di umiltà  e svolta in un contesto di estrema sobrietà.

In occasione dell’evento, la dott.ssa Titti de Nucci ha scritto per lei un elogio funebre di grande spessore, che ha fatto da cornice alla celebrazione della Santa Messa, e particolarmente toccanti e profonde si sono rivelate le riflessioni e le parole dell’autrice.

Riporto, qui di seguito, un articolo della Prof.ssa Antonietta Zangardi, sorella della cara Maria, pubblicato il 26 dicembre scorso anche su “Gazzettaweb.info”, dal titolo “Un albero con le radici in Cielo ed i frutti sulla terra”,  nel quale viene integralmente riportato il pensiero della de Nucci.

 

UN ALBERO CON LE RADICI IN CIELO ED I FRUTTI SULLA TERRA

 

Il 21 dicembre abbiamo ricordato i trent’anni della dipartita di Anna Maria Zangardi, chiamata da tutti Maria nella Parrocchia di S. Placido Martire a Poggio Imperiale.

Durante la celebrazione della S. Messa il Parroco, don Luca De Rosa, pur non conoscendo la figura carismatica di Maria, il suo amore per la Chiesa, la dedizione, l’umiltà e la costante disponibilità verso gli altri, verso gli ultimi, ha sottolineato l’importanza del ricordo nella Chiesa di quelle persone che hanno sempre svolto un ruolo di servizio nella storia della parrocchia.

La dott.ssa Titti de Nucci ha voluto ricordarla scrivendo una pagina, letta dopo la celebrazione dalla prof.ssa Maria Bove, delineando la personalità di Maria e la sua costante e discreta presenza nella parrocchia.

Di seguito riportiamo il significativo ricordo della dott.ssa De Nucci.

« Ricordare Maria oggi, a trenta anni dalla sua morte significa, prima di tutto, non tradire la sua autenticità, significa non lasciare spazio né alla retorica, né alla tentazione dell’enfasi che inesorabilmente ci fa ricordare solo le cose positive di chi non c’è più.

Il 21 dicembre di 30 anni fa, si compiva l’ultimo atto del cammino in terra di Maria, in compagnia di una malattia breve e violentissima che non aveva consentito nessuna possibilità di cura, né quasi aveva dato il tempo di comprenderne l’irreversibilità.

Mentre Maria entrava nell’eternità alla vigilia di quel Natale del 1982 e, con le parole del Papa Benedetto XVI si concretizzava il saluto dell’angelo alla futura madre di Gesù, che, secondo il Papa, è “ un invito alla gioia, a una gioia profonda e annuncia la fine della tristezza che c’è nel mondo di fronte al limite della vita, alla sofferenza, alla morte, alla cattiveria, al buio del male che sembra oscurare la luce della bontà divina”, di sicuro ella non lasciava solo il suo Poggio Imperiale! Quel “Tarranov” per cui, nei campi scuola dell’Azione Cattolica si era composta pure una canzone!

C’è un’immagine molto bella che dice che i santi sono alberi con le radici in Cielo ed i frutti sulla terra; siamo certi che Maria, dopo aver piantato le sue radici in cielo non ha mai smesso di far ricadere i suoi frutti su Poggio Imperiale. È vero che ci ha lasciato il suo esempio, la testimonianza della sua Fede semplice, certa, autentica, solida, ma è altrettanto vero che la sua presenza spirituale, la vicinanza e l’amore per le vicende di questo paesino si è sempre  avvertita.

Durante la sua vita ha sempre condiviso problemi e gioie di ognuno, con una presenza che non invadeva, ma che garantiva la discreta e solidale vicinanza. All’interno della vita parrocchiale, della vita associativa dell’Azione Cattolica, dell’impegno educativo verso i bambini ed i giovani, Maria era una presenza certa, scontata, non banale, ma propositiva e fattiva. Si trattasse dell’impegno di preghiera, di azione o di testimonianza, Maria c’era. In Chiesa Maria aveva il suo posto fisso, tanti hanno fatto fatica ad abituarsi alla sua assenza in Chiesa. La sera un folto gruppo di giovani e donne si trovava in Chiesa per la “Benedizione” ed intonava con don Giovanni senior il Tantum Ergo, al termine si facevano quattro chiacchiere sul sagrato, qualche volta un gelato e due passi e così si compiva “la movida della sera del villaggio”.

