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19
Nov

I privilegi sono duri a morire!

L’erba del vicino è sempre più verde, recita un vecchio andante, e così sembra che la pensino la stragrande maggioranza dei cittadini italiani. Forse, a volte, bendandosi volutamente gli occhi e turandosi pure le orecchie, per non guardare la realtà delle cose nella loro vera luce e  per non sentire le ragioni degli altri.

Una vera e propria guerra tra poveri, quella che si sta combattendo nel nostro Paese  negli ultimi tempi e nessuno s’accorge che si sta facendo il gioco di una classe politica che “predica bene e continua a razzolare male”.

Privilegi, da ogni parte e per tutti, nessuno escluso!

Dalle “ostriche e champagne” per taluni, alle “case popolari, pensioni di invalidità e tanto ancora” per altri.

E, allora, via alla caccia dei privilegiati di turno: oggi tocca ai politici, domani ai sindacalisti, dopodomani agli impiegati statali, e poi ai pensionati baby, e poi ancora ai falsi invalidi, e dopo ai pensionati d’oro, e così via all’infinito.

E’ forse giunta l’ora di dare un taglio netto al sistema e di pensare veramente al bene del Paese e dei suoi cittadini, cominciando da una riforma ragionata della nostra Carta Costituzionale, che punti soprattutto sullo snellimento e l’efficientamento della compagine politica oltre che sul contenimento dei costi relativi.

Una Camera dei Deputati più contenuta nel numero dei suoi membri da eleggere con sistema maggioritario a doppio turno (adeguando in tal senso la legge elettorale) ed un Senato formato esclusivamente da membri già eletti nelle  Regioni che andranno così a rappresentare in Parlamento e dei comuni maggiormente rappresentativi, con competenze diversificate, per snellire l’iter legislativo che oggi impone il passaggio obbligatorio in entrambi i rami del Parlamento. Ripensare seriamente ad una forma di governo che ci avvicini ai paesi occidentali più evoluti, senza preclusioni anche verso ipotesi di Repubblica Presidenziale (all’americana) o Semipresidenziale (alla francese). Di ciascun politico, ad ogni livello, dovrà essere pubblico il proprio curriculum vitae e il proprio patrimonio.

Abolizione delle Province e formazione delle Città Metropolitane,  prevedendo forme di consorzializzazione di Comuni di piccole dimensioni al fine di creare sinergie in termini di gestione.

Un taglio alle Società comunque partecipate dallo Stato e dagli Enti Pubblici, aprendo completamente al mercato e alla concorrenza.

Azzeramento delle consulenze esterne, con il precipuo obbligo di ricorrere agli uffici interni ovvero agli Organismi statali preposti.

I Partiti politici e i Sindacati dovranno assumere connotazioni proprie delle Società, nel pieno rispetto della regolamentazione che ne regola la costituzione, la gestione e la cessazione, con bilanci trasparenti e innanzitutto pubblici.

Eliminazione del finanziamento pubblico dei Partiti, con forme di contribuzioni volontarie da parte dei privati, debitamente documentate.

Eliminazione delle trattenute sindacali sullo stipendio, con forme di contribuzioni volontarie da parte degli iscritti, debitamente documentate.

Costi standard per gli acquisti e gli approvvigionamenti dello Stato, tanto in sede centrale che nelle sedi territoriali.

Flotta aerea e parco autovetture riproporzionati alle reali ed effettive esigenze istituzionali.

Emolumenti dei politici correlati alla media dei valori europei.

E, questo, solo per iniziare, poiché gli interventi dovranno necessariamente toccare anche altri comparti dello Stato, ove vige una pregiudiziale chiusura a qualsiasi forma di cambiamento.

Una per tutte, la Giustizia. Lo sdoppiamento della Magistratura requirente dalla Magistratura giudicante e la responsabilità dei Magistrati rappresentano temi ineludibili.

Non credo, personalmente, che con le urla e con i proclami senza costrutto si possano cambiare le cose.

Lo scrittore Francesco Alberoni sostiene che “tutti hanno privilegi da conservare, interessi da difendere, denaro da chiedere, e sebbene tutti invochino drastiche riforme, nessuno accetta di rinunciare a qualcosa di ciò che ha già”[1]

Il “do ut des” continua ad intrecciare la politica e le amministrazioni pubbliche con l’imprenditoria privata (o finta tale), generando clientele e collusioni che influenzano negativamente l’economia e la società stessa nei suoi ideali più profondi.

Altro pregiudizio è rappresentato dalla disparità di approccio tra i partecipanti al mercato, anche solo nelle richieste di sussidi o aiuti da parte di associazioni di categoria o gruppi di interesse, nel mentre taluni altri soggetti stentano ad ottenere prestiti, aree o semplicemente spazi per la vendita al dettaglio.

Ma sopravvive anche il familismo, inteso come  particolare rapporto fra famiglia, società civile e Stato, nel cui quadro i valori e gli interessi della famiglia sono contrapposti agli altri momenti principali della convivenza umana, dando vita ad altrettanti squilibri nelle diverse realtà, che possono spaziare dalle Università e dal mondo della cultura in generale, alla sanità, alla politica, all’imprenditoria, al sistema economico e finanziario ed altro ancora.

Condizioni, tutte queste, che prestano poi il fianco all’insorgere e al consolidamento di fenomeni che tutti diciamo, spesso solo a chiacchiere,  di voler combattere, quali la mafia, la camorra, la ndrangheta, la sacra corona unita e chi più ne ha più ne metta.

L’attuale Governo Letta delle c.d. larghe intese riuscirà a traghettarci verso l’auspicata Terza Repubblica oppure dovremo continuare a sentir parlare ancora di privilegi duri a morire, tra proclami, falsi profeti e senza nulla di fatto?

 

 

 

 



[1] Francesco Alberoni, “La giostra del privilegio ci rovinerà. In Italia tutti cercano di far prevalere il loro potere di blocco e di ricatto”, Il Giornale di lunedi 18/11/2013, prima pagina.

20
Ott

“Editto di Costantino: attualità e suggestioni per il nostro oggi”

Ricorre quest’anno il 1700° anniversario dell’Editto di Costantino, detto anche “Editto di Milano”.

Secondo l’interpretazione tradizionale, Costantino e Licinio firmarono nel febbraio del 313 a Milano, capitale della parte occidentale dell’impero romano, un Editto per concedere a tutti i cittadini, e quindi anche ai cristiani, la libertà di onorare le proprie divinità.

Per l’occasione, il Decanato di Sesto San Giovanni ha organizzato una serata di approfondimento, sul tema “Editto di Costantino: attualità e suggestioni per il nostro oggi”, che si terrà presso il cinema teatro “Manzoni”, in piazza Petazzi 18, alle ore 21,00 del prossimo martedi 29 ottobre.

Interverranno: Paolo Branca, docente Università Cattolica e componente Commissione Diocesana per dialogo interreligioso; Giacomo Costa, direttore di Aggiornamenti Sociali; Savino Pezzotta, già segretario generale Cisl, presidente de “La Rosa per l’Italia”, portavoce del Family Day del 2007.

Coordinerà l’incontro il giornalista Giorgio Bernardelli.

L’iniziativa culturale si colloca a conclusione dell’Anno della Fede ed offre l’opportunità di riflettere e riscoprire i valori che provengono dalla storia e che sono ancora di attualità nel nostro vivere di oggi.