Nei periodi liturgici più significativi bisognava incontrarsi più spesso, talvolta anche tutti i giorni, per organizzare, prepararsi e Maria era quella che catalizzava l’impegno di tutti e soprattutto non risparmiava energie, servizio, risorse, esempio per tutti di generosità sincera e totale. Vederla alle prese con spazzoloni e scope per tirare a lucido le Chiese o il Salone era per tutti esempio di umile servizio e vivente traduzione della lettera di San Paolo ai Corinzi “ la carità è paziente, è benigna la carità, non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.” Maria è stata veramente tutto questo nella sua autenticità.

Nell’udienza generale di mercoledì scorso (19 dicembre 2012), in vista del Natale il Papa ha fatto delle considerazioni che ci piace pensare dette anche per Maria: “Quanto più ci apriamo a Dio, accogliamo il dono della fede, poniamo totalmente in lui la nostra fiducia – ha assicurato il Papa additando come esempio Abramo e la Madonna –  tanto più che egli ci rende capaci, con la sua presenza di vivere ogni situazione della vita nella pace e nella certezza della sua fedeltà e del suo amore”. A patto, però di “uscire da se stessi e dai propri progetti, perché la parola di Dio sia lampada che guida i nostri pensieri e le nostre azioni”.

Sembra proprio che il Papa parli di Maria Zangardi quando dice che “il  sì di Maria alla volontà di Dio, nell’obbedienza della fede, si ripete lungo tutta la sua vita, fino al momento più difficile, quello della Croce”».

Grazie Maria per la tua vita, grazie per la tua testimonianza, la tua costante gioia, il tuo ottimismo. Grazie Signore per avercela donata, togliercela era nei tuoi progetti, per noi imperscrutabili.

Antonietta Zangardi

 

 L’articolo di Antonietta Zangardi è pubblicato anche sul Sito: www.gazzettaweb.net

alla pagina: http://www.gazzettaweb.net/it/journal/read/Un-albero-con-le-radici-in-Cielo-ed-i-frutti-sulla-terra.html?id=796

 

29
Dic

Addio 2012 e Benvenuto 2013, nonostante la profezia dei Maya!

  

Il  duemiladodici  ormai volge al termine.

Inesorabilmente, ancora un altro anno sta per finire e – come sempre – ciò accade in pieno inverno, al freddo  e di notte, allo scoccare della mezzanotte del prossimo 31 dicembre.

Ma, come il seme del grano che d’inverno, al buio, nelle viscere della terra, si decompone per  poi germogliare e rinascere in primavera, perpetuando in questo modo  la sua eterna missione di donarci il nostro pane quotidiano,  così il vecchio anno puntualmente si dissolve per rifiorire subito dopo  più giovane, più sano e più vigoroso di prima.

E, così facendo, il novello anno  finisce con il mettere di buon umore tutti, grandi e piccini, contribuendo a far dimenticare, almeno per un po’, i problemi che tutti i giorni assillano l’umanità.

Non saremmo altrimenti  in grado di superare le amarezze, le tristezze e le angosce derivanti dai dispiaceri, dai soprusi, dalle guerre, dalle malattie e dalla morte di persone care.

Per lo meno sotto il profilo psicologico, il nuovo anno induce a proiettarsi verso il futuro,  con rinnovato spirito di iniziativa ed impegno, condizione – questa – che spesso genera  benefici  alla mente e talvolta anche al fisico.

Comunque, al di là di ogni ulteriore considerazione, è sicuramente meglio ragionare in maniera positiva, evitando di piangerci addosso e sforzandoci, per quanto possibile ed ognuno per la propria parte, di fare qualcosa perché il mondo migliori, perché la società migliori.

Questo è il mio modo più semplice di augurare a tutti un buon duemilatredici.

Buon Anno Nuovo, dunque, nonostante la profezia dei Maya, secondo cui la fine del mondo era prevista per lo scorso 21.12.2012: ma noi non ci avevamo creduto neanche un po’!

 

 Foto: Calendario Atzeco, Città del Messico

Il calendario Maya, chiamato anche Calendario Azteco è in esposizione al Museo Nazionale di Antropologia e Storia situato all’interno del Chapultepec Park, a Città del Messico.

Il Calendario Azteco (Pietra del Sole) è scolpito su un monolite di roccia basaltica con un diametro di 3.54 metri e un peso di circa 24 tonnellate.

24
Dic

Buon Natale!