L’Editto di Milano (noto anche come Editto di Costantino, Editto di tolleranza o Rescritto di tolleranza) venne sottoscritto dai due Augusti dell’impero romano, Costantino per l’Occidente e Licinio per l’Oriente, in vista di una politica religiosa comune alle due parti dell’impero, ed il patto fu stretto in Occidente in quanto il senior Augustus era Costantino. Le conseguenze dell’Editto per la vita religiosa nell’impero romano furono tali, da farne una data fondamentale nella storia dell’Occidente e per l’intera cristianità.

Nella foto riportata sopra, si possono osservare alcuni resti dei palazzi imperiali  che si trovano in via Brisa a Milano, che – nel IV secolo – fu capitale della parte occidentale dell’Impero Romano [Foto di Lorenzo Fratti, 2007, http://it.wikipedia.org/wiki/File:ImperialpalaceMilan.jpg]. Si scorgono le basi di un’edicola che probabilmente era dotata di colonne, con attorno un corridoio e diversi locali.

In uno di questi palazzi potrebbe essersi concretizzato l’accordo tra Costantino e Licinio.

Ma, molto più verosimilmente, ciò è avvenuto poco più in là, in una località ove ora sorge San Giorgio al Palazzo, una Chiesa cattolica del  centro storico di Milano, situata in Piazza San Giorgio al Palazzo, lungo l’asse della via Torino.

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Proprio all’interno di San Giorgio al Palazzo vi è una lapide del 1978 che ricorda la stesura dell’ Editto di Milano, nel 313 d.C., avvenuta nel palazzo imperiale sulle cui rovine sorge questa Chiesa, e dal quale prende il nome [Foto di Giovanni Dall’Orto, 2007, http://it.wikipedia.org/wiki/File:IMG_6735].

La Chiesa è attualmente sede della rappresentanza milanese dei cavalieri del  Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.

A Milano, una imponente statua dell’imperatore Costantino è collocata sul sagrato della Chiesa di San Lorenzo, nelle adiacenze delle colonne, dette propriamente di San Lorenzo [Foto di Lorenzo Fratti, 2007, http://it.wikipedia.org/wiki/File:Costantinomilano.jpg[].

Statua Costantino

Le colonne di San Lorenzo sono un’antica costruzione di epoca romana di Milano; situate di fronte alla Basilica omonima in prossimità della porta Ticinese medievale, e rappresentano uno dei rari reperti superstiti della Milano imperiale. Si tratta di sedici colonne in marmo con capitelli corinzi che sostengono la trabeazione [Negli ordini architettonici classici, struttura che posa su colonne, composta dell’architrave, del fregio e della cornice] che fu di un edificio romano risalente al III secolo, probabilmente delle grandi  terme volute dall’imperatore Massimiano. Le colonne vennero trasportate nell’attuale locazione nel IV secolo a completare la nascente Basilica di San Lorenzo. Appoggiati alla basilica vi sono altri corpi, tra cui notevole è la cappella di sant’Aquilino con mosaici di età romana.

Le colonne rivestono un significato affettivo per alcuni milanesi in quanto testimonianza visibile dell’antica Mediolanum, che ha resistito alla furia distruttiva dei Goti, del Barbarossa, dei bombardamenti dell’ultima guerra mondiale e anche alla furia ricostruttrice dei suoi cittadini.

Fino al 1935 lo spazio tra la Chiesa e le colonne era interamente occupato da vecchi edifici popolari, a ridosso della facciata stessa della Basilica, che di fatto era interamente circondato da vecchie case.

Nonostante i progetti per salvare questo angolo cittadino estremamente pittoresco, il piano di rinnovazione decise di aprire la piazza demolendo le strutture fatiscenti, liberando la Chiesa frontalmente.

Il bombardamento della città nel 1944 e nel 1945 rese inagibili anche molte case sul retro, e nel dopoguerra si decise di lasciare libera l’area allestendo un parco, che prese il nome di  Parco delle Basiliche grazie alla presenza di San Lorenzo da un lato, e della Basilica di Sant’Eustorgio dall’altro.

Nell’attuale parco vi era una depressione con dell’acqua, e forse vi era anche un porto. L’area era chiamata “via della Vetra” forse dal nome dei conciatori di pelli (“vetraschi”), forse da “Vectra”, canale trasportatore delle acque a Sud di Milano, alimentate da Nord attraverso i fiumi Seveso e Nirone. In ogni caso si trattava di acque maleodoranti. Il luogo divenne poi un’area dove si tenevano supplizi, impiccagioni ed esecuzioni capitali.

A ricordarlo un monumento settecentesco in sostituzione della croce precedente. Ora si chiama “piazza Vetra”.

 

6
Ott

Caravaggio a Roma nella Cappella Contarelli

A Roma, in pieno centro, nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, nei pressi di piazza Navona e nelle immediate vicinanze di Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica Italiana, si trovano tre bellissime tele di Caravaggio realizzate per la Cappella Contarelli tra il 1599 e il 1602 e che rappresentano anche un importante punto di svolta nello stile del grande maestro.

Le tre opere sono dedicate a San Matteo e raffigurano, rispettivamente, “San Matteo e l’angelo”,  la sua “vocazione” e il suo “martirio”.

Il primo dei tre dipinti che Caravaggio realizzò fu quello del “martirio di San Matteo”. La tela rappresenta il Santo sopraffatto da un soldato etiope mandato dal re Hirtacus per impedire che egli proseguisse la sua opera di proselitismo. Un angelo si sporge da una nuvola per porgere al Santo la palma simbolo di martirio. Tutto intorno vi è un aprirsi della folla che assiste inorridita a quanto sta avvenendo. Tra le persone ritratte si riconosce in fondo a destra un uomo con barba e baffi che probabilmente è lo stesso Caravaggio. L’intera scena è circondata dal buio, come se il tutto stesse avvenendo di notte, con una luce che rischiara l’immagine dall’oscurità. Da questo momento Caravaggio userà sempre il fondo scuro per le sue immagini.

Sicuramente il quadro della “vocazione di San Matteo” risulta più efficace e compiuto. Motivo principale del quadro è il fascio di luce che proviene da una finestra che non si vede, posta sulla destra dell’immagine. Questa luce ha un valore altamente simbolico. Essa proviene dalle spalle di Gesù, quasi forza che lo precede, ed è tale la sua intensità che la finestra aperta sulla parete di fronte non emana alcuna luce. Se questa finestra non emana luce perché è notte, a maggior ragione la luce da destra che rischiara l’ambiente ha un valenza prettamente simbolica. Il fascio di luce lascia intravedere la figura di Gesù, parzialmente coperta da quella di San Pietro. Entrambi stanno indicando San Matteo, ma il gesto di Gesù ha una maggiore forza e determinazione. San Matteo, al momento della chiamata di Gesù, era un gabelliere, cioè un esattore di tasse. Incarico sicuramente odioso e non esente da una componente violenta. Quando Gesù lo incontrò, gli disse di seguirlo e San Matteo abbandonò tutto per obbedirgli. Caravaggio trasforma questo episodio in una scena dei suoi tempi. San Matteo, e gli altri gabellieri seduti con lui a contare i denari raccolti, hanno abiti seicenteschi, ed anche l’ambiente somiglia molto ad una taverna della Roma di quegli anni. Come a dire che il sacro non ha una collocazione lontana nel tempo e nello spazio, ma è sempre presente tra di noi. E una sua chiamata può sempre giungerci. Ovviamente il crudo realismo di Caravaggio ebbe un ruolo determinante per giungere a questo risultato. Da questo momento in poi la pittura di Caravaggio acquista un carattere sempre più drammatico, sia nei soggetti sia nel suo stile che accentua in maniera violenta i contrasti tra luci ed ombre. Tuttavia la prevalenza è sempre dell’oscurità, e le immagini si riducono all’essenziale rischiarate da una luce che ha sempre un valore più simbolico che reale. Per questo i quadri di Caravaggio producono sempre una forte risonanza interiore in chi guarda: sono il frammento di un mistero che non si riesce mai a rischiarare.

La luce che illumina la scena rappresenta una delle “inquadrature” più famose della storia dell’arte, ragione per cui molti sono i visitatori che provengono da ogni parte del mondo per poterla ammirare di persona, dal vivo.

Il terzo quadro con “San Matteo e l’angelo” fu realizzato da Caravaggio in un secondo momento, dopo che i committenti (gli eredi del Cardinale Contarelli) decisero di rimuovere una statua realizzata dallo scultore fiammingo Jacob Cobaert. Caravaggio realizza una prima versione, ma gli eredi la rifiutarono, in quanto San Matteo appariva con l’aspetto di un popolano quasi analfabeta, al quale l’angelo dirigeva la mano per farlo scrivere. Anche in questo caso ciò che non fu compreso fu l’eccessivo realismo del pittore, il quale non aveva la predisposizione a trasfigurare la realtà ma a rappresentarla in maniera nuda e cruda. La seconda versione apparve invece più accettabile. Qui il Santo scrive da solo, mentre l’angelo gli dà dei suggerimenti. In questo modo si salvava la tradizione, che voleva San Matteo ispirato da un angelo, ma al contempo si vedeva un santo con l’aspetto di un vecchio saggio, di certo non analfabeta.

La Cappella Contarelli

La Cappella Contarelli, ubicata nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, era stata acquista dal Cardinale francese Mathieu Cointrel (il cui nome è stato poi italianizzato in Matteo Contarelli) nel 1565. Il suo intento era di decorarla con storie dedicate a san Matteo, di cui egli portava il nome. Il piano iconografico fu da lui stesso definito: al centro vi doveva essere la pala d’altare con l’effige del santo e ai due lati le immagini con la vocazione del santo e con il suo martirio. Dei lavori fu incaricato il pittore bresciano Girolamo Muziano, il quale in vent’anni non realizzò alcunché. Nel 1585 il Cardinale morì e i suoi eredi decisero di rivolgersi ad altri. Nel 1587 diedero incarico allo scultore fiammingo Jacob Cobaert di realizzare un gruppo scultoreo, che egli effettivamente consegnò quindici anni dopo; gruppo che però non incontrò i favori dei committenti. Nel 1591 decisero infine di rivolgersi al Cavalier d’Arpino per la decorazione pittorica della cappella, ma questi, in circa due anni, realizzò solo l’affresco della piccola volta. Così, all’approssimarsi dell’anno santo del 1600, la cappella risultava ancora disadorna e, anche grazie alle sollecitazioni del Cardinal Del Monte, nuovo protettore di Caravaggio, essi decisero di rivolgersi al Caravaggio, pittore di origine lombarda, che nel giro di meno di due anni, consegnò le due tele raffiguranti il “martirio di San Matteo” e la “vocazione di San Matteo”.

Due anni dopo, nel 1602, anche il gruppo scultoreo di Jacob Cobaert fu consegnato, ma di lì a poco rimosso e quindi i committenti si rivolsero nuovamente al Caravaggio, il quale realizzò una tela in cui era raffigurato San Matteo con un libro aperto poggiato sulle gambe, e di fianco un angelo che gli dirigeva la mano per scrivere sul libro. Poco dopo anche questa tela fu rimossa, perché non era stata gradita (il dipinto è poi finito a Berlino dove è stato distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale), e al suo posto Caravaggio realizzò una seconda versione, che è quella che tuttora si trova nella Cappella.

Una bella e piacevole visita, per ammirare la bravura di un nostro grande artista, apprezzato in tutto il mondo, in uno scorcio dell’affascinante centro storico di Roma.

17
Set

A Poggio Imperiale la 5ª Edizione del Premio Letterario “Emozioni in bianco e nero”

Anche quest’anno Poggio Imperiale, per una serata, si è posto al centro dell’interesse culturale internazionale.

Grazie alle “Edizioni del Poggio”, ma soprattutto al Dott. Giuseppe Tozzi che lodevolmente le rappresenta, il Premio Letterario “Emozioni in bianco e nero” è giunto alla sua quinta edizione.

Un impegno notevole per la Casa Editrice e per quanti dedicano tempo ed energie per portare avanti una pregevole iniziativa, che si sta dimostrando, anno dopo anno, di grande successo.

Non mi è stato possibile partecipare alla importante manifestazione tenutasi la sera del 7 settembre scorso, ma rammento ancora con molta soddisfazione quella relativa alla terza edizione del Premio, nel 2011, alla quale ho avuto il piacere di assistere assieme a mia moglie, e serbo il ricordo di una serata straordinaria.

Ma, per l’occasione di quest’anno, non ho voluto far mancare al Dott. Giuseppe Tozzi (al caro amico Peppino) gli auguri più sentiti per la buona riuscita della manifestazione, unitamente ai miei sentimenti di compiacimento, attraverso un messaggino telefonico del seguente tenore:

Carissimo Peppino,

Un grande in bocca al lupo per la straordinaria manifestazione letteraria di stasera che, grazie a te e a quelli che come te si sforzano di divulgare la cultura, porrà ancora una volta, e per un’intera serata, il nostro amato paesello (Tarranòve) al centro dell’attenzione e dell’interesse di quanti, in Italia e nel mondo, ritengono che la cultura debba essere mantenuta su livelli di massima considerazione.

Un abbraccio fraterno

Lorenzo

Riporto, ora, qui di seguito, il “comunicato” diramato dalle Edizioni del Poggio in merito all’evento letterario in questione.

  Concorso Letterario

Serata conclusiva del 5° Premio Letterario “EMOZIONI IN BIANCO E NERO”

Edizioni del Poggio

Editori per Passione

COMUNICATO

 Sabato 7 settembre, nel salone adiacente la scuola elementare De Amicis di Poggio Imperiale, si è svolta la cerimonia di premiazione della 5ª edizione del Concorso Letterario Internazionale “Emozioni in bianco e nero – Fiabe, Poesie, Racconti …..Storie di carta”

La serata è stata ricca di ospiti, corona ideale per la finale del Concorso. Numeroso il pubblico presente che con lunghi applausi ha mostrato il suo gradimento.

Impeccabile la giuria, presieduta dalla docente universitaria Maria Rosaria Matrella e composta dal poeta – critico letterario Michele Urrasio, dal giornalista e scrittore Giucar Marcone e dai docenti Antonia Frazzano e Antonietta Zangardi.

Si sono classificati ai primi tre posti per il settore racconti: 1) – Maurizio Brescia (Cusano Milanino-Mi) con il racconto “Mandolino”, 2) – Giuseppe Furlano (Asti) con il racconto “Mio nome Samir”, 3) – Mario Del Sordo (Foggia) con il racconto “Ultimo respiro”.

Per le fiabe la graduatoria ha visto al primo posto Teresa Denise Spagnoli (Grugliasco- To) con “Il congresso dei maghi”, al secondo Sara Caon (Loria-TV) con “Policarpo e la fonte dell’eterna giovinezza”, al terzo Mariangela Biffarella (Mistretta-Me) con “Il mondo delle teste perse”.