 

 

 

Il Santo Natale è la festività cristiana per eccellenza che ricorda e celebra la Natività del Bambino Gesù.

È la festa più sentita tra i cristiani, anche se, negli ultimi anni, ha assunto un significato piuttosto laico, legato quasi esclusivamente allo scambio di regali e a figure del folclore come Babbo Natale.

Sono strettamente legate alla festività del Natale la tradizione del presepe, di origine medioevale (San Francesco d’Assisi), e l’addobbo dell’albero di Natale, diffusosi successivamente a partire dal Nord Europa.

Ma il Natale è soprattutto, e per tutti, un giorno di pace, di amore e di serenità.

E il dono più grande che si può offrire è quello di poter dare un po’ di sé agli altri, ed in particolar modo ai più bisognosi, agli infermi e agli afflitti di qualunque specie, natura, origine e per qualsivoglia ragione.

Buon Natale!

 

Affresco “Adorazione del Bambino” dell’artista Beato Angelico (1395-1455), Museo di San Marco a Firenze

14
Dic

Ed ecco la neve a Milano!

 

 

 

Milano si è svegliata sotto la neve.

 

 

Dopo i primi assaggi dei giorni scorsi in occasione di Sant’Ambrogio e relativa “prima” della Scala, ecco la prima vera nevicata (questa volta per Santa Lucia).

Milano e relativo interland milanese si sono svegliati stamattina in compagnia di un manto nevoso che durante la notte aveva ricoperto case, strade, alberi, offrendo uno paesaggio prenatalizio davvero speciale.

Peccato per i disagi da affrontare per recarsi al lavoro o comunque per attendere alle normali attività quotidiane.

I fiocchi caduti si sono stratificati, al momento, per una decina di centimetri e continua ancora, piano piano, a nevicare.

E’ previsto che continuerà per tutto il giorno e anche per tutta la prossima notte, in modo più intenso in serata odierna.

In alcune zone della Lombardia, specie tra bresciano e bergamasco, ma anche in Brianza, sta nevicando ancora di più ma gli scenari offerti da Milano e dalle città dell’interland milanese sono particolarmente suggestivi.

Uno spettacolo straordinario da ammirare e, magari, anche da fotografare!

Foto, Sesto San Giovanni (Milano), Dicembre 2012, L. Bove

13
Dic

Oggi è Santa Lucia!

L’attesa nevicata di “Santa Lucia” prevista dai nostri metereologi è arrivata. Pare che la neve toccherà tra questa sera e domani tutto il centro settentrione d’Italia, mentre il centro sud sarà interessato da maltempo accompagnato da piogge, anche intense.

Questo è il bollettino meteorologico!

Ma la situazione non assume alcun rilievo circa l’attesa di grandi e piccini delle località ove i festeggiamenti di Santa Lucia sono sempre molto attesi, poiché è Lei che porta i doni, anticipando in questo modo Gesù Bambino, Babbo Natale e la Befana.

Infatti, in alcune città d’Italia, é Santa Lucia che ogni anno porta i doni ai bambini.

La leggenda.

Si racconta che Lucia fosse una bella fanciulla siciliana, figlia di un ricco nobile di Siracusa e tutti la conoscevano per la sua dolcezza ed amorevolezza. A quel tempo in Sicilia imperversava il paganesimo e Lucia mostrando un certo interesse per il Vangelo, decise di convertirsi al cristianesimo. I suoi genitori avevano deciso di farla sposare, ma Lucia non ne volle sapere per ben due motivi: il futuro sposo non era cristiano e perché lei aveva deciso di dedicare la sua vita al Signore. Questa risolutezza, però, non venne rispettata dai familiari della ragazza ed iniziò per lei una vera e propria persecuzione, con l’intento di farle cambiare idea. Quando furono certe le intenzioni della fanciulla, che non intendeva piegarsi minimamente al volere altrui, né rinnegare la propria fede, le vennero prima strappati gli occhi e poi venne uccisa miseramente. Da allora Santa Lucia fu considerata la protettrice degli occhi e della vista, ed il giorno del suo martirio, che cade il 13 dicembre, inizia il suo viaggio col suo affabile e fedele asinello portando i doni ai bambini buoni.

E, dunque, le visite di Santa Lucia presso le abitazioni dei bambini bravi continuano ogni anno, indipendentemente dalle condizioni atmosferiche … anche se nevica!