E infine i primi tre classificati per la poesia: 1) – Piero Colonna Romano (Lavagno-Vr) con “Fiori giapponesi”, 2) – Elisa Marchinetti (Noceto-PR) con “I solchi della vita”, 3) – Maria Giusti (Venafro-Is) con “Clochard”.

A questi premi vanno aggiunte le segnalazioni speciali della casa editrice.

Definire il 7 settembre una serata favolosa è dir poco. Tanti gli ospiti che hanno arricchito la manifestazione: l’attore-poeta Giovanni De Girolamo, voce recitante, che con grande professionalità ha declamato le poesie, tra le altre anche la sua “Attesa”, lirica giunta al settimo posto, intervenendo anche per le fiabe e i racconti; i due giovani musicisti Giuseppe Abbatantuoni e Nicola Schiavone che ci hanno riproposto alcuni classici come “My Way” e “Anema e core”; Vanna Basile, cantante eclettica che ha eseguito alcuni brani impegnati, repertorio delle più grandi cantanti italiane, e Stefania Cristino che ci ha offerto due splendide esecuzioni.

La manifestazione è stata magistralmente condotta da Giuseppe Tozzi, rappresentante della casa editrice “Edizioni del Poggio”, che da anni porta avanti con grande competenza un discorso culturale che travalica i confini della nostra Regione. E’ da sottolineare tra l’altro la grande mola di scritti pervenuti al concorso e tra questi opere di stranieri originari della Russia, Georgia, Ucraina, Finlandia, Germania.

A conclusione della sera Giuseppe Tozzi, tra gli applausi dei presenti, ha confermato l’appuntamento nel 2014 per la VI edizione del concorso letterario “Emozioni in bianco e nero.

Foto e Logo by Edizioni del Poggio 

14
Set

Vivere in via Campari a Sesto San Giovanni; Storia di una trasformazione urbana, 1904 – 2013

“Vivere in via Campari” è il titolo della mostra fotografica che dal 7 al 29 di settembre 2013, nella splendida cornice di Villa Mylius di Sesto San Giovanni, ospita 12 gigantografie per un percorso che testimonia la trasformazione urbana del territorio sestese

Dal 7 al 29 settembre, a Sesto San Giovanni, la mostra: “Vivere in via Campari”. Un percorso fotografico di 12 gigantografie capaci di accompagnare il visitatore in un percorso che racconta la trasformazione del territorio sestese e la sua sinergia con il marchio Campari.

Il focus della mostra è concentrato su un’area storica di Sesto San Giovanni: via Campari. Un’icona della trasformazione che nell’arco di un secolo ha visto il passaggio da area industriale, dove è nata la produzione del Campari, a polo direzionale, in un nuovo quartiere ridisegnato dove immerse in un ampio parco sorgono le Residenze di Via Campari.

La mostra fotografica “Vivere in via Campari” è un percorso che testimonia ancora una volta le ragioni che spingono Sesto San Giovanni ad essere considerata il simbolo delle trasformazioni urbane e sociali che hanno interessato l’Europa nel Novecento. Una città che aspira a divenire patrimonio dell’Unesco nella categoria del Paesaggio evolutivo.

1904

Campari apre a Sesto

Il primo stabilimento Campari con sede a Sesto San Giovanni risale al 1904. La Campari produceva diversi liquori, tra cui il Campari fin dal 1860, il Cordial e il Bitter.

1931

In via Campari nasce il Camparino

Camparisoda nasce nel 1931: è il primo pre-mix “pronto all’uso” nella storia dei prodotti a bassa gradazione alcolica. La sua bottiglietta conica, in stile futurista, è stata disegnata dall’artista Fortunato Depero.

1904 – 2002

La produzione in via Campari

Dal 1904 al 2002: quasi cent’anni di produzione in via Campari.

Anni ‘30/’90

La Sesto industriale

L’industrializzazione sestese avviene a opera di imprenditori milanesi (Breda, Camona, Marelli, Spadaccini) che portano fuori dal capoluogo lombardo i propri stabilimenti per vari motivi: necessità di maggiori spazi per imprese più grandi e moderne rispetto a quelle di Milano, costi dei terreni più bassi.

2006

Il progetto di una nuova via Campari

Il fabbricato è stato ristrutturato e il progetto degli architetti Mario Botta e Giancarlo Marzorati ha conservato la facciata originale integrandola nel nuovo complesso, oggi sede degli uffici amministrativi della società e di un museo nazionale.

2007

I lavori nell’area Campari

Alla base di un’opera di questa complessità sta il dialogo costruttivo che si è aperto tra pubblico e privato. Un progetto che ha saputo rivitalizzare un’area storica per Sesto restituendo ai Sestesi un parco pubblico di 6.000 mq.

2009

Da vecchia fabbrica a uffici internazionali

Nell’aprile 2009 vengono consegnati i nuovi uffici alla Campari. Un piccolo tassello in una grande città in via di trasformazione.

2010

Inaugurazione del museo Campari

Questo nuovo spazio museale, una vera icona tra il mito e l’arte, propone un percorso attraverso 150 anni di storia del design e del costume in relazione all’aperitivo rosso, passione che da sempre ha legato la propria comunicazione al mondo dell’arte e della grafica d’autore.

2011

Creazione di un’area residenziale

In via Campari si è compiuta una sfida progettuale che vede integrare tradizione e innovazione, forma e funzione. Le Residenze Campari riportano costantemente al tema di come grandi città dovranno affrontare la loro trasformazione.

2012

Apre il parco pubblico

Un parco pubblico per la città

2013

Le Residenze di via Campari

La casa è lo specchio del nostro tempo. Su questa linea si collocano le scelte che privilegiano un dialogo fra interni, grandi terrazzi ed esterni, capaci di esaltare questa continuità.

 Il futuro

Sesto San Giovanni per l’Unesco

Sesto San Giovanni ha intrapreso il percorso di candidatura alla lista del patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco per la cate goria del paesaggio culturale evolutivo.

La mostra è curata da Moretti Real Estate (Gruppo Moretti) che si è occupato della riqualificazione dell’intera area e realizzato il complesso de Le Residenze di via Campari.

11
Set

New York, 11 settembre 2013, dodici anni dopo

 

New York, la Grande Mela!

E’ bello ricordarla sempre come una città scintillante, bella e piena di vita, stendendo un velo pietoso sul tragico evento che la colpì ferocemente l’11 settembre 2001.

 

 

Il World Trade Center di New York (1)  rappresentava l’enfatizzazione della grandezza politica ed economica americana  e, dunque, per gli attentatori, colpire le due Torri gemelle che, maestose, si stagliavano nel cielo di Manhattan, significava infliggere un colpo mortale al cuore della più imponente superpotenza mondiale.

World Trade Center New York

Le Torri gemelle prima dell’attentato

E fu così che, 12 anni orsono, si consumò l’attentato terroristico più sofisticato della storia, in un contesto che assunse nondimeno anche forme spettacolari, per proporzioni e modalità di esecuzione, grazie anche alla diffusione delle immagini in diretta televisiva in tutto il mondo.

Una carneficina; due colossi di alta tecnologia che si abbattevano al suolo, fondendosi tra le fiamme con il loro carico umano, fatto di donne e uomini che in quelle ore si trovavano negli uffici, negli esercizi commerciali, in metropolitana o, lì in zona, solamente di passaggio.