Ma dove si trova, oggi, la reliquia del corpo di Santa Lucia?

Per logica deduzione, i più sono convinti che si trovi a Siracusa, in Sicilia, ma così non è.

Il corpo di Santa Lucia riposa nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia a Venezia presso l’altare di Santa Lucia.

Il corpo è conservato in un’urna di cristallo. Il 7 novembre 1981 il corpo fu rubato e successivamente restituito: in quella occasione fu studiato, identificato e autenticato come il corpo della Santa.

Nel 1955, l’allora cardinale Roncalli, divenuto poi papa Giovanni XXIII ed in seguito proclamato Beato, fece preparare una maschera d’argento per coprire il volto delle spoglie mortali.

Una delle chiese più importanti per quanto riguarda il culto di Santa Lucia è la chiesa di Venezia dedicata ai Santi Geremia e Lucia. Qui è conservata la reliquia del corpo di una giovane martire che secondo l’opinione di autorevoli studiosi risulta essere proprio il corpo di Santa Lucia.

La chiesa si affaccia sul Canal Grande: da lì possiamo leggere l’iscrizione:

“Lucia vergine di Siracusa in questo tempio riposa. 

All’Italia ed al mondo ispiri luce e pace”.

L’attuale chiesa è stata nel luglio 1998 bersaglio di un incendio doloso.

Il “tesoro” della Santa contiene anche la sua corona e una sua veste.

Santa Lucia è considerata dai devoti la protettrice degli occhi, dei ciechi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi.

Il corpo della Santa, prelevato in epoca antica dai Bizantini a Siracusa, è stato successivamente trafugato dai Veneziani che conquistarono Costantinopoli (l’attuale Istanbul) ed è quindi attualmente conservato e venerato nella chiesa di San Geremia e Lucia a Venezia. Le sacre spoglie della santa siracusana tornarono eccezionalmente a Siracusa per sette giorni nel dicembre 2004 in occasione del 17º centenario del suo martirio.

L’arrivo e la partenza delle spoglie furono salutati da una incredibile folla di siracusani; riscontrata l’elevatissima partecipazione e devozione dei devoti, siracusani e non, da allora si è fatta strada la possibilità di un ritorno definitivo tramite l’avvio di alcune trattative tra l’Arcivesvovo di Siracusa Giuseppe Costanzo e il Patriarca di Venezia Angelo Scola.

Foto, Venezia 2012, L.Bove

9
Dic

“Amore e Psiche” a Milano, in un contesto incantato!

Una scultura e un dipinto, congiuntamente, in un’esposizione straordinaria che rievoca il mito di “Amore e Psiche”, attraverso due capolavori neoclassici: l’opera scultorea “Amore e Psiche stanti” di Antonio Canova e la tela “Psyché et l’Amour” di François Gérard.

Un confronto inedito tra pittura e scultura, due meraviglie del Louvre esposte per la prima volta insieme nel cuore di Milano, protagonisti “Amore e Psiche” e la loro storia d’amore.

I due capolavori dell’arte neoclassica, messi a disposizione dal Museo del Louvre di Parigi, sono ospitati presso la prestigiosa Sala Alessi di Palazzo Marino di Milano dal 1 dicembre 2012 al 13 gennaio 2013.

Il mito di  “Amore e Psiche” raccontato in due opere straordinarie, la scultura di Antonio Canova “Amore e Psiche stanti” del 1797 e “Psyché et l’Amour” il dipinto di François Gérard, realizzato un anno dopo, nel 1798.

Per la prima volta esposti insieme, in un contesto incantato, all’interno di Palazzo Marino, la nota sede del Comune a Milano.

E, in effetti, quando si entra nella cinquecentesca Sala Alessi si stenta quasi a riconoscerla, trasformata per l’occasione in un giardino notturno, idealmente quello in cui Zefiro porta Psiche per volere di Cupido. Una bellissima favola.

Per il quarto anno consecutivo, il Comune di Milano rinnova la partnership con il Louvre di Parigi, offrendo al pubblico milanese l’opportunità di ammirare, a Milano, capolavori del Louvre.

I capolavori protagonisti delle precedenti edizioni sono stati: “L’Adorazione dei pastori” e il “San Giuseppe falegname” di Georges de la Tour (lo scorso anno), “Donna allo Specchio” di Tiziano (nel 2010) e “San Giovanni Battista” di Leonardo da Vinci (nel 2009).