Oggi, giorno dell’anniversario della strage, il ricordo di quanti nell’evento persero la vita ma anche un ringraziamento a tutti quelli che si prodigarono nei soccorsi.

I familiari delle vittime degli attentati dell’11 settembre 2001 si sono radunati in occasione del 12esimo anniversario della tragedia. Negli attacchi a New York e Washington persero la vita quasi tremila persone. Nella cerimonia nella Grande Mela i partecipanti hanno letto, com’è consuetudine, i nomi delle persone morte nello schianto di due aerei contro le Torri gemelle.

Da Washington, nel suo discorso alle commemorazioni per ricordare l’11 settembre 2001, il Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama ha fatto sentire, calda, la sua voce.

«È un onore essere con voi di nuovo per ricordare la tragedia» – ha detto il Presidente –  «per onorare la grandezza di coloro che hanno risposto e per stare con coloro che ancora soffrono e fornire loro qualche forma di conforto». Ed ancora: «Insieme ci fermiamo e rendiamo grazie umilmente come famiglie e come nazione». «Dobbiamo avere il coraggio – come questi superstiti, come queste famiglie – di andare avanti, non importa quanto saranno buie le notti o i giorni difficili». Rivolgendosi ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti degli attentati Obama ha poi affermato: «Più che i memorial, sono le vostre vite il maggior tributo a coloro che abbiamo perso». «Quello che conta è l’orgoglio che portate nel vostro cuore. Quello non morirà mai».

A New York, come lo scorso anno, anche oggi nessun politico ha preso la parola alla cerimonia a Ground zero, presieduta dal sindaco Michael Bloomberg, alla quale erano presenti i familiari delle vittime dell’attentato.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 sono stati quattro attacchi suicidi contro obiettivi civili e militari nel territorio degli  Stati Uniti d’America, organizzati e realizzati da un gruppo di terroristi aderenti ad Al Qaeda, un movimento paramilitare e terroristico, fautore di ideali riconducibili al fondamentalismo islamico. 

Ho avuto modo di visitare, insieme con mia moglie, Ground zero a New York, qualche anno dopo l’attentato del 2001, e ricordo ancora il senso di tristezza e di avvilimento che abbiamo provato alla vista di quanto accaduto!

La ricostruzione

A New York, sulle ceneri del World Trade Center, è in corso la ricostruzione: quattro torri ospiteranno negozi, uffici, spazi dedicati all’arte, un memoriale, un museo dedicato all’attentato e una nuova stazione dei mezzi pubblici, disegnata da Santiago Calatrava. L’edificio principale, detta Freedom Tower, è quasi ultimato e sarà aperto al pubblico il prossimo anno. È alto 1.776 piedi (circa 541 metri), in omaggio all’anno della Dichiarazione d’indipendenza (1776).
Il museo è ancora in fase di completamento, mentre il Memorial dedicato alle 2.974 vittime dell’attentato è stato inaugurato nel settembre 2011, in occasione del decimo anniversario della tragedia. Si tratta di un parco pieno di alberi e due enormi fontane realizzate nel punto esatto in cui sorgevano le Torri gemelle.

(1) Il World Trade Center di New York, Stati Uniti d’America, era un complesso di sette edifici per la maggior parte disegnati dall’architetto Minoru Yamasaki e dall’ingegnere Leslie Robertson e sviluppato dall’ Autorità Portuale di New York e New Jersey. Il complesso era situato nella parte sud dell’isola di Manhattan, nel Lower Manhattan ed è famoso in particolare per l’eccezionale evidenza delle Torri gemelle (Twin Towers) e per gli attentati dell’11 settembre 2001 che le distrussero. Con il crollo delle torri (denominate WTC1 e WTC2) anche gli edifici minori (WTC3, WTC4, WTC5, WTC6, WTC7) furono distrutti o danneggiati irreversibilmente e quindi abbattuti nei mesi successivi. Tra le costruzioni distrutte va ricordato anche un luogo di culto: la chiesa greco-ortodossa di San Nicola.

 

 

31
Ago

Il ricordo del Cardinale Carlo Maria Martini ad un anno dalla sua morte

 

Il 31 agosto 2012 il Cardinale Carlo Maria Martini lasciava la sua vita terrena per fare ritorno alla casa del Padre.

Milano ha ricordato oggi, con una Messa solenne in Duomo, a un anno dalla sua morte, il suo amato Pastore, che fu Arcivescovo per 22 anni, dal 1980 al 2002.

Il Papa Francesco lo ha definito “un profeta coraggioso”, mentre l’Arcivescovo Angelo Scola  ha detto di lui che “fu indomito portatore di ‘speranza affidabile’ che deriva dalla fede incrollabile nella Risurrezione di Gesù”.

Sicuramente egli resterà sempre nel cuore dei milanesi, che oggi, un anno dopo, non hanno dimenticato il loro Cardinale, l’Arcivescovo della Diocesi più grande al mondo, con un pensiero speciale a lui dedicato in ognuna delle 1.107 parrocchie ambrosiane.

Il culmine delle celebrazioni in Duomo, dove, un anno fa, il corpo dell’indimenticato Cardinale venne omaggiato per due giorni e due notti dai fedeli accorsi da tutta Italia; fedeli pieni di gratitudine al Signore per il patrimonio di vita che egli ha lasciato, in special modo la sua passione e competenza per la Parola di Dio.

L’Arcivescovo Angelo Scola ha presieduto questa sera la solenne celebrazione eucaristica a suffragio.

Diecimila i fedeli intervenuti in Duomo alle 17.30, duecento i sacerdoti che hanno affiancato l’Arcivescovo nell’officiare la funzione. Nelle prime file la sorella del cardinale Martini, Maris e il nipote Giovanni.

Al termine della celebrazione il cardinale Scola e i concelebranti si sono recati in processione all’altare del crocefisso di San Carlo, dove Martini è sepolto. Sulla tomba Scola ha sostato a lungo in preghiera e si è svolta una breve ma intensa liturgia di suffragio.

21
Ago

“Il vecchio e il Principe, una vita” di Giacomo Fina

Ancora un libro di poesie.

In questi giorni, Giacomo Fina ha regalato ai poggioimperialesi  ancora nuove emozioni, con la pubblicazione della sua ultima opera  intitolata “Il vecchio e il Principe, una vita”, Edizioni del Poggio, 2013.

Un nuovo libro di poesie che si collega idealmente al suo precedente “Io e il Principe” del 2012 (*) e che, a ben vedere,  rappresenta una sorta di completamento di quel “viaggio” fantastico già iniziato in tale contesto.

E, come nel suo stile, oramai consolidato, egli scava e fruga nei cassetti dei suoi ricordi offrendoci storie, aneddoti, circostanze e profili di personaggi di un tempo che non c’è più.

Storie belle ed anche meno belle, avvenimenti  piacevoli ma anche vicende tristi e dolorose, in uno scenario a volte surreale dal quale sembra trasparire il desiderio dello scrittore di voler fare un bilancio della propria vita, ora, all’alba dei suoi 78 anni di età.

Ieri sera, a Poggio Imperiale,  presso i locali della Scuola Elementare “ E. De Amicis” in via Oberdan, alle ore 19,00, si è svolta la manifestazione di presentazione di questo interessante  nuovo libro,  alla presenza dell’autore e con la partecipazione di un folto pubblico, che ha potuto così applaudire l’attore e regista teatrale Fabio Gemo,  nel mentre declamava con voce calda e suadente le poesie di Giacomo Fina.

Molto avvincente si è rivelata anche la relazione della Prof.ssa Maria Rosaria Matrella dell’Università degli Studi di Foggia, che si è spinta fino a penetrare nella profondità dei sentimenti che ispirano l’opera di Giacomo Fina.

Il saluto dell’Amministrazione Comunale di Poggio Imperiale, in persona del Vice Sindaco e dell’Assessore alla Cultura, e di una rappresentanza dell’Albania, presente in paese, ha completato gli interventi della serata.

Al termine, un rinfresco per tutti gli intervenuti.

Auguri all’amico “Mimì” per  tanti anni  ancora … di belle poesie!

 

(*) Del medesimo autore:

 – Dialogo postumo, Edizioni Malatesta, 2007

– Viaggio d’autunno, Edizioni del Poggio,  2009

– Il Viandante, Edizioni del Poggio, 2010

– Come le onde,  Edizioni del Poggio, 2011

– Io e il Principe, Edizioni del Poggio, 2012

22
Lug

Foggia, 70° Anniversario dei bombardamenti

 

 

Ricorre oggi il 70° Anniversario dei bombardamenti aglo-americani sulla città di  Foggia, che provocarono la morte di oltre ventimila inermi cittadini ed un numero imprecisato di feriti, riducendo la città ad un cumulo di macerie.

In particolare, morirono bruciati, senza scampo, oltre duemila persone  che avevano trovato rifugio nel sottopassaggio della stazione ferroviaria, per via delle fiamme scaturite dallo scoppio di alcuni carri cisterna ferroviari in sosta sui binari soprastanti, contenenti carburante, centrati in pieno dai bombardamenti.

Foggia, città martire della Seconda Guerra Mondiale, Medaglia d’oro al Valor Civile, rappresenta l’epilogo della scelleratezza dei popoli che si ostinano a cavalcare venti di guerra anziché propendere per la pace, la tolleranza e l’amore reciproco delle genti.

Qui di seguito, uno stralcio del discorso del Sindaco di Foggia in occasione della cerimonia di commemorazione (cfr. http://www.statoquotidiano.it).

“Autorità, gentili Ospiti, Signore e Signori, sono trascorsi 70 anni dal tragico 22 luglio 1943, il giorno che, più di tanti altri, devastò la nostra città e straziò le carni e gli animi di migliaia di nostri concittadini. Oggi ricordiamo un bombardamento come pochi ne sono stati registrati dalle cronache della Seconda Guerra Mondiale per capacità distruttiva e sforzo bellico”.

“Oggi commemoriamo i nostri morti con la più profonda commozione e un’ancor più sentita partecipazione. 22mila furono le inermi vittime dei bombardamenti concentrati sulla nostra povera città. 7mila donne, uomini e bambini persero la vita nella sola giornata del 22 luglio. Sempre migliaia furono i feriti, i senza tetto, gli affamati in quella funesta estate del ’43. I loro lamenti echeggiavano in una città muta e attonita”.

“Il loro dolore era quello delle case sventrate, delle strade rese monche. Buona parte di Foggia divenne un cumulo di macerie, la sua storia cancellata quasi del tutto, la sua memoria collettiva inevitabilmente sfregiata”.

“Il triste scenario che emergeva dalla polvere e dal fumo, diventava orrido al calare del sole, quando, tra le macerie e i cadaveri, si aggiravano gli sciacalli: ladri che facevano man bassa di modesti tesori e disonoravano le vittime, finanche spogliandole di scarpe e vestiti”.

Foto di repertorio (cfr. http://www.statoquotidiano.it).

Qualcosa in più sui bombardamenti anglo-americani di Foggia del 1943

(integrazione del 22 settembre 2013)

 «Paesaggio Storico di Capitanata, Quando a Foggia c’erano gli … “ americani”», Editrice Parnaso di Luigi P. Marangelli, Foggia 2012, unitamente a «Paesaggio Storico di Capitanata, L’estate del 1943 a Foggia», a cura del Comitato Commemorativo delle Vittime delle Incursioni Aeree del 1943 sulla Città di Foggia, Grafiche GERCAP Foggia-Roma, Foggia marzo 2013, offrono al lettore l’opportunità di comprendere meglio ciò che è effettivamente accaduto a Foggia durante quella terribile estate del 1943.

Le forze anglo-americane avevano l’esigenza di attaccare in maniera massiccia la Capitanata, e Foggia in particolare, considerata una roccaforte strategica delle truppe italo-tedesche, al tempo alleate tra loro. C’era infatti la presenza di aeroporti in grado di assicurare la copertura aerea verso il Nord-Europa, verso i Balcani e verso il Nord-Africa, e di un imponente scalo ferroviario che consentiva, oltre ai collegamenti tra il nord e il sud Italia (toccando punti chiave del mare Adriatico e dello Jonio), anche quelli verso Napoli e Roma (toccando punti chiave del mar Tirreno) e verso la Basilicata. Inoltre molte erano le industrie belliche dislocate in città. Ma soprattutto gli anglo-americani pensavano che un attacco dirompente su Foggia potesse finalmente provocare le condizioni per mettere in ginocchio l’esercito tedesco (il vero nemico da abbattere), costringendo nel contempo gli italiani alla resa (peraltro già riservatamente in corso di definizione per via diplomatica). E ne scaturì un vero caos, soprattutto a discapito della popolazione civile, con le forze [di liberazione] anglo-americane che bombardavano incessantemente e gli ex alleati italiani [i soldati tedeschi, che nel frattempo, dopo l’armistizio dell’8 settembre, erano divenuti nemici] in fuga, non senza disdegnare anche atti di repressione e rappresaglia.

Questi, alcuni passaggi, che si rinvengono nella pubblicazione del Comitato Commemorativo suddetto:

“…nel maggio del 1943, gli anglo-americani decisero di sferrare l’offensiva per riuscire a sbarcare in Italia. Per ottenere ciò dovevano rendere inoffensivi i campi di aviazione di Foggia, indispensabili per avere il controllo dell’Europa meridionale e del Mediterraneo. Quando iniziarono i bombardamenti su Foggia, mancavano pochi giorni alla caduta del fascismo e pochi mesi alla stipula dell’armistizio dell’8 settembre a Cassibile, ma Foggia verrà bombardata anche il 18 settembre. I bombardieri anglo-americani, in partenza dagli aeroporti del Nord-Africa, presero quindi di mira gli aeroporti foggiani, attuando la tattica del bombardamento a tappeto sulla città di Foggia, riuscendo ad essere ancora più convincenti. Ai cittadini foggiani non fu neanche risparmiato il criminale mitragliamento da parte dei veivoli nemici …”. “ … Le forze  aeree anglo-americane erano, in quel frangente, sotto il comando inglese …”. “ … e quando, alla fine di settembre del 1943, gli alleati entrarono nella nostra città, trovarono solo dei fantasmi …”. “… Foggia aveva 79.000 abitanti nel maggio del 1943; ne avrà invece 59.000 nel luglio del 1945. Nessuno potrà mai dirci con certezza quante sono state le vittime dei bombardamenti del 1943 sul maggiore centro del Tavoliere. Non avevano certo voglia di parlarne gli anglo-americani, che sono rimasti nella nostra città fino al 1947…”. “… Nella seconda guerra mondiale ci sono stati 50.000.000 di morti, tra militari e civili; ogni giorno muoiono di fame, all’alba del terzo millennio, 24.000 persone, proprio quante le vittime di quella calda estate del 1943 a Foggia [si tratta di una stima personale di Lucio Pasquale Masullo del Comitato] …”. “ … Mentre attendiamo ancora il giudizio della storia sull’estate foggiana del 1943, a noi interessa contribuire … [a] … rendere onore a quelle vittime innocenti …”