Quest’anno, due opere di straordinaria bellezza ispirate al mito greco di “Amore e Psiche”; due capolavori che, seppur in modo diverso,  rievocano la celebre leggenda mitologica.

La favola, contenuta nel libro “Le metamorfosi” di Apuleio (II secolo d.C.), narra la storia della giovane Psiche, una fanciulla talmente bella da scatenare la terribile gelosia di Venere e l’amore appassionato di Cupido.

Prima di potersi ricongiungere al suo divino consorte, la giovane è costretta a compiere una serie di prove, al termine delle quali otterrà l’immortalità.

Come in una sorta di percorso iniziatico, Psiche supera le prove che incontra lungo il suo cammino e riesce a raggiungere l’Olimpo, dove potrà finalmente sposare il suo Amore.

L’OPERA DI ANTONIO CANOVA: “AMORE E PSICHE STANTI”.

Antonio Canova (1757-1822) è uno degli scultori più apprezzati del Neoclassicismo italiano, figlio di uno scalpellino, muove i suoi primi passi nella bottega dello scultore G. Bernardi. Le sue prime opere rivelano riferimenti “berniniani”, che vengono presto superati con il gruppo scultoreo di “Dedalo e Icaro”; un’opera, anch’essa ispirata alla mitologia classica, che permette al giovane Canova di compiere un viaggio a Roma, dove rimane folgorato dalla bellezza dei marmi d’ispirazione classica e ha l’opportunità di farsi conoscere sulla scena artistica internazionale. La sua capacità d’interpretazione si manifesta nel “Teseo sul Minotauro”, eseguito su commissione dell’ambasciatore veneziano in visita a Roma. Il successo della scultura frutta all’artista prestigiose commissioni nel mondo aristocratico ed ecclesiastico. Fra queste spiccano i monumenti funebri, nei quali la morte è sviluppata su un duplice registro: quello civile della memoria dell’eroe come “exemplum virtutis” (come il monumento di Vittorio Alfieri) e quello elegiaco del ricordo degli affetti e delle virtù personali (il monumento funebre a Maria Cristina d’Austria ne è un esempio).  Dopo aver affrontato il tema della morte, Canova realizza opere a sfondo mitologico. La più famosa è senza dubbio “Amore e Psiche”, commissionata nel 1797 dal colonnello scozzese John Campbell e successivamente acquisita da Napoleone. Ispirato alla favola di Apuleio, il gruppo scultoreo ritrae l’attimo in cui la fanciulla, drappeggiata in un sottile velo, prende la mano di Amore per deporvi una farfalla, simbolo della propria anima. Il giovane dio, di poco più basso, poggia la testa sulla spalla della donna, cingendole il collo con il braccio destro. Il gesto d’amore, immortalato dallo scalpello in un non-tempo immaginifico, è sorretto da un piedistallo decorato con ghirlande e farfalle, che coniugano la precisione tecnica con il fascino delle favole antiche.

L’OPERA DI FRANÇOIS GÉRARD: “PSYCHÉ ET L’AMOUR”.

François Gérard (1770-1837) è un pittore e incisore francese, ma nato a Roma nel 1770 e trasferitosi con la famiglia a Parigi appena dodicenne, dove iniziò la carriera artistica che lo vide presto allievo del famoso Jacques-Louis David, per poi prenderne le distanze nel corso del suo percorso artistico. Lo stile di Gerard si distingue per la serenità compositiva e la delicatezza cromatica, che improntano i suoi quadri mitologici quanto i dipinti storici, apprezzati soprattutto in età napoleonica. Dopo anni di travagli e difficoltà a seguito della morte del padre, espone al Salon del 1798 il suo “Psyché et l’Amour”, ispirato all’opera di Canova, ma più denso di erotismo. Il dipinto, considerato da Ingres come “il più bel quadro della scuola dopo David”, gli assicura un successo di pubblico tale da portarlo in brevissimo tempo a diventare il Primo Ritrattista di Francia. Secondo i critici d’arte, “Psyché et l’Amour” raffigura l’istante in cui Psiche immagina di ricevere il primo bacio di Amore (per volere di Venere alla donna era, infatti, impedito di vedere il dio). La freddezza solo apparente della composizione, le forme ben definite dai contorni e la resa minuziosa dei dettagli evidenziano la purezza della rappresentazione e la raffinatezza della sua ispirazione.

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