E, ancora, qualche stralcio tratto da “Olocausto”, un articolo apparso sul giornale “Il Provinciale”, a firma di Luigi Iacomino, e riportato nella medesima pubblicazione sopra citata:

“… Gli alleati, quegli alleati che avevano interpretato il ruolo dei nemici nel corso di una guerra disastrosa, che si trasformarono in ‘salvatori della patria’ dopo l’armistizio dell’8 settembre e lo sbarco in Italia, capaci di ricacciare indietro il primitivo alleato [l’esercito tedesco], divenuto nemico. Alleati che soltanto qualche settimana prima avevano devastato la città di  Foggia con bombardamenti di ferocia inaudita, oltraggiando una comunità laboriosa e pacifica …”. “Il 22 luglio toccò a Foggia sperimentare la teoria di Harris (teoria proposta dall’Inghilterra ed elaborata dall’Air Chief Marshal Arthur Harris, conosciuto dai suoi uomini come Harris il macellaio, in quel momento a capo del Comando Bombardieri RAF. Questa insana ed assurda teoria proponeva il bombardamento indiscriminato di obiettivi civili, al fine di colpire ‘il morale della popolazione’: alle ore 9,35 suonarono gli allarmi aerei, 82 bombardieri B17 giunsero sulla città scortati da caccia P38, la formazione, decollata dagli aeroporti dell’Algeria, bombardò inizialmente l’aeroporto di Tortorella, poi si diresse sulla città. I primi veivoli a giungere su Foggia furono i caccia P38, che scesero a volo radente sparando sulla gente che fuggiva verso i rifugi antiaerei, l’armamento dei P38 era costituito da 4 mitragliatrici Browning Cal.50 da 12,7 mm e da un cannoncino da 20 mm; queste armi letali nel combattimento contro altri aerei, usate contro la popolazione inerme ebbero degli effetti terrificanti; e furono tantissimi i foggiani che caddero sotto il tiro di queste armi, soprattutto nella Villa Comunale [gli estesi giardini pubblici di Foggia]. I caccia americani non fecero alcuna distinzione tra civili, mezzi della Croce Rossa o militari, attuando un barbaro comportamento da criminali di guerra che in seguito non è stato mai perseguito. Dopo la mattanza, effettuata dai caccia giunsero i bombardieri: le Fortezze Volanti sganciarono le loro bombe sulla stazione ferroviaria, sul deposito locomotive, sulla Villa Comunale ed a casaccio sulle altre zone della città. Tantissimi furono gli altri obiettivi colpiti, il cimitero, l’Istituto Poligrafico dello Stato, il Centro Chimico Militare, l’Acquedotto Pugliese, la fabbrica di mattoni, il deposito carburanti, i pastifici, i molini, la caserma dei Reali Carabinieri, etc.. L’episodio più grave si verificò nella stazione ferroviaria, dove alcune migliaia di passeggeri cercarono rifugio nel sottopassaggio, accanto al quale, sul 2° binario, era in sosta un treno composto da carri serbatoio destinati alla 16ª Panzer Division tedesca. L’esplosione di questi carri serbatoio colpiti dalle bombe provocò la fuoruscita di migliaia di litri di benzina, che, scivolando verso le rampe di discesa del sottopassaggio, prese fuoco. Furono almeno 2000 le persone che rimasero intrappolate in quell’inferno. La temperatura raggiunta nel sottopassaggio fu talmente elevata da rendere impossibile l’accesso ai vigili del fuoco, anche a quelli muniti di tute di amianto. Quando, quindici giorni dopo, fu possibile entrare, venne ritrovata solo cenere. Complessivamente il numero delle vittime di quel tragico bombardamento fu di 7643 morti. A quelle povere vittime non fu possibile dare una degna sepoltura: l’elevata temperatura di quei giorni e l’enorme numero di morti, fecero temere alle autorità civili e militari il diffondersi di epidemie. Venne pertanto deciso di scavare diverse fosse comuni, dove si accatastarono i cadaveri ed i poveri resti umani che venivano man mano recuperati tra le macerie. In alcune fosse su questi resti venne versato dell’acido al fine di scioglierne l’ingombro, in altre venne versata della benzina, poi data alle fiamme. E’ probabile che all’orrore si aggiunse altro orrore: vi furono anche feriti gravi gettati nelle fosse assieme ai morti. Occorsero molti giorni per poter effettuare la raccolta delle vittime; gli autocarri militari, carichi di morti, effettuarono per giorni una pietosa spola tra la città e il cimitero. Gli ospedali di Foggia e della provincia erano pieni di feriti, mentre le autorità italiane e tedesche si prodigavano per trasferire migliaia di foggiani senza casa nelle diverse località di assegnazione …”. “… Dopo solo cinque giorni da questo terribile bombardamento, i bombardieri americani tornarono nei cieli della Capitanata effettuando un’incursione all’aeroporto di Tortorella …”. ”… Pochi giorni dopo toccò nuovamente a Foggia: il 19 agosto 233 bombardieri americani effettuarono un indiscriminato bombardamento a tappeto della città, dove si ripeterono gli stessi drammi del 22 luglio. Per 95 lunghissimi minuti i Liberato e le Fortezze Volanti scaricarono su Foggia oltre 590 tonnellate di bombe. Vennero colpiti il Municipio, il Palazzo del Governo, il Palazzo delle Poste, gli Ospedali riuniti, la Cattedrale, il Museo Civico, la Caserma Miale da Troia, la Caserma Oddone e la zona ferroviaria della città …”. “… Per giorni le instancabili squadre di soccorso civile e militari effettuarono il recupero dei poveri resti delle vittime  del bombardamento, dando loro sommaria sepoltura, ed erano ancora all’opera quando nella notte del 20 agosto, 15 bombardieri inglesi del tipo Wellington sganciarono oltre 50 bombe sulla già martoriata città. Gli stessi bombardieri tornarono su Foggia la notte del 21 agosto …”. “… Ormai sembrava che non ci fosse più nulla da distruggere, ma i pianificatori militari americani e inglesi avevano deciso diversamente, e la mattina del 25 agosto i bombardieri americani erano nuovamente nel cielo di Foggia. Oltre 276 veivoli, dei quali 140 Lightning e 127 tra B17 eB24, suddivisi in 5 ondate, si accanirono nuovamente sulla città, distruggendo quanto era stato risparmiato in precedenza. Gli attacchi si estesero anche sugli aeroporti di Tortorella, Schifara e Gino Lisa, furono colpiti anche lo scalo ferroviario di Rocchetta Sant’Antonio e il Golfo di Manfredonia …”. “… Nuove incursioni si ebbero su Foggia, nei giorni 7, 8 e 9 settembre, nel quadro dell’Operazione Avalanche …”. “… Il pomeriggio del 10 settembre una formazione di B24 americani bombardò gli aeroporti satelliti …”. “… Il 17 settembre la zona ferroviaria di Foggia venne nuovamente bombardata dai B24 della RAF, che sganciarono 8 tonnellate di bombe sui magazzini ferroviari. La mattina del giorno successivo una formazione di 100 P38 americani effettuò un attacco contro gli aeroporti di Foggia e, successivamente contro gli impianti ferroviari della città, si trattò dell’ultima incursione  aerea su Foggia della Seconda Guerra Mondiale …”. “Foggia ha pagato un tributo altissimo alla follia della guerra. Nel corso di quella terribile estate … le vittime dei bombardamenti furono 20.293, a cui vanno aggiunti un numero imprecisato di militari italiani e tedeschi, mentre non è stato possibile accertare il numero esatto dei feriti, con ogni probabilità furono diverse migliaia …”. “… Foggia aveva subito la distruzione del 76% della superficie edificata, mentre ingentissimi erano stati i danni arrecati agli impianti militari presenti in città …”.

E, per finire, dalla menzionata pubblicazione “Quando a Foggia c’erano gli ‘americani’:

Alla popolazione foggiana

A Foggia

città – martire

ai suoi gloriosi figli

eroicamente caduti

a coloro che portano

nello spirito e nelle carni

le stimmate della violenza

alle mamme ai padri ai figli

che ricordano e piangono

nella tragedia che li ha colpiti

(Padre Odorico Tempesta dell’Ordine dei Frati Minori)

21
Lug

La Madonna del Carmine protettrice dei muratori

lI giorno  16 di  luglio di ogni anno a Poggio Imperiale si celebra la festa in onore della Madonna del Monte Carmelo – detta “del Carmine”, equivalente dello spagnolo “Carmen” – organizzata dai muratori locali, che considerano la Vergine loro Protettrice. I festeggiamenti hanno inizio  con una messa solenne celebrata nella Chiesa Matrice di San Placido Martire, alla quale segue  la processione  per le vie del paese e si concludono con uno spettacolo pirotecnico al termine della serata.

Anche noi – presenti a Poggio Imperiale – lo scorso martedi 16 luglio abbiamo assistito alla festa con vivo interesse.

Dopo la Santa Messa delle 18:30 officiata dal parroco Don Luca, unitamente ai numerosi fedeli presenti abbiamo partecipato alla processione al seguito del simulacro della Madonna,  portato a spalla da un gruppo di giovani volenterosi muratori poggioimperialesi, fra preghiere, canti sacri e l’accompagnamento musicale della Banda Musicale di San Paolo Civitate.

All’inizio, nel corso e alla fine della processione,  i tradizionali fuochi d’artificio (le cosiddette “batterie”) hanno reso ancora più incandescente il tradizionale evento.

Poi lo ”struscio” sul “viale” ed un complesso musicale,  in piazza, che ha allietato il resto della serata.

Subito dopo la mezzanotte, tutti al “campo sportivo” per il coinvolgente spettacolo pirotecnico.

Una tradizione – questa della festa “del Carmine” – che rivive ogni anno il 16 di luglio,  grazie all’iniziativa dei muratori di Poggio Imperiale, e più precisamente dei pochi giovani che seguono ancora oggi questo tipo di attività, che in passato rappresentava una vera eccellenza, sia in paese che fuori dai suoi confini,  in Italia ed anche all’estero;  “Mastri Fabbricatori” poggioimperialesi di cui ancora oggi sopravvive il ricordo.

Il legame della Madonna “del Carmine”con i muratori

Da dove discende il legame della Madonna “del Carmine” con i muratori in provincia di Foggia?

Pare che, a Foggia, il culto della Madonna ”del Carmine” sia legato alla costituzione della sua Congregazione, risalente al l’anno 1646, allorchè alcuni “Mastri Fabbricatori” edificarono la Cappella della Congregazione Carmelitana.

La costruzione della Cappella  fu dettata dal pericolo dell’epidemia di colera che imperversava in tutta l’Italia meridionale.

La Cappella fu edificata sul territorio della Parrocchia di Sant’Angelo e si narra che ogni muratore contribuì alla sua edificazione offrendo i propri mezzi, che talvolta consistevano in mere giornate lavorative offerte per pura devozione.

Santa Maria del Carmelo e lo “scapolare”

Più in generale, Santa Maria del Carmelo fa riferimento al Monte Carmelo, in Galilea, dove ebbe origine un ordine monastico dedito alla meditazione e alla preghiera, il quale, in seguito alle persecuzioni, migrò sulle sponde del Mediterraneo. Una ulteriore diffusione dell’Ordine si ebbe sotto il priorato di San Simone Stock il quale riformò la regola facendo diventare l’ordine mendicante. Il 16 luglio 1251 Simone Stock ebbe in visione la Vergine che gli affidò lo “scapolare carmelitano”: chiunque l’avesse indossato sarebbe stato libero dalle tribolazioni del Purgatorio il sabato successivo alla sua morte.

E, quindi, ogni “confratello” custodiva gelosamente ed ostentava in processione il proprio “scapolare”.

Ho avuto il piacere, qualche anno fa, di recarmi con mia moglie sul Monte del Carmelo, in occasione di un nostro viaggio in Terra Santa.

Il Monte Carmelo è una catena montuosa lunga 39 km e larga circa 8 km, che si trova nell’Alta Galilea, una regione dello Stato di Israele. La catena si sviluppa in direzione nordovest-sudest da Haifa a Jenin ed è delimitata sul fianco NE dalla valle di Jezreel. Questo fianco è molto ripido, mentre quello SO digrada dolcemente. Tocca l’altezza massima di 525 metri.

In senso più restrittivo il nome di monte Carmelo è applicato alla sua estrema propaggine rocciosa a NO, che si infila nel Mar Mediterraneo. Un tempo, ai piedi del monte Carmelo si trovava la città di Haifa, mentre ora, con lo sviluppo demografico successivo alla nascita dello Stato di Israele, il Monte Carmelo è diventato uno dei quartieri della città, in cui si trova anche l’università di Haifa. La bellezza di questo Monte viene celebrata nella Bibbia in diversi passi; su di esso il profeta Elia sfidò e sconfisse i sacerdoti di Baal, e fu qui che, secondo la tradizione, la Sacra Famiglia sostò tornando dall’Egitto.

Dal 1996 il Monte è stato dichiarato dall’UNESCO riserva della biosfera.

 L’”abitino”

Tutt’altra cosa era invece l’”abitino”, che si  usava e (forse) si usa ancora – in maniera sicuramente inappropriata – come “amuleto” capace di tenere lontani, soprattutto i bambini e i malati,  dal “malocchio”, dalle “fatture” e dai malanni in genere.

 Un misto tra sacro e profano.

 L’”abitino” aveva identica forma  rettangolare dello “scapolare” ed al suo interno si usava inserire immaginette dei Santi invocati come protettori.

Già in epoca arcaica, l’”abitino” rivestiva una funzione “ apotropaica” (1), in quanto conteneva oggetti dalle “influenze positive” (per esempio: forbici, coltello, denti di volpe ecc.).

Successivamente, con  l’avvento  del Cristianesimo,  gli oggetti con “influenze positive”  furono sostituiti dalle immaginette dei Santi.

 (1)  Detto di oggetti, atti, iscrizioni e formule orali che, per la loro carica magica, sono ritenuti atti ad allontanare o distruggere gli influssi malefici provenienti da persone, da cose, da animali o da avvenimenti  (cfr. voce “Apotropàico”,  Il Nuovo Zingarelli, Vocabolario della Lingua Italiana di Nicola Zingarelli).

 

 

 

 

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